This content is available in English

Tra Usa e Messico, al confine delle esistenze spezzate e delle vite salvate

Che cosa si sta vivendo realmente al confine tra Usa e Messico? All'indomani della tragedia che ha visto morire un giovane padre con la sua bambina e una madre con i suoi figli, un reportage da Brownsville e McAllen (Texas), dove la Chiesa accoglie i profughi

(Foto: AFP/SIR)

(da New York) Appena un chilometro separava i corpi di Oscar Ramirez e della piccola Valeria da uno dei centri di accoglienza situati a pochi metri dal ponte che collega le anse del Rio Grande in Texas. Appena un chilometro per una doccia, un pasto, il biglietto di un autobus diretto da un parente e da un amico.

Oscar e Valeria potevano essere tra quei 500 che quotidianamente sister Norma accoglie in una casa dalle porte sempre aperte, le cui pareti hanno visto risuonare negli ultimi cinque anni le vite di oltre 150mila migranti.

E invece questo giovane papà e la piccola bimba, aggrappata al suo collo, non ce l’hanno fatta e sono morti trascinati dalla corrente di un fiume che già in aprile aveva inghiottito i corpi di altri tre bambini e di un adulto. Queste nuove vittime si aggiungono alle 283 morte lungo le duemila miglia che separano il confine Usa dal Messico, ma la foto che li ha immortalati ha impresso anche il biasimo e la riprovazione per politiche migratorie sempre più restrittive e inique, dove

le persone, spogliate di ogni diritto e dignità, diventano pedine di giochi politici incuranti delle molteplici esistenze spezzate al confine, tra un futuro atteso e un passato troppo pesante.

Domenica una mamma e due bambini erano stati trovati morti per l’eccesso di calura, proprio in uno degli attraversamenti illegali in Texas ed è sempre il caldo ad aver ucciso, lunedì, un ragazzo di appena 12 in Arizona, anche lui impegnato a scavalcare una barriera quotidianamente presa d’assalto da decine di storie di fuga da violenza e miseria. Se Oscar e Valeria avessero attraversato quel ponte si sarebbero trovati a Brownsville, la città dove il vescovo Daniel E. Flores conosce quei sei bambini che in meno di un anno hanno perso la vita mentre si trovavano in regime di custodia presso le strutture governative del confine meridionale. Monsignor Flores continua a parlare forte ed agire a favore di queste vite che la sua diocesi si trova ad ospitare. Il vescovo ha visto trasformare la migrazione verso gli Usa, in pochissimi anni, poiché agli uomini in cerca di lavoro si sono sostituite donne con bambini e intere famiglie: “i più vulnerabili” durante un viaggio pericoloso e non esente da rischi mortali.

“I governi non dovrebbero trattare gli immigrati come pedine, come i pezzi di una scacchiera”, ha ribadito Flores, precisando che quando si tratta della dignità degli immigrati, non parliamo di criminali, ma di famiglie vulnerabili e dobbiamo invitare tutti i governi coinvolti, non solo gli Stati Uniti, nella difesa del migrante come essere umano”. Il vescovo sta lavorando senza sosta al progetto di un nuovo edificio, tra le città di Brownsville e McAllen, che dovrebbe accogliere i migranti in modo dignitoso. “Vogliamo un posto sicuro per le famiglie, dove possano godersi reciprocamente e attendere i propri parenti”, commenta il vescovo che vede in questa struttura anche uno spazio per giocare a calcio, in modo da riportare alla memoria dei bambini “una vita normale, perché ciò che hanno vissuto è fuori da qualunque normalità e poi anche i poveri meritano qualcosa di bello”. E’ sulla scia di questo agire che si inserisce l’esperienza di suor Norma Pimentel che, nel giugno del 2014, ha chiesto in prestito, al parroco della chiesa del Sacro Cuore a McAllen, la sala parrocchiale per alcuni giorni. Non avrebbe potuto immaginare che nei cinque anni successivi quella missione non si sarebbe mai fermata raggiungendo numeri a cinque zeri. E se in questi ultimi tempi, dopo l’accordo tra Messico e Usa sui controlli dei confini, i numeri sono leggermente calati, il centro continua ad essere operativo grazie ad una rete invidiabile di volontari, che oltre alla zuppa sono riusciti a preparare oltre 400mila panini per tutti i migranti che riprendevano il loro viaggio. Questa generosità spontanea e naturale si accompagna alla decisione di una comunità, di vivere “l’accogliere lo straniero” suggerito dal Vangelo. Questa concretezza ha radunato una comunità ecumenica dove sono inseriti la Georgetown University che sta lavorando al progetto di edificazione, la Hispanic Heritage Foundation, la Meadow Foundation, l’Esercito della Salvezza, la sinagoga ebraica, i Santi degli Ultimi Giorni, metodisti e luterani. Tuttavia, per suor Norma, “non sono stati fatti abbastanza progressi per trovare una soluzione umana che affronti le cause profonde di questa crisi”. E dello stesso parere sono i vescovi americani che nell’ultimo comunicato stampa, a seguito della morte di Oscar e Valeria, hanno condannato duramente il governo federale e le politiche migratorie attuate, senza dimenticare l’indifferenza sotto i cui occhi si sta consumando una tragedia. Intanto suor Norma si prepara ad un nuovo trasloco, il quarto, perché parecchi vicini si sono lamentati degli ospiti. Tuttavia, è stato raggiunto un accordo tra la città e le organizzazioni cattoliche per tornare in centro città e usufruire di un vecchio magazzino vicino alla stazione degli autobus, in modo da consentire gli spostamenti dei migranti. La missione di accoglienza continua senza sosta soprattutto nell’arruolamento di nuovi volontari a cui suor Norma ripete: “Vieni e non aver paura. Vieni a far parte di un lavoro unico e cioè ripristinare la dignità dell’uomo”.

Altri articoli in Mondo

Mondo