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Dialogo in terra di Islam. Fr. Jean Druel (Ideo del Cairo): “Siamo diversi ma non per questo nemici”

Due anni fa il viaggio di Papa Francesco al Cairo e l’incontro con il Grand Imam di al-Azhar Ahmad Muhammad al-Tayyib. Da allora, gli abbracci e le udienze si sono moltiplicati ma sul campo ci sono loro, i domenicani dell’Ideo, a tessere ogni giorno il delicato filo del dialogo e dei rapporti con al-Azhar. È la loro missione in questa terra di islam. Fr. Druel: “La buona notizia è che Papa Francesco ha lanciato al mondo cristiano un messaggio simbolico molto forte: noi non siamo in guerra con i musulmani”

(dal Cairo) 300mila studenti, 17mila stranieri, oltre 70 facoltà (per donne e uomini, separate), 6 facoltà teologiche al Cairo, una ventina in tutto l’Egitto. Sono i numeri dell’Università al-Azhar. Una struttura sterminata e complessa, abitata da salafisti, fratelli musulmani, sufi e liberali (non praticanti). Nelle sue scuole primarie e secondarie sparse in tutto il Paese, al-Azhar può contare su un bacino di 2 milioni di studenti e 10mila istituti. Non sono madras, né scuole coraniche ma luoghi di studio dove l’insegnamento è religioso, classico e soprattutto gratuito. È qui, in questo mondo sconfinato, che nell’aprile del 2017 Papa Francesco ha bussato alla porta. Da allora le relazioni tra la Santa Sede e al-Azhar sono riprese dopo anni di gelo e chiusura. Sono seguiti incontri anche a Roma tra il Papa e il Grand Imam Ahmad Muhammad al-Tayyib. E a tessere le fila di questo delicatissimo dialogo, al Cairo, sono i frati domenicani con l’Istituto domenicano di studi orientali (Ideo). Il cuore pulsante del centro è una biblioteca immensa, moderna e curata. Un vero e proprio gioiello di cultura e storia, araba e musulmana, dove sono custoditi 150mila volumi e 1.800 titoli di riviste specialistiche. A dirigerlo è fr. Jean Druel. Siamo andati a incontrarlo.

Come è cambiato con Papa Francesco il rapporto della Chiesa cattolica con al-Azhar?
In questo rapporto entrano 4 attori e ciascuno ha la propria agenda. Il primo è ovviamente Papa Francesco: il suo obiettivo è lottare contro l’islamofobia in ambiente cristiano e mostrare ai cattolici che non siamo in guerra con i musulmani. L’altro attore è il capo di al-Azhar, Ahmad Muhammad al-Tayyib. Il suo scopo è convincere i musulmani del mondo intero che è lui il Papa dell’Islam. Il terzo attore è il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso: il loro obbiettivo è arrivare a riflettere insieme ai musulmani sulle cause della violenza religiosa insita nei testi sacri con l’intenzione di identificarli, analizzarli e lavorarci sopra.

Il quarto protagonista è l’Egitto e al-Sisi che ha un estremo bisogno di dimostrare che è un Paese sicuro e che i turisti possono tranquillamente venire a visitarlo.

Tra i tanti protagonisti in gioco, qual è, se c’è, la buona notizia?
La buona notizia è che Francesco ha lanciato al mondo cristiano un messaggio simbolico molto forte: noi non siamo in guerra con i musulmani. È importante perché se il Papa o i cattolici o i cristiani, in generale, pensano che i musulmani siano dei nemici, questa convinzione complica tutto il lavoro di incontro e conoscenza che si fa sul terreno. Il problema è che per i musulmani non è così. Innanzitutto perché al-Tayyib non è il Papa dell’Islam. Pertanto se sono musulmano e vedo al-Tayyib con Francesco, quelle immagini mi lasciano totalmente indifferente.

