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“Women of Faith for Peace”: la via della pace è donna

"Tour" in Italia del network internazionale “Women of Faith for Peace”. Dopo il prestigioso riconoscimento del Leone d’Oro di Venezia, il gruppo di donne ebree, cristiane e musulmane tornerà nel nostro Paese per una serie di incontri sul dialogo interreligioso in contesti di conflitto. Tra gli appuntamenti, una tavola rotonda alla Luiss (lunedì 16 aprile, alle 17) e, il giorno dopo, un incontro organizzato dall’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo nelle sede del Pisai, dal titolo “Le fedi in Medio Oriente, a 800 anni dall’incontro tra Francesco d’Assisi e al-Malik al Kamil. Uno sguardo femminile”. "Per sua struttura antropologica - dice al Sir la portavoce del gruppo Lia Beltrami - la donna è mediatrice. Si prende cura, protegge, cresce, accompagna. Ed è questo ruolo di donna, questa vocazione alla vita, presente in tutte le religioni e forse ancora troppo spesso soffocata, che deve emergere”.

“La donna grida, nel nome di Dio, del Dio unico: deponete le armi e scegliete la via del dialogo. Basta morti. Non siamo nate per dare la morte ma per dare la vita”. La voce di Lia Beltrami, fondatrice del Festival di dialogo interreligioso “Religion Today”, non è un assolo. È un coro. Si fa portavoce di un appello alla pace che parte dal cuore di altre donne. E sono donne ebree, cristiane e musulmane. Provengono principalmente dal Medio Oriente e sono riunite nel network internazionale “Women of Faith for Peace”. Dopo il prestigioso riconoscimento del Leone d’Oro di Venezia, torneranno la prossima settimana in Italia per un “tour” che le vedrà impegnate a Roma dove prenderanno parte come testimoni di dialogo interreligioso in contesti di conflitto a una tavola rotonda alla Luiss (lunedì 16 aprile, alle 17) e poi il giorno dopo ad un incontro organizzato dall’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo nelle sede del Pisai dal titolo “Le fedi in Medio Oriente, a 800 anni dall’incontro tra Francesco d’Assisi e al-Malik al Kamil. Uno sguardo femminile”. Un gruppo indipendente, nato nel 2009, di donne leader appartenenti alle diverse religioni presenti in Terra Santa. “È stato un percorso che ci ha portato ad essere da nemiche ad amiche e da amiche a sorelle”, spiega Lia Beltrami. “Il gruppo ispira, promuove, aiuta”.

Hanno tutte alle spalle storie di impegno e azione per la pace. Fa parte del gruppo Adina bar-Shalom. Suo fratello è l’attuale Gran Rabbino di Gerusalemme. È insegnante, opinionista e attivista israeliana. È la fondatrice della prima università charedì di Gerusalemme ed è impegnata da anni per il superamento delle discriminazioni di genere, soprattutto all’interno delle comunità ebraiche ortodosse. Ha fondato un corso di risoluzione di conflitti e diritti umani. Lavora per far incontrare le donne ultra ortodosse ebree con le donne palestinesi e cristiane, favorendo percorsi di conoscenza reciproca. Per questi motivi, è stata anche insignita del “Premio Israele per il contributo eccezionale alla società e alla nazione”. Faten Zenaty è araba musulmana. Gestisce il “Lod Community Centre”, un centro sociale aperto a ragazzi e ragazze ebrei e musulmani in una delle zone più calde di quella terra. Fanno parte del gruppo anche Hedva Goldschmidt, una delle più importanti distributrici di cinema ebraico (la go2films) e Evelyn Anita Stokes-Hayfor, cristiana protestante, per anni ambasciatrice del Ghana in vari Paesi. Oggi, lavora a fianco di giovani donne per favorire il dialogo a partire dalla fede. E infine c’è Nuha Farran, cristiana, avvocato, si occupa di diritti umani. Era direttrice dell’Ymca di Gerusalemme, uno dei centri culturali giovanili più importanti della città ma proprio per il suo lavoro ha ricevuto minacce che l’hanno costretta a lasciare Gerusalemme per andare a vivere ad Haifa. La sua storia – sottolinea Beltrami – è la dimostrazione del fatto che

“queste donne pagano a un prezzo anche molto alto la loro scelta e il loro impegno per il dialogo e la pace”.

Provengono da aree dove secoli di conflitto e divisione hanno lasciato segni quasi indelebili di odio e vendetta. “Le madri fanno fatica a dare alla luce i propri figli e quindi sono le testimoni più credibili per dire, oggi e sempre, no alla morte, no alla guerra in qualsiasi forma”. Beltrami racconta di quando due anni fa sotto casa di Hedva, un ragazzino musulmano di 14 anni della comunità di Faten ha accoltellato un ragazzino ebreo di 15 anni. La polizia uccise il ragazzino musulmano e iniziò una escalation di violenza fortissima. Le due donne si trovavano proprio in quel momento a Trento: lanciarono, con un post che le ritraeva insieme, un appello alla calma. “Quel post ha avuto un milione di condivisioni”, ricorda Lia. “Non credo che quel post sia stato l’unico messaggio che ha contribuito a placare gli animi ma senz’altro ha influenzato, ha avuto un effetto”.

Il ruolo delle donne per la pace comincia in famiglia. “Mentre allatti – spiega Beltrami -, comunichi al bambino parole di amore e di vita. È lì che ti giochi il futuro, che comunichi il valore del dono, dell’accoglienza, che insegni a tuo figlio che si può essere felici solo se lo è anche tuo fratello. Per sua struttura antropologica la donna è mediatrice. Si prende cura, protegge, cresce, accompagna. Ed è questo ruolo di donna, questa vocazione alla vita, presente in tutte le religioni e forse ancora troppo spesso soffocata, che deve emergere”.

La guerra entra nelle case. Divide. Distrugge. Uccide. E dietro ad ogni uomo, donna e bambino morto c’è sempre una madre che piange. Poco importa se ebrea, cristiana o musulmana. Se israeliana o palestinese. Le lacrime hanno per tutte lo stesso sapore amaro della ineluttabilità, della vita che non può tornare. Dopo Roma, il gruppo “Women of Faith for Peace” andrà a Rovereto dove ai rintocchi della campana dei caduti, si pregherà per la pace. “Padre Paolo Dall’Olio – ricorda Lia – implorava i Capi di Stato di tutto il mondo di fare una azione diplomatica per la Siria, perché diceva che la guerra in Siria avrebbe infiammato il mondo . La sua voce non è stata ascoltata. A nome suo, rivolgiamo un appello a deporre le armi e provare ad iniziare ovunque la pace è minacciata, un cammino di dialogo serio”. Perché con la guerra tutto è perduto e solo la pace è via di futuro.

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