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70° della Dichiarazione universale dei diritti umani. Mons. Auza (nunzio Onu): “Le sfide della universalità, obiettività e unità”

Al centro del confronto, le sfide e i rischi con cui i 30 articoli si devono costantemente misurare, soprattutto quando gli attori in campo cercano di modificarne il significato e il raggio di azione a seconda degli scopi da soddisfare, incuranti delle conseguenze. Il discorso di indirizzo preparato dal nunzio apostolico mons. Bernardito Auza e letto da mons. Grysa, suo vice, poiché il nunzio si trovava alla conferenza sui cambiamenti climatici, ha voluto evidenziare tre presupposti fondamentali nella Dichiarazione che oggi risultano particolarmente sotto pressione: l’universalità, l’obiettività, l’unità

“I diritti umani e la Dichiarazione universale in particolare, non sono destinati ad essere usati come armi per far avanzare ordini politici, economici, militari o culturali contrari ai diritti umani fondamentali”. È questa la convinzione che ha guidato la Missione della Santa Sede presso l’Onu di New York nel dibattito con cui si è voluto inaugurare le celebrazioni del 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Al centro del confronto, le sfide e i rischi con cui i 30 articoli si devono costantemente misurare, soprattutto quando gli attori in campo cercano di modificarne il significato e il raggio di azione a seconda degli scopi da soddisfare, incuranti delle conseguenze. Il discorso di indirizzo preparato dal nunzio apostolico mons. Bernardito Auza e letto da mons. Grysa, suo vice, poiché il nunzio si trovava alla conferenza sui cambiamenti climatici, ha voluto evidenziare tre presupposti fondamentali nella Dichiarazione che oggi risultano particolarmente sotto pressione: l’universalità, l’obiettività, l’unità.
“L’universalità è sfidata dall’idea che la Dichiarazione non formuli diritti validi in ogni epoca, luogo e cultura, ma sia frutto di idee occidentali e quindi l’etica che contengono è relativa ad un contesto e a gruppi che di fatto violano altri diritti”, spiega mons. Auza.

L’obiettività, invece, è messa in crisi da intese soggettivistiche o relativistiche che “eccedono nell’uso della parola diritto e trascurano la parola umano che ne è il presupposto, così che si discute sull’esistenza di una natura oggettivamente condivisa da tutti i membri della razza umana che ne determina la loro umanità” e si frammenta per sfruttare.

Infine, l’unitarietà della Dichiarazione “non va letta come un menù di diritti da cui scelgo quelli che soddisfano un interesse nazionale o particolare”, perché per la missione della Santa Sede “se un diritto diventa optionale e non legato ad altri, dopo si rischia di far accadere di tutto”.

Inquitudini sul futuro della Dichiarazione sono state espresse da Michael Farris, presidente e direttore esecutivo dell’Alleanza internazionale per la difesa della libertà. Farris si è focalizzato sul riconoscimento di nuovi diritti all’interno della Carta, i quali ne stanno ridisegnando l’immagine rendendola “totalmente incompatibile con quella originale” e molto fragile sul piano internazionale. Un esempio citato è la recente approvazione di un commento all’articolo 6 sul diritto alla vita, nel quale si sottolinea che il diritto alla vita non si può separato dal diritto all’aborto e all’eutanasia. Si ricorda poi quando nel 2014 il Comitato sui diritti dell’infanzia stabilì che il diritto alla vita non poteva applicarsi ai non nati e venne chiesto alla Santa Sede di emendare il diritto canonico relativo all’aborto “al fine di identificare le circostanze in cui i servizi di accesso all’aborto possano essere autorizzati”.

È stato compito dell’ex ambasciatrice Usa presso il Vaticano, Mary Anne Glendon, ritornare alle radici storiche e al contesto che incoraggiò

la nascita della dichiarazione, che pur “legalmente non vincolante si è rivelata moralmente giudicante poiché ha sfidato l’idea che la sovranità fosse lo scudo dietro cui gli Stati potevano mascherare le angherie sulla loro gente”.

Glendon elogia gli autori di questa impalcatura valoriale spiegando che pur restando aperte tante domande sul progetto dei diritti umani, restano validi i principi di universalità, dove tutti possono riconoscersi anche se questo non suppone l’omegeneità poiché culture diverse danno pesi diversi al diritto. Il principio di sussidiarietà chiede che ci sia un discernimento comunitario per l’attuazione a più livelli dei diritti umani e quindi la palla passa ai cittadini, attori nelle leggi e nelle istituzioni che li governano.

La difesa del diritto alla vita e alla libertà religiosa è stato è stato uno dei nodi cruciali dell’intervento di Robert George, docente di diritto a Princeton e direttore di diversi istituti che lavorano sul rapporto tra istituzioni e idealità. “La religione è un aspetto irriducibile della realizzazione umana e va considerato un bene umano fondamentale – ha ribadito George -.

La giusta relazione con il divino implicita in una religione consente alla persona di ordinare la propria vita e di partecipare di una comunità che condivide quei valori.

E una fede è libera quando suppone il rispetto della persona e per questo è un diritto da salvaguardare anche da un punto di vista razionale”. Il professore ha citato anche Martin Luther King come esempio di persona che, forte della sua fede, ha saputo anche ribellarsi a leggi ritenute inique e in contraddizione con il suo credo.

“Chi controlla i controllori dei diritti umani?”. O, ancora, “l’istituzionalizzazione dei diritti umani attraverso commissioni ed agenzie è stato un successo o al contrario ha reso inefficace il loro lavoro allontanandoli dalla gente?”. Paolo Carozza, docente di legge all’università di Notre Dame e direttore dell’istituto di studi internazionali Kellogg provoca i presenti sul “lato oscuro” e sui limiti delle istituzioni di salvaguardia dei diritti umani, talvolta “impantanate in processi lontanamente rappresentativi della vastità delle società o dominate da un piccolo numero di gruppi ideologicamente orientati o da una burocrazia permanente dei corpi istituiti”. Carozza offre alcune proposte di soluzione che si focalizzano sul rafforzamento dello stato di diritto interno, della democrazia e delle istituzioni; sul necessario pluralismo, sulla incondizionata trasparenza e sul ruolo ineludibile della politica perchè “la politica non ci salverà, ma senza la politica non c’è vita comune” e i populismi potrebbero avere l’ultima parola.

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