Siria: scattata l’operazione turca “Fonte di pace”. Mons. Jeanbart (Aleppo): “Si rischia un massacro”

Nel pomeriggio di oggi è scattata l'operazione della Turchia contro le forze curde nel nord-est della Siria e contro i terroristi di Daesh. Erdogan l'ha chiamata "Fonte di pace" ma per l'arcivescovo greco-melkita di Aleppo, mons. Jeanbart "é  un’altra fonte di guerra di cui avremmo fatto volentieri a meno. Ora si rischia un massacro. I curdi combatteranno fino allo stremo"

“Si rischia un grande massacro con tanti morti innocenti. Provo una grande pena”. Commenta così l’arcivescovo greco-melkita, mons. Jean-Clement Jeanbart, l’avvio dell’operazione militare della Turchia contro le forze curde nel nord-est della Siria. A dare l’annuncio dell’inizio delle operazioni è stato poco fa su Twitter il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. “Le Forze armate turche – scrive il presidente Erdogan – insieme all’Esercito nazionale siriano (composto da 36 diversi gruppi di opposizione sotto l’ombrello dell’Esercito siriano libero, Fsa, ndr.), hanno appena lanciato l’operazione ‘Fonte di pace’ contro i curdi del Pkk/Ypg e i terroristi dello Stato Islamico nel nord della Siria. La missione è evitare la creazione di un corridoio del terrore lungo il nostro confine meridionale e portare pace nell’area”.

L’operazione, aggiunge in un secondo tweet il presidente turco, “neutralizzerà le minacce terroristiche rivolte alla Turchia e porterà alla creazione di una safe zone (zona sicura) per facilitare il ritorno dei rifugiati siriani nelle loro case. Rispetteremo l’integrità territoriale della Siria e libereremo le comunità locali dai terroristi”. Intanto, secondo alcune tv locali, si registrano diverse esplosioni nella località siriana di Ras al-Ayn, alla frontiera con la Turchia. Si calcola in almeno 5 mila i soldati turchi impegnati nell’operazione e 18 mila i combattenti di milizie locali dell’Esercito siriano libero (Fsa). Di questi 10 mila saranno impiegati a Ras al-Ayn e gli altri a Tal Abyad, le due postazioni frontaliere evacuate dai soldati Usa (50 unità, ndr.) su ordine di Donald Trump. Quest’ultimo, in un tweet, ha ribadito un concetto già espresso in precedenza, vale a dire che “gli Usa non avrebbero mai dovuto essere in Medio Oriente” e che “la Turchia dovrà prendere il controllo dei combattenti dell’Isis catturati e che l’Europa non ha voluto riprendere”. Le forze curde del Pkk/Ypg, già da tempo allertate, hanno annunciato “una mobilitazione generale in tutto il nord-est” appellandosi al “dovere morale di resistenza della popolazione in questo momento storico e delicato”.

Le reazioni. Dal canto suo la Siria è determinata a fronteggiare “con tutti i mezzi legittimi” quella che ha definito l’”aggressione turca”. Una fonte del ministero degli Esteri di Damasco, citata dall’agenzia di stampa ufficiale ’Sana’ ha sottolineato che la Siria “condanna nei termini più forti” le intenzioni di Ankara di lanciare un’offensiva contro le milizie curde, definendola “una flagrante violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”. La fonte ha quindi precisato che se la Turchia dovesse insistere con l’operazione sarà considerata alla stregua di un “gruppo terroristico” e perderà il suo status di Paese garante nel processo di Astana che coinvolge anche le diplomazie di Iran e Russia, con l’Onu come osservatore. Un invito alla riflessione è giunto da Vladimir Putin che dopo una telefonata al suo omologo Erdogan, ha esortato la Turchia a “non compromettere gli sforzi congiunti per risolvere la crisi siriana”. “Profonda preoccupazione” è stata espressa dal segretario generale della Lega Araba, Ahmed Abul Gheit, per il quale una terza campagna militare turca è una “violazione palese della sovranità della Siria e una grave minaccia per l’integrità territoriale” del Paese. “I piani della Turchia aprirebbero la porta a un ulteriore peggioramento della situazione umanitaria e della sicurezza in Siria – aggiunge Abul Gheit – L’incursione militare turca rischia di innescare ulteriori conflitti in Siria e di consentire al gruppo terroristico dell’Isis di rimettere insieme le sue forze nel Paese arabo colpito dal conflitto”.

“Si rischia un grande massacro con tanti morti innocenti. Provo una grande pena”.

foto SIR/Marco Calvarese

Da Aleppo, a parlare al Sir è l’arcivescovo greco-melkita, mons. Jean-Clement Jeanbart. L’eco dell’operazione turca, la terza in territorio siriano dopo quelle del 2016 e 2018, è arrivata anche nella città martire siriana. Il presidente turco Erdogan l’ha chiamata ‘Fonte di pace’ e invece, sottolinea con amarezza il presule “è un’altra fonte di guerra di cui avremmo fatto volentieri a meno. È terribile”. L’idea turca di creare una zona cuscinetto lunga quanto tutto il confine siro-turco, circa 500 km, e profonda circa 40 km, “ci preoccupa perché sarebbe un paese dentro un altro Paese”. Senza dimenticare che “questa zona occuperebbe una delle aree più ricche di risorse della Siria, acqua, petrolio, gas, campi fertili”. L’intenzione di Erdogan di “reinsediare circa 2 milioni di siriani, rifugiati in Turchia, in questa safe zone, rischia di provocare un terremoto demografico. I curdi saranno costretti a lasciare le loro terre e case creando i presupposti per tensioni interne continue. Credo che sia una cosa inumana”. Per l’arcivescovo

“ci sono i margini per arrivare ad un’intesa tra le parti così da salvaguardare le diverse richieste. Invece è stata scelta la soluzione militare. Il rischio adesso è quello di un vero e proprio massacro con tanti morti innocenti. I curdi non cederanno e combatteranno fino allo stremo. Spero che si possa tornare a dialogare per trovare una soluzione pacifica, un compromesso che garantisca la sicurezza a tutte le parti in campo”.

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