Venezuela: violenza alla frontiera per bloccare gli aiuti. Mons. González: “Pretesto per eliminare leader politici e sociali scomodi al Governo”

Al confine con il Brasile, la repressione cieca ha colpito soprattutto gli indigeni pemónes. A raccontarlo è un vescovo, il vicario apostolico del Caroní, mons. Felipe González: “È stato fatto un forte uso della forza, una cosa assurda. Tra venerdì e sabato sono morte varie persone, non ci sono cifre ufficiali, ma all’ospedale sarebbero stati contati dieci cadaveri. I membri della Guardia nazionale tiravano pietre, gas lacrimogeni, sparavano lungo le strade anche verso chi non c’entrava niente”

“Li abbiamo visti lanciare pietre, lacrimogeni, sparare a ragazzi completamente disarmati, a donne che manifestavano pacificamente, qui nessuno vuole la guerra, nessuno vuole spargimento di sangue, quello che è successo non ha alcuna spiegazione logica”. Ha la voce rotta dall’emozione ed è ancora scosso, per quello che è accaduto sabato, padre Esteban Galves, parroco della Madonna di Lourdes, a Ureña, al confine tra Venezuela e Colombia. E’ una delle voci dalla frontiera che il Sir ha raccolto, per testimoniare la folle violenza messa in atto sabato scorso dalle forze fedeli a Maduro.
A migliaia di chilometri di distanza, dalla parte opposta del Paese, al confine con il Brasile, la repressione cieca ha colpito soprattutto gli indigeni pemónes. A raccontare, in questo caso, è un vescovo, il vicario apostolico del Caroní, mons. Felipe González:

“È stato fatto un forte uso della forza, una cosa assurda. Tra venerdì e sabato sono morte varie persone, non ci sono cifre ufficiali, ma all’ospedale sarebbero stati contati dieci cadaveri. I membri della Guardia nazionale tiravano pietre, gas lacrimogeni, sparavano lungo le strade anche verso chi non c’entrava niente”.

Come è noto, nello scorso fine settimana, l’epicentro delle manifestazioni in Venezuela si è spostato da Caracas e dalle principali città centrali alle periferie del Paese: a ovest nel Táchira, in particolare nelle città di Ureña e San Antonio del Táchira; a sudest nel Bolívar e soprattutto nella città di Santa Elena di Guairen, a 15 chilometri dal Brasile. Dagli Stati confinanti dovevano arrivare gli attesi aiuti internazionali, centinaia di migliaia di persone erano convenute, soprattutto al confine per la Colombia. Ma il blocco delle milizie rimaste fedeli a Maduro è stato inesorabile, così come sanguinosa è stata la repressione.

“Milizie formate da carcerati, paramilitari e guerriglieri”. Torniamo alla frontiera colombiana e al racconto di padre Esteban: “Lungo il ponte Francisco de Paula Santander quattro camion procedevano lentamente, una deputata dell’Assemblea nazionale camminava davanti a essi. Poi sono intervenuti i ‘colectivos’ e la Policia Nacional. Le uniformi erano indossate da civili, da persone fatte uscire dal carcere, da guerriglieri colombiani dell’Eln e dissidenti delle Farc. Hanno sequestrato un camion e bruciato gli altri. Uno era pieno di medicine, i volontari sono riusciti a mettere al sicuro il contenuto dell’ultimo camion”.
Sempre da Ureña arriva la testimonianza di un’altra persona, che gode di autorevolezza a livello comunitario e preferisce restare anonima: “Sabato sono arrivate persone da tutto il Paese, hanno manifestato pacificamente, fino a che la situazione non si è fatta tesa”.

Anche da questa fonte arriva la conferma sulla provenienza mista delle persone in uniforme; carcerati, paramilitari, guerriglieri.

Una giornalista venezuelana, Carmen Victoria Inojosa, si trovava a Cúcuta, in Colombia, e ha visto i camion partire: “Quando hanno acceso i motori c’è stata una grande emozione. I volontari spargevano petali lungo il percorso”. Pochi attimi dopo, solo armi e fuoco: “I feriti sono 285, 37 hanno avuto bisogno di cure ospedaliere, 8 persone hanno perso la vista”, aggiunge la giornalista.

Preoccupazione viene espressa dalle fonti del Sir anche per la chiusura della frontiera tra Venezuela e Colombia, che prosegue anche dopo la giornata di sabato: “Ogni giorno il confine è attraversato da 50mila persone. 4mila vengono sfamate dalla mensa della diocesi di Cúcuta. Cibo e medicine si trovano (a un prezzo folle vista l’impressionante inflazione del Venezuela, ndr) solo in Colombia. Ci sono perfino ragazzi che frequentano la scuola in Colombia”.

Dalle parrocchie consolazione e aiuto solidale. Fondamentale, in queste circostanze, l’opera delle parrocchie frontaliere, sia per dare conforto che per aiutare i bisognosi. “La nostra attenzione è per i più anziani e bisognosi – dice padre Esteban -, attraverso una ‘olla comunitaria’, una mensa allestita in parrocchia. E poi è centrale la pastorale della consolazione, che ci può venire solo da Dio. E

gli stenti della popolazione sono i nostri, anche noi preti restiamo senza rete internet, senz’acqua, senza gas.

Preghiamo e chiediamo le preghiere di tutto il mondo, non lasciateci soli”.
Sabato scorso, poi, in un’altra chiesa parrocchiale vicina alla frontiera, si è tenuta un’adorazione eucaristica. Le porte del tempio sono rimaste aperte, fino a quando hanno dovuto essere precipitosamente chiuse per l’arrivo delle milizie armate. E domenica il parroco, racconta la nostra fonte, “ha cercando di dare coraggio alle persone, perché continuino a camminare cercando la pace e la libertà”.

Violenza contro gli indigeni. Torniamo alla frontiera con il Brasile e a mons. González, che prosegue raccontando la repressione verso gli indigeni: “Si tratta di gente pacifica, che fino all’altro giorno non conosceva l’uso dei gas lacrimogeni. Anche qui c’era attesa per gli aiuti, anche se a dire il vero in questa zona del paese sono meno necessari rispetto alle grandi città, è facile reperire in Brasile quello di cui c’è bisogno.

L’impressione è che il blocco degli aiuti, qui, sia stato un pretesto per cercare di eliminare leader politici e sociali scomodi per il Governo,

c’è da dire che solo due comunità su venti hanno appoggiato l’arrivo degli aiuti”. Anche in questo caso non sono mancati “volti strani” e “probabili infiltrati” nella guardia nazionale: “Sabato sono arrivati venti autobus e hanno scaricato tutti questi uomini in uniforme. Ho cercato di parlare con il loro capitano, l’incontro è stato rispettoso ma non c’è stata possibilità di dialogo. Ma, ripeto, non credo che gli aiuti fossero la vera causa di tutta questa mobilitazione, si è cercato di mettere a tacere le voci dissenzienti”.

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