Messico: guerriglia urbana per il figlio di “El Chapo”. Appello dei vescovi: “Pentirsi e convertirsi”

Una guerra urbana scatenata dal Cartello di Sinaloa ha costretto le forze dell’ordine messicane a rilasciare, dopo averlo arrestato, Ovidio Guzmán López, uno dei dieci figli del boss del narcotraffico "El Chapo". “L’immagine che emerge è quello di uno Stato che ha fallito. E di un crimine organizzato che ha il controllo totale del territorio”, commenta al Sir Carlos Cruz, impegnato contro mafie e narcotraffico in vari Stati messicani

“L’immagine che emerge oggi è quello di uno Stato che ha fallito. E di un crimine organizzato che ha il controllo totale del territorio”. Non usa mezzi termini, parlando con il Sir, Carlos Cruz, presidente e fondatore dell’organizzazione Cauce Ciudadano, attiva contro le mafie e il narcotraffico in vari Stati messicani, per descrivere quanto accaduto giovedì scorso a Culiacán, nello Stato del Sinaloa, nel nordovest del Messico. I fatti sono noti e le immagini hanno fatto il giro del mondo: le forze dell’ordine messicane, dopo aver arrestato Ovidio Guzmán López, 28 anni, uno dei dieci figli del boss del narcotraffico El Chapo, sono state circondante e letteralmente assediate dall’esercito “parallelo”, ma molto più numeroso e potente, del Cartello di Sinaloa. Dopo ore di terrore per la guerra urbana scatenata dall’organizzazione criminale, la Guardia nazionale ha ceduto e ha lasciato libero il figlio del Chapo.

Confronto impietoso. “Vogliamo la pace e non la guerra”, ha detto il presidente Andrés Manuel López Obrador, spiegando la decisione di rinunciare all’arresto del boss. “Sarebbe meglio dire che il Cartello ha deciso di trattare ed evitare di commettere un’ulteriore strage”, prosegue Cruz nella sua analisi. Secondo l’attivista, se mettiamo a confronto Cartello di Sinaloa e Stato il confronto è impietoso, secondo vari indicatori: “Non è neppure possibile paragonare la capacità logistica, strategica, di controllo del territorio. Stiamo parlando di una delle organizzazioni criminali più forti e ramificate del mondo, che ha dimostrato prontezza d’azione e conoscenza della base sociale. Dall’altra parte abbiamo uno Stato debole, a partire dalla sua intelligence. Il Presidente dice di voler costruire la pace, ma ieri è stato imposto un modello di guerra. Dal punto di vista operativo si è vista un’incapacità enorme da parte del Governo e l’esposizione alla violenza per la popolazione del Sinaloa è stata grande”.

Cambiare strategia. Un’analisi condivisa da Fernando Ríos, segretario esecutivo della Rete nazionale degli organismi civili per i diritti umani “Todos los derechos para todos y todas” (Rete Tdt): “Questa strategia di scontro frontale si è rivelata perdente – dice al Sir –. Di fronte c’era un Cartello presente in 86 Paesi del mondo.

La prova muscolare non è stata una grande idea,

è stata messa a rischio la vita di molte persone”.
Entrambi gli attivisti sociali pensano che la strategia dello Stato debba essere ben diversa. Per Ríos:

“Servono una maggiore capacità di intelligence e di indagine, una lotta più forte al riciclaggio di denaro e alla corruzione politica.

Parliamo di uno Stato, il Sinaloa, dove sono tanti i politici coinvolti nel narcotraffico”. Conferma Cruz:

“L’unico modo per limitare questi cartelli fortissimi è quello di tagliare loro le risorse, intervenire sul loro potere finanziario. Bisogna fare questo, prima di cercare di andare a prendere i loro capi”.

Dalla diocesi l’invito alla speranza. In questo scenario, la gente appare disorientata e terrorizzata. Da parte della Chiesa emerge l’invito alla speranza, come racconta al Sir Esteban Robles, portavoce della diocesi di Culiacán, il cui ufficio stampa ha diffuso una nota. “Di fronte alla situazione di violenza – afferma il portavoce –

come Chiesa invitiamo alla preghiera per la pace, alla costruzione di strade di speranza e di una convivenza sociale. Desideriamo che le famiglie lavorino insieme, con le persone di buona volontà, per costruire strutture di pace”.

Robles confida che durante quelle drammatiche ore il vescovo, mons. Jonás Guerrero Corona, si è trovato all’esterno e ha guidato un’adorazione eucaristica, proprio mentre la gente cercava rifugio in chiesa terrorizzata. Qualcuno voleva anche dormire all’interno del tempio. Anche in questa occasione si è visto che la maggior parte della popolazione desidera la pace”. Il portavoce spiega, poi, che “si è deciso di annullare alcuni momenti ecclesiali, tra cui l’assemblea pastorale diocesana”.
La nota diffusa dalla Diocesi ribadisce i medesimi concetti. “Vogliamo passare – si legge – dal ragionevole fastidio e indignazione sociale, alla proposta e all’azione energica che possano garantire agli abitanti del Sinaloa e ai fratelli di altre realtà del nostro Paese, l’unità e la pace sociale”. La Diocesi “ringrazia sentitamente colore che con grande empatia e spirito di fede hanno accolto e aiutato molti cittadini che si trovavano in pericolo”.

La Chiesa messicana rafforzerà azioni pastorali. Ad aggiungere la sua voce è anche l’intera Chiesa messicana, al termine dell’ennesima settimana in cui si è assistito a una drammatica escalation di violenza, non solo per i fatti di Culiacán, ma anche per altri gravissimi fatti, come l’uccisione di 14 agenti di Polizia, da parte del Cartello del Jalisco, nello Stato del Michoacán, e uno scontro armato nel Guerrero, con 15 vittime.
In una nota diffusa nella tarda serata di ieri (ora italiana) dalla Conferenza episcopale messicana, il presidente della Cem, mons. Rogelio Cabrera López, arcivescovo di Monterrey, e il segretario generale, mons. Alfonso Miranda Guardiola, vescovo ausiliare di Monterrey, scrivono: “In seguito ai recenti episodi violenti a Culiacán e in altre comunità nel nostro Paese, come nel Michoacán e nel Guerrero, offriamo le nostre preghiere ed esprimiamo la nostra solidarietà alle persone ferite e alle famiglie delle vittime. Questi eventi naturalmente ci causano paura, rabbia e disperazione. Ma vogliamo passare da questi sentimenti spontanei alla riflessione e alla risposta collaborativa nella costruzione della pace”. Prosegue la nota:

“Esortiamo coloro che provocano violenza, morte e sofferenza a riconsiderare, pentirsi e convertirsi. Invitiamo le autorità a compiere uno sforzo straordinario”.

Infine, “come Chiesa cattolica, ci impegniamo a rafforzare e ad espandere ulteriormente le azioni pastorali che contribuiscono al rispetto della dignità di ogni persona, a rafforzare le famiglie, l’educazione alla pace, la giustizia sociale e ad aiutare a guarire le persone e le comunità colpite dalla violenza”.

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