Las Vegas ricorda la strage un anno dopo: veglia di preghiera e casinò spenti

Preghiere, cerimonie laiche, raccolta di fondi hanno voluto ricordare i morti e gli oltre 800 feriti di quel primo ottobre 2017 quando Stephen Paddock sparò dalla sua suite, al 32° piano del resort e casinò di Mandalay Bay, oltre 1.100 proiettili in meno di dieci minuti, su una folla di 22mila persone inermi, intenta ad ascoltare musica. Paddock utilizzò una delle 42 armi del suo arsenale per togliersi la vita, prima che la polizia lo raggiungesse. A distanza di un anno, in rete, continuano a crescere i filmati online che mostrano le vittime uccise, i feriti, il panico della folla e la fuga selvaggia: per mesi sono serviti ad alimentare una teoria della cospirazione che lo scorso luglio la polizia, dopo mesi di indagini, ha smentito affermando che Paddock aveva agito da solo e che il caso era definitivamente chiuso

(da New York) Alle 22.05 di ieri le porte della chiesa di San Vito a Las Vegas si sono aperte sulla strada e tutti i partecipanti alla veglia di preghiera hanno spento le loro candele, davanti all’ostensorio salvato dalla distruzione dell’uragano Katrina a New Orleans e ora esposto sull’altare per onorare le 58 vittime della più sanguinosa sparatoria di massa mai vissuta dagli Usa. Alla stessa ora le luci degli hotel e dei casinò, situati sulla via principale della capitale mondiale del gioco, si sono spente o indirizzate verso il luogo della strage, uno slargo che ospitava il festival di musica country Route 91.

Preghiere, cerimonie laiche, raccolta di fondi hanno voluto ricordare i morti e gli oltre 800 feriti di quel primo ottobre 2017 quando Stephen Paddock sparò dalla sua suite, al 32° piano del resort e casinò di Mandalay Bay, oltre 1.100 proiettili in meno di dieci minuti, su una folla di 22mila persone inermi, intenta ad ascoltare musica. Paddock utilizzò una delle 42 armi del suo arsenale per togliersi la vita, prima che la polizia lo raggiungesse. A distanza di un anno, in rete, continuano a crescere i filmati online che mostrano le vittime uccise, i feriti, il panico della folla e la fuga selvaggia: per mesi sono serviti ad alimentare una teoria della cospirazione che lo scorso luglio la polizia, dopo mesi di indagini, ha smentito affermando che Paddock aveva agito da solo e che il caso era definitivamente chiuso.

Resta invece aperto il presente e il futuro incerto dei tanti feriti, vittime di una tragedia che continua a rivivere nella loro testa e anche sul corpo.

Sono centinaia quelli che sono ricorsi a cure psicologiche per provare a cancellare il suono degli spari, ma poi basta trascinare un paio di scarpe o sentire gocciolare un lavello che la memoria torna indietro nel tempo, riproducendo lo stesso panico paralizzante. Jennifer Campas ha raccontato al New York Times che sogna spesso che qualcuno le spari: quella notte di ottobre è stata colpita alla fronte. Quando è uscita dal coma ha dovuto imparare a respirare, a parlare, a camminare come fosse tornata bambina. Il proiettile esploso dal fucile imbracciato da Paddock, l’ha reso cieca da un occhio, mentre tanti frammenti di piombo sono ancora conficcati nel collo e nel naso.
Jason McMillan invece è sulla sedia a rotelle. La sua casa si è trasformata in un centro riabilitativo con letto mobile, bicicletta, attrezzi per rafforzare i muscoli: pur muovendo le dita dei piedi e compiendo qualche timido passo appoggiato alle sbarre, Jason non cammina perché uno dei proiettili , esplosi quella notte, lo ha colpito alla colonna vertebrale.

A supporto dei feriti è nato un gruppo di sostegno che ha preso il nome del concerto che si teneva quel primo ottobre: Route91. La mission di questa squadra di sopravvissuti è aiutare altri sopravvissuti alle tragedie come quella di Las Vegas. Spesso sono persone che soffrono di incubi e di costante insonnia; alcuni non sono in grado di lavorare o non sono capaci di uscire di casa e e non pochi stanno perdendo il lavoro, mentre si registrano innumerevoli tentativi di suicidio.

La fondazione 58 invece organizza fund rasing per pagare le spese mediche, il supporto psicologico e le tante cure, poiché i feriti non hanno ricevuto un sostegno statale e si sono ritrovati, per mesi, incapaci di riprendere una vita e un’attività regolare.

Il gruppo informa dei sussidi disponibili, degli incontri di ascolto e aiuto, delle iniziative popolari per incoraggiare il Congresso ad un maggior controllo sull’acquisto e la detenzione di armi. “Non ci riprenderemo mai completamente da quella notte fatale”, ha dichiarato il governatore del Nevada, Sandoval, davanti alla folla riunita nell’anfiteatro all’aperto di Las Vegas. “In quella notte di infamia, però, noi siamo diventati un popolo, una comunità, una famiglia: abbiamo pianto, ci siamo addolorati e abbiamo deciso di diventare ed essere più forti”.

Mynda Smith, invece, ha voluto offrire speranza soprattutto ai 55 bambini che quella notte hanno perso un genitore. Lei ha perso la sorella, madre single di tre ragazzi. Mynda, con il supporto dei suoi genitori, ha aperto un fondo attraverso la Nevada Community Foundation per finanziare delle borse di studio che possano incoraggiare questi adolescenti a continuare la loro formazione, a conclusione della scuola superiore. Dal punto di vista legislativo, la strage di Las Vegas non ha sortito i risultati sperati, anche se qualcosa ha cominciato a muoversi perché ben dieci stati e alcune città hanno proibito l’uso del bump-stocks, il dispositivo che modifica le armi semi-automatiche trasformandole in mitragliatrici automatiche, proprio come aveva fatto quella sera Stephen Paddock. La Slide Force Solutions, una tra le principali aziende di bump-stocks ha annunciato che da maggio ha smesso di ricevere ordini e che ritirerà tutti i dispositivi che RW Arms del Texas ha deciso di dismettere. Il dipartimento federale che si occupa di alcol, tabacco, armi da fuoco ed esplosivi, aveva indetto, la scorsa primavera, una consultazione popolare e a luglio aveva ricevuto circa 36mila risposte, non totalmente contrarie all’uso del dispositivo per automatizzare le armi. La decisione veniva giustificata dal fatto che prima di Las Vegas non era mai stato usato in sparatorie di massa. Questa consultazione ha bloccato qualsiasi tentativo di dar vita ad una norma federale, anche se si continua ad insistere sulla proibizione dei bump-stocks come un segnale d’allerta che potrebbe condurre al varo di leggi più severe sulle armi da fuoco. Intanto dall’ottobre 2017 ad oggi, secondo l’Archivo Gun Violence, un osservatorio indipendente, gli Usa sono stati testimoni di quasi 350 sparatorie.

Altri articoli in Mondo

Mondo