Striscia di Gaza: Cingoli (Cipmo), “Marcia del Ritorno, la svolta strategica di Hamas che mette in difficoltà Israele”

Domani a Gaza, nelle zone di confine con Israele, terzo venerdì di protesta di massa indetta da Hamas nell'ambito della “Marcia del Ritorno” con cui il movimento islamista rivendica il "diritto al ritorno" dei discendenti dei palestinesi, fuggiti o cacciati dalle loro terre nel 1948, nei territori oggi controllati da Israele. Proteste represse duramente dall'Esercito israeliano: il bilancio parla fino ad ora di 27 morti palestinesi, 1.300 feriti, 30 dei quali molto gravi. I timori che le vittime possano aumentare con il prosieguo della protesta. Per capire il significato di questa protesta e cosa questa comporta nel quadro del conflitto israelo-palestinese, il Sir ha intervistato Janiki Cingoli, presidente del Cipmo, il Centro italiano per la pace in Medio Oriente.

“Una mossa spiazzante sia verso Israele che verso i palestinesi”: così Janiki Cingoli, presidente del Cipmo, il Centro italiano per la pace in Medio Oriente, definisce la cosiddetta “Marcia del Ritorno” che Hamas, il “Movimento della resistenza islamica” che controlla la Striscia di Gaza, ha indetto il 30 marzo scorso, data in cui si celebra la “Giornata della Terra”, istituita per ricordare una manifestazione sfociata nel sangue nel 1976, in cui rimasero uccisi sei manifestanti palestinesi cittadini d’Israele, che protestavano per l’esproprio delle loro terre a favore di insediamenti ebraici.

Janiki Cingoli, presidente del Cipmo

Scopo della Marcia è rivendicare il ‘diritto al ritorno’ dei discendenti dei palestinesi, fuggiti o cacciati dalle loro terre nel 1948, nei territori oggi controllati da Israele. La protesta di massa che si dipana lungo la linea di confine con Israele, durerà, nelle intenzioni di Hamas, sei settimane (ogni venerdì) fino al 15 maggio, giorno della Nakba (catastrofe), data in cui Israele celebra la sua indipendenza e inizio della guerra del 1948-1949 nella quale gli eserciti arabi furono sconfitti dall’armata israeliana. Quest’anno, poi, la data del 15 maggio coincide anche con il trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme. Le proteste, represse duramente dall’esercito israeliano posto a difesa del confine, hanno provocato fino ad ora 27 morti palestinesi, 1.300 feriti, 30 dei quali molto gravi. Ma il bilancio rischia di salire con il prosieguo della protesta.

Presidente Cingoli, qual è il significato della Marcia del Ritorno voluta da Hamas?

È una svolta strategica.

Il fatto che Hamas abbia indetto questa marcia non per protestare contro l’isolamento e le difficili condizioni in cui versa la Striscia di Gaza quanto per rivendicare il diritto al ritorno dei palestinesi entro i confini storici della Palestina prima del 1968, ha implicazioni politiche molto importanti. Il diritto al ritorno è rivendicato dai palestinesi in base alla risoluzione 194 delle Nazioni Unite del 1948 che attribuiva il diritto a quelli che erano stati cacciati o che erano fuggiti dalle loro case e terre a farvi ritorno. Oggi sarebbero 4 o 5 milioni i palestinesi interessati. Se ritornassero, Israele vedrebbe sconvolta tutta la composizione demografica del suo Stato, che non sarebbe più a maggioranza ebraica.

(Foto: AFP/SIR)

Quello del “ritorno dei palestinesi” è sempre stato uno dei nodi principali da sciogliere all’interno del negoziato di pace tra israeliani e palestinesi…
Durante varie fasi dei negoziati si è arrivati molto vicino alla definizione del problema. Si erano formulate diverse ipotesi, presupponendo comunque un diritto al rimborso per tutti i rifugiati e i loro discendenti, con diverse alternative: rientrare nello Stato palestinese da costruire, restare nel Paese ospitante (con un rimborso anche a queste Nazioni per le spese sostenute), emigrare in altri Paesi del mondo disposti all’accoglienza, e una piccola parte rientrare in Israele. Allo studio anche l’ipotesi che una componente palestinese potesse essere allocata in abitazioni edificate nelle aree date da Israele come scambio territoriale a compenso delle porzioni di terra che lo Stato ebraico avrebbe mantenuto. Questa idea era ritornata nei negoziati ultimi condotti dal presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen) e l’allora premier Olmert in cui i palestinesi accettavano scambi territoriali con Israele di proporzioni ridotte ma di estensione e qualità equivalente. Lo stesso “Piano arabo di pace” del 2002 patrocinato dall’Arabia Saudita prevede che al problema dei rifugiati venga data una “soluzione equa e concordata” (evidentemente concordata) con Israele. Ora, per Hamas,

indire questa “Marcia” significa negare il diritto all’esistenza di Israele

e ripensare precedenti posizioni che giudicavano accettabili i confini del ’67.

