Violenza contro le donne. La Convenzione di Istanbul per “eliminare l’inferiorità e la subordinazione”

"Dietro alla violenza c’è una struttura mentale che fa della donna una facile preda: nella mente di molti è quasi normale, perché ha un ruolo considerato inferiore, a volte da lei stessa, nella società, nella famiglia e nella coppia” dice al Sir Claudia Luciani, che per il Consiglio d’Europa è responsabile del Direttorato della governance democratica e dell’antidiscriminazione. I dati sulla vastità del fenomeno a livello europeo non si conoscono perché “la situazione è sempre estremamente complessa”

A quante di noi donne è capitato su un autobus troppo affollato di sentirsi toccare da mani non gradite, riuscendo solo a trangugiare fastidio e imbarazzo, oppure raccogliere apprezzamenti volgari, incrociando un passante maleducato. E questo è “niente” nel repertorio delle violenze possibili contro le donne: si arriva fino al femminicidio, passando per prevaricazioni, abusi, violenze e molestie di ogni forma e natura. Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne domenica 25 novembre per dire basta, ancora una volta, a ogni sopruso nei confronti delle donne perché donne. Una battaglia a cui troppo lentamente ci si sta svegliando e che ha avuto nel movimento di denuncia “me too” una positiva impennata, perché si sapeva, ma nessuno osava parlare o forse non si stava nemmeno troppo ad ascoltare.
“Il punto è che dietro alla violenza c’è una struttura mentale che fa della donna una facile preda: nella mente di molti è quasi normale, perché ha un ruolo considerato inferiore, a volte da lei stessa, nella società, nella famiglia e nella coppia” dice al Sir Claudia Luciani, che per il Consiglio d’Europa è responsabile del Direttorato della governance democratica e dell’antidiscriminazione. I dati sulla vastità del fenomeno a livello europeo non si conoscono perché “la situazione è sempre estremamente complessa”.

L’ultimo studio fatto dalla Fontamental rights agency dell’Ue dà un quadro del 2014 che “non è più considerato attendibile, perché non corrisponde più alla realtà. Ora stiamo cercando insieme a Eurostat di lavorarci”, ma è difficile “per le definizioni implicate” e perché nei singoli Paesi “la metodologia di raccolta dati è diversa”.

Uno strumento potente che ora l’Europa ha è la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica”, la cosiddetta “Convenzione di Istanbul”. “È stata aperta alla firma nel 2011 ed è stata sostenuta a tutti livelli. Nel 2018 si sono aggiunti 5 nuovi Paesi e in tutti ora sono 33 quelli che l’hanno ratificata. Altri 12 l’hanno firmata e stanno lavorando alla ratifica. Anche l’Ue ha firmato la convenzione” e Paesi extra Ue come Marocco e Israele la usano come riferimento. Feride Acar, presidente dell’organismo di monitoraggio della Convenzione di Istanbul (Grevio) spiega al Sir che la Convenzione è un documento “per affrontare le cause e la natura della violenza sulle donne considerata come violazione dei diritti umani; è legalmente vincolante; è una promessa da parte degli Stati ratificanti di compiere i passi per eliminare ogni forma di questo abominevole flagello”. È allo stesso tempo uno “strumento diagnostico sulla violenza” ma anche una “ricetta per prevenire la violenza, proteggere le vittime, punire i perpetratori”, in modo “completo, comprensivo, sistematico” perché “codifica standard che esistono già in alcuni strumenti internazionali e buone pratiche già attive in alcuni Paesi europei”.
Eppure si sono levate voci contro la Convenzione, anche in casa cattolica.

“Non vuole sovvertire la famiglia, ma vuole che la famiglia sia un luogo di pace, armonia, di rispetto e non di violenza”, spiega ancora Claudia Luciani, che non ha remore a citare “voci insistenti” o “esponenti di spicco” della gerarchia cattolica, come l’arcivescovo di Praga, che in modo esplicito hanno affermato che la Convenzione fosse cosa da combattere; ci sono anche “oppositori a Istanbul che non hanno una matrice religiosa”, che nel nome della tradizione non vogliono mettere in dubbio il ruolo della donna. Ma

la Convenzione mira a “eliminare l’inferiorità, la subordinazione di un genere all’altro, perché c’è un nesso molto chiaro tra la condizione di inferiorità e il fatto che ci sia violenza verso le donne o i bambini”. Perché “non c’è peggiore forza distruttrice della famiglia che la violenza”.

La Convenzione di Istanbul però vuole anche “mandare un forte segnale ai Paesi di continuare a lavorare sul tema delle pari opportunità, è un appello a una missione più ampia. Si tende a rinchiudere il tema della violenza sulle donne ad ambiti privati e individualisti, ma questo è un problema sociale e strutturale” aggiunge Acar. La violenza non solo è “radicata nella disuguaglianza ma è perpetuata in una cultura della negazione, della tolleranza e dell’impunità della violenza stessa”. Quindi una domanda è come uscire da questa cultura”. Per Acar “l’istruzione è importante, ma l’attivismo della società civile è fondamentale per interiorizzare i messaggi”.
Si possono già registrare progressi in questi anni? “Non abbiamo misure per dire che cosa è cambiato e dove”, spiega Acar. Il comitato di monitoraggio Greco “è nuovo e la Convenzione è recente. Abbiamo visto per ora sei rapporti, cioè sei Paesi e poiché sono i primi, ogni Paese può avere ambiti diversi e sensibilità diverse, per cui non sono tanto paragonabili”. “Rispetto al passato però abbiamo modi migliori per proteggere le donne e più efficaci misure per perseguire i perpetratori, evidente maggiore consapevolezza nella società sull’inaccettabilità della violenza sulle donne. Ma la violenza non è ancora sconfitta”.

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