Strage di migranti nel centro di detenzione di Tajoura in Libia. Le organizzazioni, “aprire corridoi umanitari europei”

Almeno 40 i morti e decine di feriti sono le vittime dei due attacchi aerei che la scorsa notte hanno colpito una parte del centro di detenzione per migranti illegali di Tajoura, alla periferia di Tripoli, che ospitava 120 persone. La testimonianza al Sir di Bruno Neri,  responsabile dei progetti di Terre des hommes in Libia, e le voci delle organizzazioni della società civile

Due bombardamenti aerei nella notte, almeno 40 morti e decine di feriti. Sono tutti migranti africani sub-sahariani reclusi nel centro di detenzione governativo di Tajoura, nei dintorni di Tripoli. Almeno 120 persone erano nell’hangar colpito dalle forze aeree del generale Khalifa Haftar, che controlla gran parte dell’est e del sud della Libia e da mesi sta sferrando attacchi contro il governo del presidente Fayez al-Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale. Ancora una volta i migranti, impossibilitati a fuggire da Tripoli come stanno invece facendo 100.000 libici sfollati in altre zone del Paese o in Tunisia, sono le prime vittime inermi di un conflitto che sembra non trovare una via d’uscita. La proposta di molte organizzazioni della società civile è la realizzazione di corridoi umanitari europei dalla Libia per 50.000 persone. “Stiamo cercando di capire se ci sono donne e bambini tra le vittime”, dice al Sir Bruno Neri,  responsabile dei progetti di Terre des hommes in Libia. L’organizzazione a tutela dei bambini è presente da un anno in Libia con una quindicina di operatori, ma le condizioni di lavoro e sicurezza sono sempre più difficili e cambiano in continuazione. Al momento Terre des hommes opera nei campi 1 e 2 per sfollati interni di Alfallah, che danno rifugio a oltre 1.300 civili libici, offrendo protezione e supporto psicosociale ai minori migranti con spazi a misura di bambini e con attività analoghe nel campo di detenzione migranti e rifugiati di Zuwaia, sempre a Tripoli. E sta cercando di aprire attività anche a Misurata e Sirte, in aiuto a migranti e sfollati libici, con priorità ai bambini e alle donne.

“Migranti usati come strumento politico”. “Proviamo un senso di grande impotenza, rabbia e angoscia, perché i migranti vengono usati come strumento politico e target umano e non si vede una soluzione. In Libia molti pensano che sia stato un atto di ritorsione del generale Haftar contro l’Italia, a causa dell’incontro segreto tra il presidente Fayez al-Sarraj e il ministro dell’interno Matteo Salvini”, afferma Neri.

“I nostri operatori erano stati a Tajoura, che ospitava 610 persone, per pianificare un intervento diretto a donne e bambini lattanti rinchiusi nel centro. Ma non abbiamo fatto in tempo ad aiutarli”.

“Cerchiamo di fornire supporto alimentare e psico-sociale e di migliorare le condizioni di salute, in collaborazione con Medici senza frontiere. Non è stato facile entrare, le condizioni erano quelle di tutti i centri, con centinaia di persone rinchiuse in grandi capannoni: le donne con i bambini da una parte, gli uomini da un’altra”. Neri ricorda che “sono più di 100.000 gli sfollati libici a causa del conflitto ma nessuno ne parla: vivono in campi affollati, nelle scuole, in case private. I più ricchi fuggono a Misurata e Sirte, in Tunisia o all’estero”. Terre des hommes sta realizzando, insieme a Mediterranean Hope – Programma rifugiati e migranti della Federazione chiese evangeliche in Italia (Fcei), anche un programma per permettere a 10 bambini libici con patologie gravi di ricevere cure in strutture specializzate in Libia, Tunisia e Italia. Alcuni saranno operati al cuore all’ospedale pediatrico Gaslini di Genova. “Auspichiamo l’avvio immediato dei corridoi umanitari, a cui siamo pronti ad aderire, per i migranti più vulnerabili come minori e donne incinte, evitando così le morti in mare, il traffico di essere umani ed i respingimenti verso le coste libiche – conclude -. Chiediamo che i migranti sopravvissuti al bombardamento vengano al più presto evacuati in luoghi sicuri in Libia”.

“Libia non è porto sicuro. Aprire corridoi umanitari”. “L’attacco al centro di detenzione di migranti in Libia impone un intervento umanitario che da tempo segnaliamo come urgente e prioritario: l’apertura di un corridoio umanitario europeo dalla Libia”, conferma Paolo Naso, coordinatore di Mediterranean hope.  Anche padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, esprime “profondo dolore” per la morte e il ferimento di tante persone:
“Volevamo la prova che la Libia non fosse un porto sicuro ora l’abbiamo, una prova pagata a prezzo di decine di vite umane in un centro di detenzione che non doveva essere lì, nel quale non dovevano esserci migranti”.
“A fianco alle vittime del conflitto che si sta consumando in Libia dobbiamo contare anche queste – prosegue -. Concediamoci un tempo per piangerle, forse siamo ancora in tempo per tornare indietro dalle nostre ottuse ed egoistiche logiche da fortezza Europa”. Stesso concetto viene ribadito dai missionari Scalabriniani, presenti sul campo in Europa ed Africa: “la Libia non è un porto e un posto sicuro, per nessuno; a fronte della situazione critica delle migliaia di migranti presenti nei centri detentivi in Libia servono urgenti corridoi umanitari”. Gli Scalabriniani criticano inoltre le parole tardive del ministro degli esteri italiano Enzo Moavero Milanesi, che ha chiesto di “garantire la sicurezza dei migranti”: “Essa suona per lo meno incoerente dopo gli ultimi ed ennesimi avvenimenti occorsi attorno alle coste di Lampedusa che hanno mostrato un’azione miope e in violazione del diritto internazionale da parte del governo italiano”.

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