Libertà religiosa: Cardia (Avvenire), nella sentenza della Corte Ue manca “respiro universale di accoglienza”

“La sentenza della Corte di Giustizia della Ue che legittima il divieto, sui luoghi di lavoro, d’indossare simboli religiosi, riapre il contenzioso su un tema assai discusso, che forse in una società liberale non dovrebbe neanche esistere”. È netto il giudizio di Carlo Cardia, pubblicato oggi su “Avvenire” nel commentare la decisione della Corte europea che “legittima la volontà di un datore di lavoro di mostrare ai suoi clienti, sia pubblici che privati, un’immagine di neutralità”. Premesso che la controversia riguarda il velo islamico, che copre solo il capo, e non altri indumenti che impediscono l’identificazione, con la questione si rientra “nella problematica dei simboli religiosi, per i quali l’Europa, da sempre ricchissima di simbologie le più diverse, dimostra intelligenza e tolleranza”. Il divieto, spiega Cardia, ha radici nella “concezione dogmatica della laïcité”. Un’avversione ai simboli che ha provocato in Francia esiti “paradossali” tali per cui si è giunti al punto “di proibirli a scuola, nelle gite scolastiche, ai genitori che accompagnano, o ritirano, i bambini da scuola”. Non solo, prosegue, l’insegnamento scolastico è stato a tal punto privato di contenuti religiosi, “che un Rapporto commissionato dal Governo ha denunciato l’ignoranza di ragazze e ragazzi su aspetti centrali della storia dell’arte, della cultura”.  E “s’è superata la soglia del ridicolo, proibendo agli sportivi di farsi il segno della Croce, o di compiere altro atto religioso”. Cardia ricorda come in Occidente invece “più spesso prevalgono saggezza ed equità”. Nel nostro Paese, “dove non esistono veri divieti per i simboli religiosi”, nel 2011 si è ottenuto, “a vantaggio dell’Europa intera, il riconoscimento della legittimità della presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche da parte della Grande Chambre di Strasburgo”. Così come negli Usa, dove una sentenza ha chiarito che “nei luoghi pubblici (americani) si cantano gli inni natalizi, il Congresso e il legislativo statale aprono le sessioni pubbliche recitando la preghiera”. Una pretesa simile a quella francese sarebbe pertanto “esagerata e contraria alla storia della Nazione”. Oggi, riflette Cardia, “la questione dei simboli religiosi da indossare, o da esporre negli spazi pubblici, ha una sua specificità, e riguarda insieme la tradizione, le radici culturali delle popolazioni, la libertà religiosa individuale”. E rilancia con una provocazione: “Immaginiamo di eliminare la simbologia religiosa in ogni continente”, “compiremmo il più ottuso atto di oscuramento religioso e culturale che si possa immaginare contro le radici e tradizioni cui s’ispira ciascun popolo”. Forse, conclude Cardia, “è proprio questo che non c’è nella sentenza della Corte di Giustizia: quel respiro universale di accoglienza che garantisce la libertà di pensiero, d’espressione, di religione, sempre più necessarie alle società della globalizzazione, nelle quali i popoli s’incontrano, si conoscono e rispettano”.

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