Dunque un passo indietro rispetto ad un anno fa, quando Hamas disse che poteva accettare la soluzione di Due Stati basati sui confini del ’67?
Certamente un passo indietro ma, al tempo stesso, un rilancio politico del Movimento islamista teso a uscire dall’isolamento e dalle difficoltà interne.

Il fatto che Hamas abbia chiamato la popolazione di Gaza non alla jihad armata, agli attentati ma a manifestazioni di massa pacifiche, che lo siano state o meno, è un cambio di strategia notevole.

(Foto: AFP/SIR)

Hamas sta forse tentando di “rubare la scena” all’Autorità Palestinese e a Al Fatah?
Indire manifestazioni pacifiche è sempre stata la proposta dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) e della fazione Al Fatah, senza che siano mai state in grado di attuarla compiutamente. Tanto che lo stesso presidente palestinese Abbas ha dovuto accodarsi alle manifestazioni di Gaza condannando gli eccidi dell’esercito israeliano e così hanno fatto anche la Lega Araba e i più grandi Stati arabi, sia pure a mezza bocca.

Siamo davanti al tentativo di Yahya Sinwar, nuovo leader eletto di Hamas nella Striscia di Gaza al posto di Ismail Haniyeh, di porsi non più solo come leader di Hamas ma come leader complessivo del movimento palestinese sostituendosi anche ad al-Fatah, oramai screditata, e alla stessa Olp, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Saranno manifestazioni in crescendo e, secondo alcuni media, l’iniziativa di massa intrapresa da Hamas sarebbe stata concordata con l’Iran.

Siamo quindi alla fine del processo di riconciliazione interpalestinese?
La visione di Hamas è quella di mollare all’Autorità palestinese la gestione della vita quotidiana della Striscia, quindi il pagamento degli stipendi dei funzionari, delle scuole, della sanità, tenendosi però la componente armata. Teniamo presente che la capacità militare di Hamas è di gran lunga maggiore di quella dell’Autorità palestinese e Fatah. Il punto di contrasto che ha bloccato il processo di riconciliazione è proprio questo: chi detiene il potere militare. Da parte sua il presidente Mahmud Abbas chiede un solo governo, una sola amministrazione e un solo esercito. Una posizione dura, questa del presidente palestinese, che cela la sua contrarietà al processo di riconciliazione perché teme di perdere il potere – se si dovesse andare ad elezioni anticipate – e il controllo sui soldi che arrivano alle casse palestinesi dall’Europa e, anche se in misura sempre minore, dagli Usa.

Cosa pensa dell’attentato fallito al capo del governo palestinese Rami Hamdallah, il 13 marzo, a Gaza? Hamdallah aveva deciso di tornare a Gaza – anche su pressione della diplomazia egiziana – nel tentativo di rilanciare la riconciliazione con Hamas.
Molto probabilmente l’attentato è stato compiuto da qualche gruppo jihadista o che si richiama all’Isis. Credo, tuttavia, che abbia rappresentato il certificato di morte del processo di pacificazione palestinese.

Cosa cambia per Israele ora che Hamas ha adottato questa nuova strategia?

Questa iniziativa di Hamas mette in difficoltà il Governo israeliano, che puntava a un management del conflitto, di intesa con gli Usa e i maggiori Paesi arabi.

Ora si trova a dover fare i conti con la drammatica realtà di Gaza, che aveva sottovalutato, ignorando anche gli allarmi dei suoi esponenti militari e dei servizi di sicurezza. Da qui l’uso spropositato della forza da parte dell’Esercito (Idf) contro i manifestanti. Si tratta di una politica di arroccamento del premier Netanyahu e dell’Esercito che forse può pagare sul breve periodo ma che isola Israele sempre di più sul piano internazionale.

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