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Un patrono per il Sinodo: i vescovi brasiliani chiedono al Papa che sia padre Ezechiele Ramin, comboniano ucciso in Amazzonia

Alla vigilia del Sinodo sull'Amazzonia, 200 vescovi brasiliani firmano una lettera in cui chiedono a papa Francesco di riconoscere come martire il missionario italiano comboniano Ezechiele Ramin, padovano, ucciso nel 1985, mentre era impegnato a difendere i diritti delle comunità senza terra, nella diocesi di Cacoal, nello Stato brasiliano della Rondônia. Per dom Zenildo Luiz Pereira da Silva, vescovo della prelatura di Borba, il missionario comboniano “è una figura importante per noi e per il Sinodo, per la sua testimonianza e per l’amore alla missione”.

P. Ezechiele Ramin, missionario comboniano ucciso in Amazzonia nel 1985

Un patrono per l’Amazzonia e il Sinodo che si sta per celebrare. Questa la straordinaria richiesta arrivata, da non molto, a Papa Francesco. I firmatari sono ben 200 vescovi brasiliani. Nella lettera si esprime al Papa che venga riconosciuto come martire il missionario italiano comboniano Ezechiele Ramin, padovano, ucciso nel 1985, mentre era impegnato a difendere i diritti delle comunità senza terra, nella diocesi di Cacoal, nello Stato brasiliano della Rondônia.

Nella lettera, che il Sir ha potuto leggere, i vescovi brasiliani manifestano il loro appoggio alla causa di beatificazione, giunta alla fase romana. Evidenziano la testimonianza di padre Ramin, che diede la vita per i popoli indigeni e per i senza terra, nell’ambito dell’azione ecclesiale delle Comunità di base. E il fatto che tale testimonianza si rivela ancora attuale, in uno scenario di violenza crescente. Un ulteriore aspetto sottolineato dai vescovi brasiliani firmatari della lettera è che ancora oggi è nitida nella popolazione locale la memoria di padre Ezechiele, che spesso viene invocato come intercessore e protettore delle persone più povere e perseguitati.

“Memoria viva”. Una testimonianza di questa memoria si è avuta pochi giorni fa. Più di 500 persone hanno partecipato a Rondolândia, nello Stato brasiliano del Mato Grosso, non lontano da Cacoal, alla cosiddetta Romaria, la processione e la celebrazione in memoria di padre Ramin.
Era presente anche il fratello di padre Ezechiele, Antonio. Si sono ritrovati insieme operatori pastorali, catechisti, leader impegnati nella politica e nel sociale, religiosi e religiose e il vescovo della prelatura di Borba, dom Zenildo Luiz Pereira da Silva, per il quale il missionario comboniano “è una figura importante per noi e per il Sinodo, per la sua testimonianza e per l’amore alla missione”.

“Abbiamo celebrato una memoria viva di padre Ezechiele – prosegue padre Dario Bossi, provinciale dei comboniani in Brasile -. Mai come oggi i diritti dei popoli indigeni sono minacciati, la terra disputata viene saccheggiata, e la foresta distrutta e rasa al suolo da parte di chi vuole appropriarsi di queste terre. Ezechiele ancora vive nella resistenza delle comunità, nelle decine di progetti di agro-ecologia e di educazione che sono nati con il suo nome”.

A rafforzare queste parole, i numeri diffusi pochi giorni fa dall’Inpe, l’Istituto nazionale di ricerche spaziali, secondo il quale dall’inizio dell’anno a oggi sono andati perduti 3.700 Kmq di foresta, con un aumento superiore al 100% rispetto al 2018. E secondo la Commissione per la pastorale della terra (Cpt) della Chiesa brasiliana, nel 2018 sono state circa un milione le persone coinvolte nei conflitti per la terra (per l’esattezza 960.630), con un aumento del 35% rispetto al 2017.

Tessitore di comunione e precursore del Sinodo. Ma perché, con un numero così grande di persone uccise, l’attenzione si concentra oggi su padre Ezechiele Ramin? Il Sir ha cercato di capirlo ascoltando due testimoni privilegiati.

Padre Arnaldo Baritussio, comboniano, è il postulatore della causa di beatificazione. E se da una parte mantiene una giusta prudenza sull’andamento della causa (“Ci sono dei tempi da rispettare”, dice, “si tratta di provare che è stato ucciso violentemente in quanto sacerdote, che volevano colpire la sua fede”), dall’altra mette in evidenza alcune caratteristiche di padre Ezechiele e del suo martirio. In particolare, “la sua capacità di unire e di creare comunione. In quegli anni, spesso, non correva buon sangue tra gli indigeni confinati nelle riserve e i cercatori di terra, i piccoli proprietari scacciati dai latifondisti. Padre Ezechiele ebbe l’intuizione che solo insieme, indigeni e contadini sem terra avrebbero potuto migliorare la loro situazione. Ha messo nella testa di queste persone la necessità della convivenza nella diversità. Un frutto duraturo, che lo rende precursore del Sinodo”.

 

Prosegue il postulatore: “Ha portato avanti un aspetto specifico del Regno di Dio, in un tempo molto breve, dato che era giunto a Cacoal poco più di un anno prima di essere ucciso. Ha iniettato vangelo nelle vene delle persone. Era fautore della Chiesa ministeriale, in cui il servizio al Vangelo forma i rapporti sociali e personali. Nella sua azione ebbe sempre come riferimento la Chiesa locale, era una persona creativa ma rimase fedele ad essa. Dagli indigeni è stato percepito come ‘uno di loro’ e dopo la sua morte lo ha accompagnato una grossa fama”.

 

Un segnale grandissimo. Particolarmente intensa la testimonianza di suor Antonietta Papa, oggi superiora generale delle Figlie di Maria missionarie, che quando padre Ezechiele fu ucciso era con lui in missione. “Ero segretaria del vescovo, quella sera lo aspettavo. Gli avevo raccomandato di non fare tardi e di non svegliare il vescovo, quando arrivava. Alle 4 di mattina suonò il telefono, gli mandai tante di quelle maledizioni… E invece ci avvisavano di quello che era successo. Il giorno dopo ero presente quando hanno srotolato l’amaca che conteneva il suo corpo crivellato dai proiettili”. A distanza di tanti anni, suor Antonietta ricorda: “Gli anni Ottanta furono molto significativi in Brasile, ci concentrarono tante lotte, c’era un grande fermento, nacquero gli organismi pastorali in difesa di indigeni e sem terra. Padre Ezechiele era giovane ma aveva già vissuto delle esperienze in Messico e negli Stati Uniti, capì subito che bisognava unire i vari mondi che in quel momento lottavano”.

Perché è stato ucciso? “Perché, come si dice in Brasile, ‘ha dato un nome alle cose’.

Ricordo che una volta, durante una riunione, ci lesse il testo di una sua omelia, faceva nomi e cognomi… ‘Non puoi dire queste cose’, gli dicemmo preoccupati”.

Per la religiosa la sua beatificazione sarebbe un segnale grandissimo: “Prenderebbe con sé tutte le vittime dell’Amazzonia, basti pensare che tutti coloro che all’epoca collaboravano con lui sono stati poi uccisi”.

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