Nicaragua: le proteste figlie di un malessere sociale legato al “saccheggio impunito” del Paese. Per i vescovi occorre “rivedere alla radice il sistema politico”

Manifestazioni in tutte le città con protagonisti giovani e campesinos, da un lato, e durissima repressione, dall'altro. Così si presenta la fotografia del Paese nelle ultime settimane. Lesther Alemán, studente all’Università dell’America centrale (Uca) gestita dai Gesuiti, è uno dei leader studenteschi delle proteste, spiega al Sir: "Prima l'incendio della zona protetta dell'Indio maiz, poi la legge sulla previdenza hanno scosso pazienza, silenzio e apatia". Perciò, il presidente Ortega è stato costretto a ritirare, lo scorso 22 aprile, la riforma delle pensioni e indetto un “Dialogo nazionale”, chiedendo alla Chiesa di essere mediatrice e testimone. Intanto, i giorni scorrono e il tavolo del “Dialogo” ancora non è stato convocato. Anche se ieri si sono nuovamente riuniti i vescovi, non ci sono state dichiarazioni ufficiali, segno della situazione delicata. Nell'ultimo comunicato della settimana scorsa hanno chiesto di fare passi decisivi per "arrivare a una vera democrazia"

“L’incendio della grande zona protetta dell’Indio Maíz è stato il detonatore, poi la legge sulla previdenza la goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza, del silenzio, dell’apatia. Siamo scesi in strada: noi giovani dopo tanti anni ci siamo risvegliati”. A raccontarlo al Sir, con voce calma e decisa, è Lesther Alemán, studente all’Università dell’America centrale (Uca) gestita dai Gesuiti, è uno dei leader studenteschi delle proteste che hanno caratterizzato la vita del Nicaragua nelle ultime settimane. Proteste che hanno trascinato anche altre categorie, come i campesinos, a manifestare in tutte le città del Paese. È seguita la durissima repressione dello Stato, guidato dall’ex rivoluzionario sandinista Daniel Ortega. Ma la protesta non si è placata, così il presidente Ortega è stato costretto a ritirare, lo scorso 22 aprile, la riforma delle pensioni e indetto un “Dialogo nazionale”, chiedendo alla Chiesa di essere mediatrice e testimone.

Il “Dialogo” è un grande rischio da correre. Tuttavia, anche l’andamento della giornata di ieri, lunedì 7 maggio, conferma che la strada per il ritorno a una vera democrazia, libertà e giustizia sociale in Nicaragua rischia di essere ancora lunga. La stessa Chiesa, pur accettando di mettersi in gioco nel “Dialogo”, ha fin da subito avvertito che si tratta di un “rischio”. In effetti, i giorni scorrono e il tavolo del “Dialogo” ancora non è stato convocato. Domenica è stata nominata la Comisión de la Verdad, Justicia y Paz, incaricata di accertare le responsabilità di Esercito e forze speciali di Polizia nella repressione che ha provocato, secondo dati ufficiosi, oltre sessanta vittime. I nominati sono tutti vicini a Ortega. La repressione e i controlli di Polizia, anche se in modo meno plateale, proseguono, come conferma Alemán: “Anche ieri negli scontri c’è stata una vittima… E ho visto con i miei occhi la Polizia entrare nella cattedrale sparando e uccidendo persone durante la repressione delle scorse settimane. Ora sto andando in Università per esortare i miei compagni a tornare in strada, Ma vogliamo manifestare pacificamente: il Nicaragua ha già conosciuto troppe guerre e troppo sangue”.

Gli studenti, mai convinti della sincerità di Ortega, sono già intenzionati a uscire dal “Dialogo”.

I vescovi chiedono di “rivedere alla radice il sistema politico”. Proprio nelle stesse ore, ieri, si sono riuniti i vescovi nicaraguensi, ma, come ci spiegano gentilmente all’Ufficio comunicazioni della Conferenza episcopale (Cen), hanno deciso che non vengano rilasciate dichiarazioni. Segno che la situazione è delicata. L’ultimo intervento pubblico dell’episcopato, presieduto dal card. Leopoldo Brenes, è di venerdì scorso. Il prossimo, forse, sarà venerdì prossimo, quando sarà più chiaro se ci sono le condizioni per proseguire nel “Dialogo”. Nel comunicato della scorsa settimana i vescovi hanno ribadito la richiesta al Governo di fare luce su quanto accaduto nei giorni della repressione, di liberare i prigionieri e di cercare le persone scomparse. Hanno, soprattutto, messo in chiaro che “il Dialogo nazionale deve rivedere alla radice il sistema politico del Nicaragua, per

arrivare a un’autentica democrazia”.

Negli ultimi giorni, tuttavia non ci sono stati ulteriori sviluppi. Anzi, dal Governo sono giunti nuovi attacchi a mons. José Silvio Báez, ausiliare di Managua, il vescovo che più si è esposto in queste settimane nell’appoggiare le manifestazioni e ha definito i giovani “riserva morale” per il futuro del Paese. La Chiesa resta, in questa situazione, l’unica realtà della società a essere rispettata e vista come credibile, come testimonia l’oceanica partecipazione alla Marcia per la pace che si è tenuta il 29 aprile.

Un cambio di direzione della storia nazionale. “Il dialogo è una grossa responsabilità per la Chiesa, ma l’episcopato ha deciso di affrontare il rischio che esso rappresenta per cercare la pace della Nazione”, spiega al Sir l’economista nicaraguense Carlos Benavente Gómez, attivo in diverse organizzazioni della società civile e membro della Giunta direttiva della Rete latinoamericana sul debito, lo sviluppo e i diritti, nata in seno al Consiglio episcopale latinoamericano (Celam). Benavente fa notare che che “il 21 maggio 2014, quasi 4 anni fa, i vescovi si riunirono con Ortega nella nunziatura e gli consegnarono la loro lettera pastorale sul Paese, con due proposte: la prima era l’avvio di un ‘Grande dialogo nazionale’ con tutti i settori della società. La seconda era una profonda riforma politica del sistema elettorale. Ortega non ha mai risposto”. Rispetto alle manifestazioni degli ultimi giorni si può parlare di “un cambio di direzione della storia nazionale, perché è scoppiata una rivoluzione democratica per il fatto che la pazienza si è esaurita di fronte a un processo di saccheggio impunito del Paese con ripetute violazioni dei diritti umani”.

L’identikit del presidente Ortega. Ortega, prosegue Benavente Gómez, “fu un giovane idealista, che abbandonò gli studi per affrontare la lotta clandestina contro la dittatura di Somoza; poi si è convertito in un dittatore milionario e superbo, prepotente e paranoico, sicuro del suo potere, e si considera capace di prendere qualunque tipo di decisione senza patirne le conseguenze”. Una persona che lo conosce bene, l’ex comandante Henry Ruiz Hernández, alias Modesto, uno degli eroi della rivoluzione sandinista, lo definisce “una vipera capace di uccidere nonostante appaia moribonda”. E aggiunge che “un dialogo improvvisato sarebbe pericoloso” e che

“non basta ritirare le riforme, ma si deve correggere il danno strutturale che l’istituzione ha sofferto”.

Così, il pur necessario Dialogo nazionale cammina sul filo. E il grande timore è che si aprano per il Nicaragua scenari “venezuelani”.

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