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Xenofobia, razzismo, nazionalismi. Mons. Duffé (Vaticano): “Sistemi inaccettabili, sono cultura della morte”

Comincia oggi a Roma la “Conferenza mondiale su xenofobia, razzismo e nazionalismi populisti nel contesto delle migrazioni globali”. È la prima volta che il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e il World Council of Churches (Wcc), promuovono insieme un evento, in collaborazione con il Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. Segno che le sfide sono importanti e urgente è l’azione delle Chiese. Mons. Duffé al Sir: “Il razzismo è un pensiero che stabilisce una superiorità dell'uno sull'altro. È un sistema inaccettabile che dovrebbe essere denunciato come una cultura della morte. Il populismo è uno sfruttamento politico delle paure collettive: annuncia un futuro per alcuni e un'esclusione per gli altri. La nostra speranza cristiana è invece rivolta a tutti senza discriminazione”

(Foto: Siciliani-Gennari/Sir)

Le paure, i populismi, la cultura dell’odio, la visione dell’altro come una minaccia. Di tutto questo si parlerà alla “Conferenza mondiale su xenofobia, razzismo e nazionalismi populisti nel contesto delle migrazioni globali” che comincia oggi a Roma e terminerà giovedì prossimo con un’udienza dei partecipanti con Papa Francesco. Un evento che vede per la prima volta insieme il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e il World Council of Churches (Wcc), in collaborazione con il Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. Segno che le sfide sono importanti e urgente è l’azione delle Chiese. Un primo incontro che vede la partecipazione di leader ecumenici ed esperti, esponenti della società civile, del mondo accademico e religioso provenienti da tutto il mondo. “Le Chiese cristiane – nella diversità delle loro storie, culture e pratiche – condividono la stessa preoccupazione per il rifiuto di accogliere e proteggere coloro che sono costretti a lasciare la loro terra, a ragioni legate alla violenza, alla miseria, all’abuso di potere o ai cambiamenti climatici”, dice al Sir monsignor Bruno-Marie Duffé, segretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. “Come accogliere e proteggere i migranti – chiede – quando un certo numero di cittadini – e talvolta anche fratelli nella fede – chiudono le loro porte alle migrazioni perché ritengono che ‘destabilizzano’ la loro società, nazione o comunità?

Mons. Duffé, nel passato razzismo e xenofobia hanno scritto le più drammatiche pagine della storia dell’umanità: genocidi, olocausti, etc. Perché oggi queste derive sono tornate?
Conosciamo le argomentazioni avanzate per giustificare una posizione più o meno sistematica di “rifiuto dell’altro”. L’altro – straniero e migrante – sarebbe una minaccia per l’equilibrio della società, la sua “unità” e il suo “futuro”. Non c’è dubbio che le generazioni attuali non hanno più memoria delle pagine più buie della storia del genere umano, in particolare nella prima metà del secolo XX, delle guerre e dei genocidi che sono stati alimentati da dichiarazioni razziste e antisemite. Le attuali generazioni in Europa hanno beneficiato di un periodo di sicurezza e progresso economico e temono di perdere i benefici di questo periodo condividendo ciò che hanno. La presenza dei migranti rappresenta un rischio per la sicurezza del loro Paese. C’è a volte un’identificazione tra “migranti” e “stranieri” con “delinquenti” e “terroristi”. Tutto ciò sottolinea che abbiamo bisogno di un’analisi delle nostre paure: paura della mancanza, paura dell’insicurezza, paura del futuro.

Lo straniero è considerato il colpevole delle nostre paure e delle nostre incertezze. È chiaro che le sensibilità politiche che intendono rompere con l’umanesimo dell’accoglienza dell’altro e della solidarietà, sfruttano queste paure e le strumentalizzano. È quello che viene chiamato “populismo” in Europa.

Perché la Conferenza di Roma nasce in collaborazione con il Wcc? E qual è il messaggio che le Chiese vogliono lanciare?
Perché sono temi che toccano il cuore della nostra fede comune: la questione del fratello e della solidarietà tra essere umani che abitano su questa terra. Se possiamo fare un appello alle persone e alle comunità, sarebbe quello di cercare di capire cosa ha spinto e costretto così tanti uomini, donne e bambini a lasciare la loro terra per cercare protezione, lontano da casa. La xenofobia è la paura di chi non parla la nostra lingua o non condivide la nostra religione. Solo l’incontro, come sottolinea spesso Papa Francesco, può farci uscire dalla paura e farci scoprire la “ricchezza” e la nobiltà dell’altro, compresi i più poveri. Il razzismo è un pensiero che stabilisce una superiorità dell’uno sull’altro. È un sistema inaccettabile che dovrebbe essere denunciato come una cultura della morte.

Il populismo è uno sfruttamento politico delle paure collettive: annuncia un futuro per alcuni e un’esclusione per gli altri. La nostra speranza cristiana è invece una speranza per tutti senza discriminazione.

Che ruolo possono svolgere le Chiese?
Le Chiese devono testimoniare con lo sguardo, l’azione, la parola e la partecipazione ad un progetto politico che onori i diritti fondamentali. La testimonianza dei cristiani inizia, dal punto di vista dell’azione, dalla protezione delle persone che soffrono e dalla ricerca di mezzi che permettano di vivere insieme, nel diritto e nella responsabilità condivisa. Non si tratta di essere idealisti. Occorre agire perché è urgente e le persone sono in pericolo. Si tratta anche di “pensare bene”, cioè di fare affidamento su progetti e istituzioni che tutelano il diritto e i diritti.

Contro la cultura dell’odio, della sfiducia e della divisione, si deve costantemente ripetere che si diventa più umani solo quando si sviluppa la fiducia e la gioia di accogliersi l’un l’altro, nella diversità delle nostre storie e delle nostre speranze.

E il Papa, come ha seguito la preparazione di questa Conferenza?
Il Papa non ci ha seguiti; ci ha preceduti. Il suo messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2018 ha declinato quattro verbi che definiscono la nostra missione: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. E ha sottolineato che questi quattro verbi, che costituiscono sia una sfida morale che politica, devono potersi coniugare con la prima persona del singolare e la prima persona del plurale perché la pace sociale, che è una prospettiva più forte e più bella dei discorsi dell’odio, del rifiuto e della stigmatizzazione, è una casa che dobbiamo sempre costruire insieme. Ognuno da il suo contributo. È quando lavoriamo insieme alla costruzione e alla cura della nostra casa comune che tutti scopriamo la pace.

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