Dopo le elezioni in Israele: Benjamin Netanyahu è davvero al capolinea?

In questi anni di “pace” la classe politica ha verificato il proprio peso decrescente in questo processo di sviluppo, pur senza perdere di vista il bene più importante, l’unità del Paese e il raccordo tra istituzioni e forze armate. Ma è nel vasto terreno del sociale che si registrano crepe sempre più vistose: il disagio per gli squilibri crescenti fra ricchi e poveri, i contrasti tra la mentalità fortemente laica della grande maggioranza degli Israeliani e la forza (crescente) dei movimenti religiosi intransigenti. E la ferita aperta, per quanto la si voglia nascondere, della Palestina

Si intravvede il capolinea per l’esperienza politica di Benjamin Netanyahu al vertice dello Stato di Israele. Per la seconda volta in sei mesi le urne hanno costituito una Knesset (il Parlamento unicamerale di Gerusalemme) spaccata in due blocchi: 56 seggi per le destre – guidate, in qualche modo, da Netanyahu – e 56 per un centro sinistra che ha a capo un generale ed è sostenuto da 13 deputati arabi. La maggioranza necessaria è di 61 seggi. Il Capo dello Stato Reuven Rivlin inizia in questi giorni le consultazioni per affidare l’incarico; poi ci sarà oltre un mese di tempo per le trattative prima di presentare un nuovo governo alla Knesset per la fiducia.

Netanyahu ha fretta di rimanere al governo sia per mantenere le scelte politiche di questi anni sia, e forse soprattutto, per difendere la propria posizione personale, essendo implicato in varie iniziative giudiziarie per corruzione: procedimenti che vanno a scadenza, non a caso, in queste settimane. Ma l’aver forzato la mano indicendo le nuove elezioni non è, finora, servito a niente, perché la maggioranza assoluta rimane lontana e perché uno dei vincitori di questa tornata elettorale, Avigdor Lieberman, è divenuto l’ago della bilancia fra i due schieramenti e ha dichiarato, in apertura delle consultazioni, che non indicherà al Capo dello Stato né Netanyahu né il generale Gantz come candidato alla formazione del nuovo governo.

Subito dopo le elezioni il leader di “Beytenu” aveva indicato il “governo di unità nazionale” come unica prospettiva per uscire dall’impasse. Beytenu è il partito, staccatosi dal Likud di Netanyahu, che raccoglie soprattutto i voti degli israeliani di origine russa. La strategia di Lieberman nella prossime settimane diventa così la chiave di volta per arrivare a un nuovo governo.

Ma le elezioni di settembre hanno portato comunque importanti segnali di novità: il Likud e i partiti religiosi suoi alleati hanno perso voti, andati soprattutto verso Lieberman; e si è assistito al “risveglio” degli arabi di Israele. In genere si presta scarsa attenzione al fatto che nello “Stato ebraico” vivono, con pieni diritti di cittadinanza, 1,4 milioni di arabi, discendenti di quei palestinesi che, nel 1948, scelsero di rimanere dentro i confini disegnati dall’Onu nella spartizione della Palestina. Concentrati in Galilea (e a Tel Aviv) rappresentano oltre il 20% della popolazione. Fino ad ora la partecipazione alle elezioni per la Knesset era stata molto limitata, mentre a settembre sono andati a votare il 60% degli aventi diritto, portando in Parlamento 13 deputati della “Lista araba unita”. Questa “scoperta della politica” nasce probabilmente in reazione ai progetti avviati da Netanyahu per fare di Israele uno Stato etnico, in cui i non ebrei diventano cittadini di serie B; ma è evidente che, al momento, la presenza di un gruppo parlamentare che è il terzo per consistenza dopo il Likud e la lista Bianco-Blu di Gantz, avrà un peso rilevante. Ancora: questa partecipazione sembra indicare una rinnovata e diversa attenzione degli arabi per quello che è il loro Stato; e dunque segna anche un passo in avanti – con tutte le cautele e i distinguo possibili – verso un diverso rapporto fra le principali etnie del territorio palestinese.

