Papa Francesco: ai terremotati, “il peggio che si può fare in queste situazioni è un sermone”

“Ho voluto prendere le vostre parole per farle mie, perché nella vostra situazione il peggio che si può fare è fare un sermone”.  Con queste parole il Papa ha riassunto il suo discorso, durato poco più di un quarto d’ora e pronunciato interamente a braccio, e impostato come “risonanza” delle due testimonianze ascoltate poco prima in Aula Paolo VI: quella di Raffaele Testa, che ha raccontato come lui e la sua famiglia siano scampati al terremoto in una piccola frazione di Amatrice, chiedendo al Papa di aiutarli a “ricostruire i cuori, ancor prima delle case”, e quella di don Luciano Avenati, prete da 43 anni della diocesi di Spoleto-Norcia e parroco dell’Abbazia di Sant’Eutizio a Preci, che si è detto “orgoglioso oggi più di ieri” della sua gente: “Abbiamo perso le case, ma siamo diventati una grande famiglia, la cosa più importante è ricostruire il tessuto sociale e umano”. “Ho voluto soltanto prendere quello che dice il vostro cuore, farlo proprio e dirlo con voi e fare poi una riflessione su questo”, ha spiegato il Papa al termine del suo discorso. E ancora: “Voi sapete che vi sono vicino. Vi dico una cosa: quando mi sono accorto di quello che era accaduto quella mattina –  appena svegliato ho trovato un biglietto dove si parlava delle due scosse –  due cose ho sentito: ci devo andare e poi ho sentito dolore. E con questo dolore sono andato a celebrare la Messa da solo”. “Grazie per essere venuti oggi e in alcune udienze di questi mesi”, l’omaggio di Francesco: “Grazie di tutto quello che voi avete fatto per aiutarci, per ricostruire i cuori, le case, il tessuto sociale, anche per ricostruire col vostro esempio l’egoismo del nostro cuore, di tutti noi che non abbiamo sofferto questo. Grazie tanto a voi, vi sono vicino”. Infine il Papa ha ringraziato i vigili del fuoco, i volontari della protezione civile, i sindaci, le autorità e “anche tutti quelli che si sono immischiati nel dolore vostro: tutti”.

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