Elezioni in Colombia, sarà ballottaggio tra Duque e Petro

Due progetti totalmente alternativi. Sono quelli che si confronteranno nel ballottaggio per l'elezione del nuovo presidente della Colombia in una sfida che, per la prima volta, sarà tra destra e sinistra. Dopo l'esito del primo turno, il Sir analizza la situazione del Paese latinoamericano con i commenti di Luciana Cadahia, docente di Filosofia alla Pontificia Università Javeriana di Bogotá e alla Flacso (Facoltà latinoamericana di scienze sociali) e del gesuita Luis Guillermo Guerrero Guevara, direttore del “Cinep (Centro de investigación y educación popular) – Programa por la Paz”

Tra tutte le proposte sul terreno i colombiani che sono andati a votare ieri (solo il 53% degli aventi diritto, come da tradizione, nonostante i ripetuti appelli degli stessi vescovi) per il primo turno delle elezioni presidenziali hanno scelto i due candidati politicamente più marcati. Due progetti totalmente alternativi.

Per la prima volta, dunque il ballottaggio in Colombia sarà tra destra e sinistra.

La prima ha il volto di Iván Duque, candidato di una coalizione che vede in primo piano il Centro democratico dell’ex presidente Álvaro Uribe Vélez, vero “padrino politico” dell’attuale candidato (senza alcuna esperienza di governo e amministrazione). Duque, secondo i dati del conteggio rapido non arriva alla prevista soglia del 40% e si ferma al 39,14%. Duque e Uribe sono stati in questi anni ferocemente contrari al processo di pace, che sarebbe seriamente messo in discussione da una loro vittoria.
Dall’altra parte, lo sfidante è Gustavo Petro, leader di “Colombia Humana”. In gioventù è stato guerrigliero del movimento M19, si è in seguito inserito nella vita politica, fino a raggiungere la poltrona di sindaco della capitale Bogotá. Un profilo di sinistra, il suo, capace però negli ultimi mesi di allargare il suo perimetro.

In ogni caso, il solo fatto che Petro sia giunto al ballottaggio è già una notizia dirompente per un Paese come la Colombia (dove storicamente i politici più progressisti sono stati eliminati prima ancora che potessero correre).

La “storica” sfida di Petro. Tutto è possibile, in uno scenario così polarizzato e dando uno sguardo ai risultati di ieri. Ne è convinta Luciana Cadahia, docente di Filosofia alla Pontificia Università Javeriana di Bogotá e alla Flacso (Facoltà latinoamericana di scienze sociali), esperta di populismo e teorie politiche. “Intanto – spiega – mi lasci dire che l’espressione ‘polarizzazione’ non mi piace, solitamente viene usata per stigmatizzare la politica stessa, che, per sua essenza, è conflittuale e democratica allo stesso tempo. Proprio per questo

apprezzo la tensione politica che si è respirata in questa campagna elettorale. In un paese dove muoiono leader sociali, campesinos e attivisti, mi sembra che poter tradurre questa violenza fisica, propria della logica del nemico, in un conflitto di idee, propria della logica dell’avversario, sia un trionfo della cultura politica in un Paese”.In tale contesto, la docente cerca di sfatare anche un altro “luogo comune”, quello che la Colombia sia il Paese “più conservatore” dell’America Latina: “Non credo che la Colombia sia un paese conservatore, se così fosse le élite governerebbero senza problemi. Io penso che Petro possa vincere in un Paese come la Colombia e la sua possibilità di governo dipenderà dalla responsabilità storica del miglior liberalismo progressista, cioè dai candidati Humberto de la Calle e Sergio Fajardo, oltre che dallo stesso Santos, visto che una parte del suo cuore è in realtà democratico”.
La prof. Cadahia cita qui i due sconfitti del primo turno posizionati nel quadrante di centro-sinistra dello scacchiere politico colombiano. Il primo, candidato dei Liberali (ha raggiunto solo il 2%), è stato il capo negoziatore del Governo nella trattativa dell’Avana con le Farc. Il secondo è stato sindaco di Medellín e governatore del dipartimento di Antioquia. È stato la sorpresa del primo turno, con il 23,73%. La somma dei tre candidati favorevoli alla pace, insomma, supera il 50%. Molto dipenderà dalle scelte di Fajardo. E da quelle dell’ex vicepresidente di Santos. German Vargas Lleras, grande sconfitto di ieri con il 7%, posizionato a destra. Ma i suoi voti, da soli, non consentirebbero a Duque di superare il 50%.
Tuttavia il delfino di Uribe parte in vantaggio: “L’uribismo, – riflette la docente – sa che tutto il suo potere dipende dalla continuità dei conflitti sociali portati avanti attraverso la violenza. Si tratta di gestire il conflitto togliendolo dalle istituzioni, confinarlo nell’ambito dei conflitti armati e gestire il caos attraverso un sistema neoliberale. Se vincerà Duque, salvo, tutto indica che il processo di pace sarà messo in pericolo”.

Processo di pace sempre più a rischio. Che ne sarà, dunque, del processo di pace? Lo abbiamo chiesto a uno dei maggiori esperti in Colombia, il gesuita Luis Guillermo Guerrero Guevara, direttore del “Cinep (Centro de investigación y educación popular) – Programa por la Paz”, istituto fondato dai gesuiti ancora nel 1972. “Nonostante l’accordo di pace – ci dice –

alcune questioni centrali continuano a rimanere irrisolte. Pace non è solo far tacere le armi. In campagna elettorale si è parlato ben poco della distribuzione delle terre, di salute, di educazione, di partecipazione alla politica. Siamo dentro a una polarizzazione provocata da campagne e slogan che distorcono la realtà, come la definizione di ‘castrochavismo’ riferita a Gustavo Petro”.Per quanto riguarda il futuro del processo di pace, “formalmente, come dice Santos, è blindato, ma la politica può avere un ruolo importante, il rischio è che ci sia poca chiarezza nel procedere, che non venga dato impulso al processo. E soprattutto rischiano di restare irrisolti i temi strutturali, la questione agraria, la partecipazione politica, i desaparecidos, il narcotraffico”.
Tuttavia, conclude Guerrero, “sono ottimista.

C’è un ampio movimento per la pace e il popolo colombiano in maggioranza è gente di pace”.

Perché, allora, viene da chiedersi, rischia di vincere chi finora ha osteggiato apertamente il cammino di pace? “Perché alla dirigenza politica ed economica non interessa la pace, che porta con sé riconciliazione e giustizia. A molti conviene la guerra, conviene il conflitto. Basti pensare che lo 0,1° al massimo lo 0,2 per cento della popolazione detiene il 60 per cento delle terre!”.

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