Anche perché la guerra non c’è più: Israele ha vinto il confronto militare con i Palestinesi (e più in generale con il mondo arabo).

Con Egitto e Giordania la pace è stata firmata da tempo e la cooperazione regionale, ad ogni livello, prosegue intensa, anche quando non fa troppo notizia. Si pensi a “Zohr”, l’enorme giacimento di gas naturale che è stato trovato (dall’Eni) sotto il mare di Cipro, nell’angolo in cui si affacciano Israele, Gaza e l’Egitto. I progetti e i diritti di sfruttamento sono uno dei temi più interessanti per comprendere la natura complessiva dei rapporti fra Israele e (alcuni) Paesi arabi. Come ugualmente interessanti sono le varie “cooperazioni” avviate con l’Autorità Palestinese nei campi delle nuove tecnologie. Guardare un film dello scorso anno, “Tutti pazzi a Tel Aviv” aiuterebbe molto gli occidentali a capire meglio il funzionamento dei rapporti fra Israele e i Palestinesi: l’occupazione militare, la sopraffazione, i rapporti difficili ci sono tutti, ovviamente. Ma si inquadrano in un contesto forse diverso – più “normalmente quotidiano” – da come ci viene raccontato dai mass media.

Il lungo (13 anni) periodo di governo di Netanyahu non si è certo caratterizzato per il grande respiro delle visioni politiche, quanto piuttosto per la capacità di barcamenarsi senza maggioranze certe, concedendo “favori” soprattutto alle minoranze religiose ultraortodosse e ai coloni; e rivestendo questi favori con una posticcia ideologia vittimista. Il quadro internazionale sembra non aiutarlo più, visto che la partita con l’Iran, gli Stati Uniti e il mondo arabo sunnita è ben più complessa della propaganda a senso unico su cui Netanyahu può soffiare.

Ora il primo ministro uscente teme il confronto con un potere giudiziario che, in Israele, non fa sconti: un Presidente della Repubblica – Katzav – è stato incarcerato (per reati sessuali); un primo ministro – Ehud Olmert – è stato condannato per corruzione aggravata. Ma Olmert, diversamente da Netanyahu, aveva dichiarato: “Sono fiero di appartenere a uno Stato in cui un premier può essere investigato come un semplice cittadino. Un premier non può essere al di sopra della legge, ma nemmeno al di sotto. Se devo scegliere fra me, la consapevolezza di essere innocente, e il fatto che restando al mio posto possa mettere in grave imbarazzo il Paese che amo e che ho l’onore di rappresentare, non ho dubbi: mi faccio da parte perché anche il primo ministro dev’essere giudicato come gli altri”.

Per altro a Netanyahu va riconosciuto il merito di aver “accompagnato” Israele in una fase nuova della sua storia. Dal Paese dei kibbutz, nutrito di un originale e utopico socialismo, oggi Israele è una nazione all’avanguardia nella ricerca e nello sviluppo delle nuove tecnologie, soprattutto per quanto riguarda i trattamenti dell’acqua e i sistemi d’arma. Si potrebbe pensare che la vera “alleanza forte” che regge lo Stato è quella fra i militari e le varie “companies” delle tecnologie avanzate: Tel Aviv e dintorni hanno il maggior numero di imprese quotate al Nasdaq dopo gli Stati Uniti; e il tasso di investimenti in ricerca e sviluppo è il più alto del mondo.

In questi anni di “pace” la classe politica ha verificato il proprio peso decrescente in questo processo di sviluppo, pur senza perdere di vista il bene più importante, l’unità del Paese e il raccordo tra istituzioni e forze armate. Ma è nel vasto terreno del sociale che si registrano crepe sempre più vistose: il disagio per gli squilibri crescenti fra ricchi e poveri, i contrasti tra la mentalità fortemente laica della grande maggioranza degli Israeliani e la forza (crescente) dei movimenti religiosi intransigenti. E la ferita aperta, per quanto la si voglia nascondere, della Palestina.

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