Italia-Africa: cresce il legame con il continente, ma manca una visione

L’Italia è il terzo Paese per investimenti diretti nel continente africano e il settimo per scambi commerciali ma, secondo il direttore dell’Institute for Global Studies, si “fatica a trovare un approccio di lungo periodo”. Nel mese di giugno è in programma la seconda conferenza ministeriale

“Il 21 giugno 2018 si terrà la seconda edizione della Conferenza Italia-Africa”. A dare l’anticipazione nel corso del convegno “Africa sub-sahariana. La sfida dello sviluppo paritario”, organizzato lo scorso 12 aprile a Milano dal Cipmo (Centro italiano per la pace in Medio Oriente) è stato Ugo Boni, funzionario del ministero degli Affari Esteri. La prima edizione della Conferenza ministeriale si era tenuta a Roma nel maggio del 2016 alla presenza di delegazioni di 50 Paesi africani. L’iniziativa non fa che confermare il crescente interesse italiano nei confronti dell’Africa sia dal punto di vista politico – basti pensare ai numerosi viaggi delle Istituzioni legati anche alle questioni migratorie – che economico: grazie soprattutto al ruolo giocato da Eni, l’Italia rappresenta il terzo Paese per investimenti nel continente (11 miliardi di dollari nel solo 2016) e il settimo partner commerciale con un interscambio annuo del valore di 31,5 miliardi. Non solo, negli ultimi anni l’Italia ha aperto due nuove ambasciate rispettivamente in Niger e Guinea Conakry ed è prossima l’apertura di una rappresentanza diplomatica in Burkina Faso. Parla Nicola Pedde, direttore l’Institute for Global Studies, think thank con sede a Roma.

Le continue tensioni in Medio Oriente potrebbero far crescere ancora di più l’interesse nei confronti dell’Africa?
In realtà anche il continente africano, soprattutto il nord Africa e la regione del Sahel, subisce gli effetti della crisi attuale, ma dobbiamo anche riconoscere come vi sia un’esagerata percezione del fenomeno dell’instabilità in Africa. Perché

accanto alle zone di crisi esistono aree di forte stabilità:

contesti dove ci sono grandi possibilità di intervento. Alcuni Paesi come la Cina – pur non entrando nel merito del loro approccio all’Africa – l’hanno capito da tempo, così come alcuni Paesi europei. L’Italia fatica invece ancora a trovare un approccio di lungo periodo.

Proprio in tempi recenti si è assistito ad un vero e proprio giallo nei confronti di una possibile missione militare italiana in Niger: l’invio di circa 400 soldati è stato prima votato dal Parlamento e poi momentaneamente sospeso per quello che è sembrato un dietrofront delle autorità nigerine. C’è il rischio che l’Italia si approcci all’Africa con uno stile interventista che non appartiene alla storia italiana (almeno non a quella recente)?
Assolutamente sì, ed è il caso proprio della missione in Niger. Il rischio è quello di buttarsi in azioni mal coordinate e senza che vi sia una pianificazione di lungo termine. Questo dipende a mio parere da un deficit che è soprattutto culturale: di Africa in Italia si è iniziato a parlare molto, ma sono pochi quelli che la conoscono veramente. Se facciamo eccezione delle strutture umanitarie, che pur restano un settore di eccellenza ma di nicchia, mancano realtà in grado di comprendere e studiare i contesti. Ma vi è anche un problema ideologico di fondo: ancora oggi ogni possibilità di sviluppo di una politica africana viene bollata, da una parte del sistema politico, come un approccio neocoloniale.

Crede vi possa essere una via italiana alle relazioni con l’Africa che guardi a quella collaborazione tra pari spesso auspicata dai leader africani?
C’è già stata una via italiana. Penso all’esperienza di Enrico Mattei e a come, già negli anni Sessanta, aveva sviluppato una serie di investimenti e una rete interessi che puntava a superare l’approccio post-coloniale verso una collaborazione paritaria. Purtroppo questa visione era legata ad un progetto industriale e non allo sviluppo di un approccio nazionale. È questo il solco su cui ci si dovrebbe muovere.

Il 21 marzo scorso a Kigali, 44 tra Capi di stato e di governo africani hanno siglato un accordo per la creazione di un’area di libero scambio continentale, segno di un’Africa che si sta aprendo, andando in controtendenza rispetto al mondo. Cosa rappresenta questo passo?
La Conferenza di Kigali è un passo importantissimo perché rappresenta la presa di coscienza che ci sono una serie di

priorità da sviluppare a partire dall’abbattimento di dazi e barriere doganali per favorire la crescita degli scambi interni e l’industrializzazione del continente.

Se supportato questo programma potrebbe segnare l’inizio di una nuova era per l’Africa.

Che supporto potrebbe arrivare dall’esterno?
Si dovrebbero favorire due cose: lo sviluppo di un sistema finanziario che conceda accesso al credito alle imprese locali e lo sviluppo di credibili e sostenibili reti infrastrutturali per il trasporto. Partecipare a questo sviluppo in modo non invasivo, favorendo progetti di interesse bilaterale, può essere veramente qualcosa di importantissimo anche per noi. Se invece continuerà a prevalere la logica dell’ingerenza esterna e dell’interesse nazionale delle singole nazioni, rispetto a quello continentale, faremo un buco dell’acqua.

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