Natale: mons. Galantino, “occhi giusti davanti al presepe” e non “sguardi biecamente interessati”

“La vita è una lunga pedagogia all’incontro con Dio e con gli altri, un lungo cammino di purificazione degli occhi e del cuore per incontrare e ‘vivere nella verità’”. Lo scrive il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, nell’editoriale pubblicato oggi su “Avvenire”, in cui passa in rassegna gli sguardi dei personaggi che “hanno popolato e si sono mossi intorno al ‘primo’ presepe”. Per guardarli, secondo il presule, servono “occhi giusti” in modo da superare i “pasdaran impegnati a spendersi per il rispetto della cultura e della sensibilità altrui”, offesa “da simboli religiosi”, come “l’allestimento di presepi o dall’esecuzione di canti natalizi tradizionali”. Un modo per “liberarci da sguardi biecamente interessati”. Così la rassegna comincia con gli occhi “malati”, “voraci” e “omicidi” di Erode. “Chi è cieco vede buio anche dove c’è luce – spiega -. Chi ha occhi accecati dall’orgoglio del cuore vede un pericolo per se stesso anche nella mano tesa che vorrebbe aiutarlo. Non solo rifiuta l’aiuto, ma colpisce chi cerca di aiutarlo. E vuol convincersi di averlo fatto per il bene, per una giusta causa, magari per legittima difesa”. E poi gli “occhi distratti del mondo”, “l’evento che ha segnato la storia dell’umanità non ha spettatori, non ha cronisti”. Ma “per fortuna ci sono anche gli occhi ‘entusiasti’ dei Magi”. “L’entusiasmo non ha età e non cresce in un terreno privilegiato. Per crescere però ha bisogno di uomini e donne che amano la vita ed hanno voglia di scommettere e di mettersi continuamente in viaggio”, ricorda mons. Galantino. Un altro sguardo è quello degli anziani. “C’è una sapienza umana che si impara faticando sui libri e ce n’è una che nessun libro può insegnare”. E ancora gli “occhi ‘puri’ degli angeli e quelli ‘semplici’ dei pastori”. “I primi ad accorgersi della nascita di Gesù scelgono di comunicarla agli ultimi tra gli uomini”. Da qui, il monito del segretario della Cei: “Chi lavora poco o lavora solo per sé non avrà mai gli occhi semplici dei pastori. Si può lavorare tanto, ma per sé. Per essere riconosciuti, ringraziati, apprezzati. E, appena questi mancano si perde la testa”. A completare il presepe, gli occhi “umili” e “disponibili” di Giuseppe e gli occhi “grandi” di Maria. “Noi siamo ciò che contempliamo. Noi siamo ciò che amiamo. Come ogni mamma, quegli occhi Maria li ha trasmessi a Gesù”.

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