Corridoi umanitari: 20 profughi dalla Libia a Biella, in attesa dei ricongiungimenti familiari

“Dopo il loro arrivo a Biella, hanno chiesto, tra le prime cose, la possibilità di effettuare i ricongiungimenti familiari. Alcuni di loro dicono di avere parenti in Svezia e in Germania, altri in Norvegia”. Lo racconta al Sir Roberta Mo, responsabile della cooperativa Maria Cecilia, che gestisce i Cas del territorio biellese. Lì sono stati accolti in collaborazione con la Caritas diocesana venti profughi tra i 160 giunti in Italia, nei giorni scorsi, all’aeroporto militare di Pratica di Mare, a Pomezia (Roma), grazie al primo corridoio umanitario aperto con la Libia, con l’impegno della Cei e del governo italiano. Si tratta di quindici uomini e cinque donne, in fuga da Yemen, Eritrea ed Etiopia. Dopo l’arrivo, sono stati traferiti in diversi centri che si trovano nei paesi limitrofi. “Per le donne sono stati scelti appartamenti già abitati da altre signore arrivate da altri Paesi africani”, racconta Mo, che indica la principale difficoltà vissuta in questi giorni, cioè “la comunicazione”. “Pochi parlano inglese. Ci siamo aiutati con un mediatore eritreo. Abbiamo dato subito informazioni sul posto in cui si trovano e sulle visite mediche che effettueranno nei prossimi giorni”. I primi controlli sono stati già compiuti, ma gli screening continueranno. “Nessuno è arrivato in condizione di febbre alta ma qualcuno con scabbia e disidratazione”. Le donne, tutte eritree, si conoscevano già tra loro. Insieme hanno affrontato il viaggio dal loro Paese alla Libia. Raccontano agli operatori di essere state per diverso tempo in un campo in Sudan. Poi, l’esperienza della “prigione” in Libia. Definiscono così le strutture dove sono state rinchiuse e dalle quali sono state portate via per essere trasferite in Italia. “Ci sembra che facciano riferimento ai centri dove sono detenuti gli immigrati irregolari”, spiega Mo. Adesso il loro sguardo è rivolto oltre Biella. “Una donna ci ha chiesto di potere raggiungere il marito, che si trova in un Cas a Pisa. Dice che ha pagato 11mila euro per poter arrivare in Italia con l’aiuto dei trafficanti. Altri invece vogliono andare all’estero. Intanto, noi spieghiamo che i ricongiungimenti si possono fare in modo legale e che non è necessario attraversare il Brennero a piedi e il rischio di congelare”.

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