(Foto Vatican Media/SIR)

Se dunque tutti hanno obiettivi e punti di vista diversi, su quale terreno di dialogo è possibile incontrarsi?
In realtà i terreni del dialogo sono molti e ciascuno ha obiettivi e interlocutori diversi. Il primo è il dialogo simbolico, quello che stanno facendo Francesco e al-Tayyib. È un dialogo che non ha contenuto ma ha una valenza simbolica molto forte, una grandissima visibilità e quindi un impatto positivo sull’opinione pubblica, almeno cristiana ed europea. Un secondo dialogo è quello che fanno gli intellettuali: non è visibile, ma è estremamente ricco di contenuto intellettuale e teologico e come tale dà sostanza all’incontro. Ci sono poi i dialoghi dei progetti in comune (quello che portano avanti per esempio la Sant’Egidio e i Focolari), il dialogo dell’amicizia e quello che si sviluppa nelle coppie miste. Esiste poi un tipo di dialogo che è falso ed è quello che io chiamo il “dialogo del vicinato”.

Perché falso?

È quando ho un vicinato musulmano, una chiesa a fianco di una moschea, una famiglia nel mio condominio (situazioni che sono divenute molto comuni nelle nostre città europee), ma le persone non si parlano. Ci si scambiano i dolci o gli auguri nelle rispettive festività,

ma in realtà non si conosce nulla dell’altro.

La conseguenza è che sempre più spesso si sente dire che il dialogo non serve a nulla. Ma io chiedo: tu cosa fai per dialogare? Hai dei vicini musulmani sulla tua stessa strada di casa. Hai mai provato a parlarci? Sei pronto a mettere in discussione i tuoi cliché per andare a conoscere chi sono veramente i tuoi interlocutori?

Con un Islam così vasto e complesso, come si fa a dialogare?
Il dialogo spesso è attraversato da un malinteso: si vuole che le persone siano differenti, ma

in realtà cerchiamo e dialoghiamo con chi ci assomiglia di più.

Con chi ha la stessa tradizione interpretativa e critica del mondo. Ma non è così. Il modo dei musulmani di leggere il Corano, per esempio, è profondamente diverso dal modo in cui il cristiano legge la Bibbia e non posso pretendere che questi due modi diventano uguali.

Da una parte c’è una lettura letterale del Corano, dall’altra una interpretazione storica o critica della Bibbia. Come conciliare questi due approcci?
La lettura univoca è quando si pensa che l’unicità di Dio debba riflettersi nella unicità della lettura dei testi, della comunità, del pensiero, della vita. È quello che fanno i fondamentalisti, e ciò accade in tutte le tradizioni religiose. Ma – mi diceva recentemente un musulmano – Dio è talmente infinito che è impossibile definirlo in modo univoco. Il suo infinito si manifesta nell’infinito di approcci e sensibilità.

Come superare il rischio del fondamentalismo?

Bisogna insegnare ad amare la diversità.

Le persone hanno paura del diverso. Certamente è rassicurante vivere e dialogare con chi ci assomiglia. Ma se riusciamo a far gustare la bellezza e la ricchezza della diversità, la strada che conduce all’incontro è già battuta. C’è un altro malinteso sul dialogo interreligioso: qualcuno pensa e dice che lo scopo del dialogo sia trovare ciò che ci accomuna. In realtà il dialogo interreligioso nasce quando si rilevano le differenze e si imparano a conoscerle senza paura e ad amarle. E poi c’è la pigrizia intellettuale. Tutti aspettano che il Papa e al-Tayyib regolino i problemi che ci sono nelle relazioni tra musulmani e cristiani. Ma la vera domanda è: cosa faccio io per il dialogo?

Tutti siamo protagonisti di questa nuova pagina di storia. Ciascuno la costruisce, agendo al suo livello.

Si può essere cristiani senza dialogo?
Dio incarnandosi ha scelto di entrare in dialogo con l’umanità. Essere cristiani senza dialogare è essere farisei. Ciò che la Chiesa deve fare oggi è ciò che Cristo ha fatto con la storia: è uscito dalla sua eternità per andare incontro all’uomo e al tempo. L’evangelizzazione oggi è dialogo. Se non è così, diventiamo tutti solo dei grandi consumatori di cristianesimo.

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