Iraq: “Un ponte per”, i giovani “si riprendono” Mosul puntando sulla coesione e sulla resilienza

Circa 500 giovani di tutte le etnie e fedi si sono ritrovati il 12 agosto, in un parco di Mosul, per celebrare la Giornata della gioventù indetta dall'Onu. Si è trattato del primo incontro pubblico all'aperto dopo la fine dell'occupazione dello Stato Islamico.  Tra le macerie ancora fumanti della città emerge con forza la voglia di rinascita dei giovani. “La nostra differenza rafforza la nostra esistenza” hanno detto i giovani di Mosul.

Circa 500 giovani si sono ritrovati il 12 agosto, in un parco pubblico di Mosul, per celebrare la Giornata internazionale della gioventù, indetta dall’Onu nel 1999, quest’anno sul tema “Spazi sicuri”. “Favorire la nascita di spazi riservati allo sviluppo dei giovani in tutte le zone del mondo” è, infatti, uno dei principali obiettivi indicati dalle Nazioni Unite e, per questo, inserito nella sua Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Un segnale forte quello lanciato dai giovani di Mosul, città occupata dallo Stato islamico per tre anni, dal 2014, e liberata definitivamente solo a giugno dello scorso anno ma che ancora non può essere ritenuta uno “spazio sicuro”. Si è trattato del primo evento pubblico all’aperto, dalla fine dell’occupazione delle bandiere nere del Califfo, che i giovani tutti appartenenti a diverse etnie e fedi, yazidi, turcomanni, shabak, caldei, assiri, sunniti, sciiti, hanno organizzato grazie all’apporto dell’Ong “Un Ponte Per” (Upp), nell’ambito di un progetto di “peacebuilding”, e al contributo finanziario dalla cooperazione tedesca (Giz).

(Foto: AFP/SIR)

Tornare a vivere. “La città vuole tornare a vivere in tutti i sensi – spiega al Sir la capo missione di Upp per l’Iraq, Eleonora Biasi – e per questo motivo abbiamo cercato di attivare progetti anche di tipo culturale”. Nel Paese mediorientale l’Ong è attiva con oltre 200 operatori, in gran parte locali, e con uffici a Baghdad, Sulaymaniyya, Dohuk, Erbil e Mosul. Nella città più importante del Governatorato di Ninive, Upp è presente dal giugno 2017 con progetti rivolti soprattutto alle donne traumatizzate e vittime di violenze sotto l’Isis. “Mosul – afferma Biasi – è stata una città deumanizzata a causa della guerra, dei bombardamenti, delle violenze dello Stato Islamico. Da qui la decisione di lavorare sulla coesione sociale tra le comunità anche alla luce del fatto che a Mosul e in tutto il Governatorato di Ninive sono presenti molte minoranze. Ora che la fase di emergenza può dirsi chiusa, ci accorgiamo che la città vuole tornare a vivere. Da questa voglia di riscatto è nato il Festival della gioventù, voluto espressamente da un nutrito gruppo di giovani che ci ha chiesto di essere sostenuti nell’organizzazione”. Significativo il tema scelto per l’evento, “La nostra differenza rafforza la nostra esistenza”, con cui i giovani hanno sottolineato “l’importanza della coesione tra etnie e religioni, sentita dai giovani come una vera e propria urgenza dopo che tre anni di Stato Islamico aveva imposto un’uniformità totale della città”.

Un giorno di festa e di impegno. Il 12 agosto i giovani si sono riuniti così in un parco pubblico di Mosul messo a disposizione dalla Municipalità che ha fornito anche la sicurezza poiché, ricorda Biasi, “per quanto la situazione possa dirsi sotto controllo, permangono ancora dei rischi. Al Festival – aperto da un minuto di silenzio per tutte le vittime del Sinjar, di Mosul e di tutto l’Iraq per mano dell’Isis – hanno preso parte 500 giovani, un numero importante data la situazione della città. È stato il primo evento pubblico all’aperto dalla liberazione della città che con la guerra ha perduto molti dei suoi luoghi di aggregazione e di ritrovo. Questo vale maggiormente per le ragazze che durante lo Stato Islamico erano obbligate a stare in casa”. Tra i giovani anche dei volontari di Upp che operano nei villaggi della Piana di Ninive, e una giovane yazida, Suzan, che guida la Dak – Ezidi Women Organization. La giovane è stata la prima donna della sua etnia a rientrare a Mosul dopo l’Isis e lo ha fatto significativamente proprio il 12 agosto. Dal palco giovani rappresentanti delle varie etnie e fedi hanno portato la loro testimonianza e il loro messaggio di pace e di convivenza. “Sono state lette alcune poesie su Mosul – racconta la capo missione Upp – e abbiamo premiato alcuni gruppi di giovani che nei tre anni di occupazione Isis si sono resi protagonisti di azioni socialmente utili. Tra loro anche dei volontari che, dopo la liberazione dall’Isis, raccoglievano i cadaveri, anche di combattenti del Califfo, che nessuno rimuoveva, e alcuni giovani giornalisti rimasti attivi nonostante le proibizioni dello Stato islamico”. Il tutto condito da dibattiti, musica, danze e giochi sportivi.

Giovani resilienti. “Da Mosul è partito un messaggio chiaro: i giovani sono il motore della coesione sociale – afferma Biasi -. Una missione che i giovani non hanno nessuna intenzione di delegare ad altri. Essere giovani a Mosul è difficile perché non si hanno scuole dove andare, non c’è lavoro, la guerra ha distrutto tutto, non esistono luoghi di aggregazione. Ciò che vedo – conclude la capo missione – è che i giovani non si arrendono e ognuno, secondo le proprie capacità, si è rimboccato le maniche per creare qualcosa di importante e così far rivivere la propria città. Non sono fermi ad attendere qualcuno, lo Stato per esempio, che faccia ripartire scuole e fabbriche. Sono i primi a darsi da fare. Hanno grande energia e non vogliono perdere altri anni della loro vita, dopo i tre passati sotto l’Isis. Si stanno riprendendo la loro vita”. Un impegno che sta già portando un primo frutto: “L’apertura di un centro giovanile a Mosul per proseguire su questa strada di rinascita”.

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