Salute: Orochi Orach (Uganda), “non chiudere le porte” ai rifugiati e agli “sfollati interni”

“Non vogliamo chiudere le porte a nessuno: la flessibilità è la risposta ai bisogni della popolazione”. È la filosofia dell’ospedale cattolico di Lahore, in Uganda, la cui attività è stata illustrata da Sam Orochi Orach, segretario esecutivo dell’Uganda Catholic Medical Bureau, durante la seconda giornata della Conferenza internazionale in corso in Vaticano sulle disparità globali in materia di salute. “Dal 2009 al 2015 il numero di rifugiati e di sfollati interni in alcuni casi è raddoppiato”, il grido d’allarme del segretario, che ha fatto notare come le cronache si occupino quasi esclusivamente dei primi, mentre i secondi “sono relativamente invisibili, se non vivono nei campi”. In Uganda, il dato, “da 19 insediamenti per 225mila profughi nel 2015 siamo passati, nel 2017, a 29 insediamenti che ospitano più di un milione di rifugiati e sfollati interni”. In questo contesto opera l’ospedale di Lahore, che “nel periodo del conflitto non dava solamente cure, ma anche accoglienza residenziale agli sfollati interni o accoglienza notturna per chi faceva la spola tutti i giorni”. Così, durante la guerra ma anche durante la crisi di ebola, è stato allestito un vero e proprio “campo satellite” vicino all’ospedale ed è stato costruito un muro perimetrale per proteggere le persone dalle pallottole. Oggi, il rapimento di persone da parte dei ribelli e il saccheggio dei medicinali sono diventati all’ordine del giorno, ha fatto presente Orochi Orach, mentre sempre più frequenti sono gli agguati sulla strada, a causa della mancanza delle comunicazioni telefoniche. L’ospedale di Lahore è passato da 460 a 478 posti letto; sono stati costruiti alloggi per il personale ed è stato migliorato il sistema di fognatura e di distribuzione dell’acqua.

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