Papa a Lesbo: don Bettega (Cei), un viaggio “a tre” con un messaggio ecumenico e politico

Un viaggio “a tre” con un messaggio ecumenico e politico. Don Cristiano Bettega, direttore dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei, in una nota per il Sir sintetizza in questi termini la visita odierna a Lesbo di papa Francesco, del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, e dell’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Ieronymos II. “Poco dopo la sua elezione, il vescovo di Roma, papa Francesco, ha voluto approdare a Lampedusa”, osserva Bettega; ora Francesco “è approdato a Lesbo, a portare di nuovo un segno di vicinanza, di apprezzamento, di approvazione, e ci è arrivato con Bartolomeo I e con Ieronymos II”. In questo modo Bartolomeo, Francesco e Ieronymos “intendono dire con estrema chiarezza all’Europa e al mondo intero che il ‘problema’ dei profughi va affrontato insieme”, come affermano nella Dichiarazione congiunta firmata oggi nell’isola greca. Contrariamente a quanto “la nostra vecchia Europa sta (o non sta?…) facendo, quasi intrappolata da divisioni interne”, con questo loro gesto comune “i tre vescovi vogliono dire che le Chiese invece ci provano”. E “non si tratta di rivendicare un primato di azione delle Chiese sui governi nazionali o sul governo europeo”, spiega Bettega, bensì di “affermare che essere cristiani significa avere gli occhi aperti, cercare soluzioni immediate e concrete, saper fare spazio all’altro e farlo nel proprio cuore oltre che nelle strutture di accoglienza”. La Dichiarazione, oltre alle parole e ai contenuti, “ci consegna un messaggio di una grande attualità anche politica”: costruire muri “non serve a niente, e lo vogliono dire con forza a chi invece si ostina ancora a pensare che proprio essi siano la soluzione”. Il messaggio della Dichiarazione comune vorrebbe insomma “aiutare il Vecchio Continente a rinnovarsi, a non ripetere gli errori che altri hanno già commesso in un passato fatto di chiusure reciproche, di scomuniche, di autoreferenzialità portata all’estremo”.

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