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Croazia mondiale. Don Matosevic: “Siamo un Paese con una storia difficile, la vittoria dei nostri giocatori è la vittoria di ogni croato”

“Anche San Giovanni Paolo II era secondo e non primo”, scherza don Domagoj Matosevic, rettore di Maria Bistrica, il maggior santuario croato. Lui è andato ben due volte in Russia per vedere i “focosi”. Ma per il sacerdote croato, ex giocatore professionista di pallamano, il calcio è più di una passione. Oltre a giocare nella nazionale dei sacerdoti, don Matosevic segue la nazionale croata ovunque nel mondo

Alla Francia è andata la coppa, ma il giorno dopo la finale, in Croazia nessuno ricordava di aver perso, giornata libera per aziende e istituzioni, trasporto pubblico gratis e 550mila persone che hanno invaso Zagabria per salutare il ritorno dei “vatreni” (così sono chiamati i calciatori croati) accompagnandoli dall’aeroporto al centro. Ad aspettarli una festa incandescente, da campioni del mondo. “Anche San Giovanni Paolo II era secondo e non primo”, scherza don Domagoj Matosevic, rettore di Maria Bistrica, il maggior santuario croato. Lui è andato ben due volte in Russia per vedere i “focosi”. Ma per il sacerdote croato, ex giocatore professionista di pallamano, il calcio è più di una passione. Oltre a giocare nella nazionale dei sacerdoti, don Matosevic segue la nazionale croata ovunque nel mondo.

“Questi Mondiali – racconta don Matosevic – sono stati eccezionali, sono andato due volte in Russia, prima a Kaliningrad in macchina per la partita Croazia-Nigeria ai gironi. Vado spesso ai campionati europei, sono stato in Portogallo (2004), in Polonia (2012) e in Francia (2016). Lo scopo principale è vedere la partita ma non solo, il viaggio si trasforma in un’esperienza bellissima da condividere con amici per stare insieme e pregare. Mi ricordo in Portogallo celebravo la messa a Fatima e venivano i tifosi croati, tutti con le magliette. Anche quest’anno sulla strada per la Russia ci siamo fermati in Polonia, nel santuario di Czestochowa”.

E la seconda volta è andato a Mosca…
Sì, sono andato con un amico non vedente per la semifinale, la Croazia ha vinto questa partita importantissima contro l’Inghilterra, si respirava un’atmosfera meravigliosa. Complimenti agli organizzatori, devo dire che i russi hanno accolto benissimo tutti i tifosi, non c’erano hooligan, addirittura i croati cantavano insieme agli inglesi.

Lei è stato a diversi tornei, ma questi Mondiali sono stati diversi, la Croazia è entrata nella storia
Nessuno pensava che la Croazia potesse arrivare in finale, i nostri ragazzi hanno raggiunto un risultato eccezionale. Per la finale siamo stati nella piazzetta del nostro santuario Maria Bistrica, c’era tantissima gente. Abbiamo pianto per il primo goal, gioito per la rete dei croati e, quando abbiamo visto che non potevamo vincere, è caduto un silenzio, ma per poco. Alla fine abbiamo applaudito e cantato.

Per noi la Croazia è la prima, in questi giorni gira l’aneddoto che anche San Giovanni Paolo II era secondo.

Questa rappresentazione eccezionale della nazionale, che cosa significa per la Croazia in senso socio-culturale?
Noi siamo un Paese piccolo, con una storia difficile, abbiamo vissuto la guerra e tante difficoltà. Per questo la vittoria dei nostri giocatori è una vittoria personale per ogni croato, che si identifica con la nazionale. Anche in Croazia ci sono le divisioni politiche, di ricchi e poveri ecc., ma i risultati dei “vatreni” ci hanno fatto vivere per 53 giorni uniti. Abbiamo visto che, se siamo uniti come loro, siamo capaci di fare cose grandi… Il 16 luglio a Zagabria c’è stata una grandissima festa, ad accogliere i giocatori, c’erano 550mila persone da tutto il Paese. Pensate che tutta la popolazione è di 4 milioni circa. Giornata libera dal lavoro per tutti, una cosa incredibile.

Nello sport è importante vincere, ma altrettanto saper perdere. Lei conosce benissimo questa logica, è una lezione anche di vita?

La cosa più importante nello sport ma non solo, è dare il meglio di sé, sempre e in ogni occasione e i nostri giocatori lo hanno fatto. Nel mondo regna l’ideologia di vincere sempre ad ogni costo, ma questo è falso, perché è impossibile sempre essere primi. Dobbiamo accettare anche le sconfitte, nello sport accettare gli altri giocatori, nella vita le altre persone. Anche se non siamo primi ma abbiamo fatto quello che potevamo, è la nostra vittoria personale. È questo che conta.

Luka Modric è il miglior giocatore dei Mondiali. I giornali raccontano la sua storia di profugo, la guerra, le difficoltà. Questa eredità dei croati ha resi piu forti i calciatori?
Tante persone in Croazia si possono identificare con Luka Modric: hanno vissuto molte difficoltà, ma come Luka non si sono piegate, sono diventate persone migliori. Luka non è come le altre star del calcio, è un ragazzo semplice, uomo di famiglia, ha tre figli e preferisce passare il tempo con loro che andare nei bar come magari fanno altri calciatori. Per questo è amato da tutti.

I Mondiali sono finiti, iniziano le vacanze. Lei è rettore del maggiore santuario in Croazia, qual è il messaggio a quanti pensano di visitare un luogo sacro in estate?
Una battuta ancora sul calcio: alcuni dei genitori dei nazionali croati sono venuti a Maria Bistrica per pregare per i loro ragazzi. I santuari sono luoghi speciali in cui le persone affidano i loro dolori perché di solito ci si reca quando ci sono situazioni difficili, ma proprio in questi momenti possiamo sentire che Dio è vicino e ritrovare nei luoghi sacri tanta gratitudine, silenzio e pace.

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