“Raccontare la carità”: don Maffeis (Cei), “non è solo la mano dei violenti a fare la storia, ma c’è la mano della nostra gente che traccia un filo di speranza”

foto SIR/Marco Calvarese

“Ho in mente una battuta di don Primo Mazzolari: ‘il Venerdì Santo ha folle numerose e devote perché la morte non impegna, invece le apparizioni fugaci del Risorto, se non hanno qualcuno che le racconta, senza un cuore che arde, rischiano di sparire in fretta’”, ha detto don Ivan Maffeis, direttore Ufficio nazionale comunicazioni sociali Cei, aprendo “Raccontare la carità”, percorso di formazione alla comunicazione destinato agli operatori delle diocesi, delle Caritas e delle organizzazioni del terzo settore di ispirazione cristiana, in corso a Roma.
“Noi uomini e donne viviamo in questa storia e non possiamo rifugiarci in storia diversa, edulcorata – ha sottolineato don Maffeis -, ma non vogliamo che la testimonianza diventi vago ottimismo”. “Quello che fa la differenza – ha chiarito – è riconoscere come questa unica storia sia intrecciata da altro filo, quello della speranza. Perché non è solo la mano dei violenti a fare la storia, ma c’è la mano della nostra gente che traccia questo filo di speranza per dare speranza al mondo di oggi”. “Il Papa il mese scorso in udienza diceva: ‘viviamo un mondo nuovo che quando eravamo giovani non avremmo potuto immaginare, lo chiamiamo mondo digitale’ – ha concluso don Maffeis -. Un mondo da abitare, tenendo presente che basta sfogliare il rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione per capire quanto siano cambiati valori e punti di riferimento dell’immaginario collettivo”.

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