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Dalla guerra in Sud Sudan al mare di Sorrento, il primo volo dei 113 profughi dei corridoi umanitari

Stanotte prenderanno il loro primo aereo verso l’Europa e alle 4.30 di domattina sbarcheranno all’aeroporto di Roma-Fiumicino, per iniziare una nuova grande sfida. Si tratta di 113 eritrei, somali e sud sudanesi, destinati a 18 Caritas diocesane dal Nord al Sud della Penisola, tramite il “trasferimento” sicuro e legale verso l’Italia, grazie ai corridoi umanitari promossi nell’ambito del Protocollo d’intesa con lo Stato italiano , siglato dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Cei, finanziati con l’otto per mille alla Chiesa italiana, che agisce attraverso Caritas italiana e Fondazione Migrantes. Dopo il primo arrivo a novembre (una ventina), entro un anno arriveranno dai campi etiopici 500 profughi.

(da Addis Abeba) – La famiglia Tuy Tuy – padre, madre e 8 figli sud sudanesi – non ha mai visto il mare e non ha mai mangiato una vera pizza napoletana. La mamma allatta una bimba di 6 mesi e mezzo, la più piccola del gruppo dei 113 profughi che arriveranno in Italia il 27 febbraio con i corridoi umanitari. Sgranano tanto d’occhi, di meraviglia e stupore, quando gli operatori di Caritas italiana e Comunità di Sant’Egidio fanno vedere, dal tablet, le foto della loro destinazione: Sorrento, dove saranno accolti per un anno dalla Caritas diocesana, nell’ambito del progetto “Protetto. Rifugiato a casa mia”. Ad Addis Abeba, Etiopia, sono gli ultimi colloqui preparatori con gli “urban refugees”, i rifugiati costretti a fuggire tanti anni fa dai loro Paesi. Dopo un lungo periodo nei campi profughi – dove vivono ancora oltre 800mila persone da Sud Sudan, Eritrea, Somalia, Sudan, Yemen – sono stati spostati nella capitale etiopica dall’agenzia Arra (l’organizzazione locale preposta alla gestione dei rifugiati) perché troppo vulnerabili o a rischio violenze e persecuzioni. Dei 113 profughi dei corridoi umanitari la metà sono minorenni.

“Siete pronti ad andare in Italia?”, chiede durante il colloquio prima della partenza Daniele Albanese, coordinatore dei corridoi umanitari di Caritas italiana. Tutti rispondono sicuri: “Yes”. Ascoltano le spiegazioni di Caritas e Sant’Egidio sui particolari del volo, la conferenza stampa a Fiumicino (il 27 febbraio alle 11.30, ad Addis Abeba l’incontro con la stampa locale si svolge oggi) e su cosa li attende appena sbarcati. L’attenzione è al massimo, sono emozionatissimi. Indossano i loro abiti migliori, quelli della festa. Ogni tanto si accende una luce brillante negli occhi tristi; in profondità un mare di dolori, privazioni e fatiche che ora vogliono solo dimenticare.

“Vi stiamo dando un’opportunità, per voi è un nuovo inizio. Per un anno vi aiuteremo ad integrarvi nel nostro Paese: studierete l’italiano, i bambini andranno a scuola e avrete cure mediche gratuite. Vi chiediamo di rispettare le regole, di confrontarvi con gli esperti Caritas quando sorgeranno problemi”.

“Non vi troveremo un lavoro perché non è facile nemmeno per gli italiani, ma vi supporteremo per diventare autonomi”.

Cecilia Pani, volontaria della Comunità di Sant’Egidio che si occupa dei corridoi umanitari insieme al marito Giancarlo Penza, spiega l’iter che dovranno affrontare per la richiesta d’asilo: “Vi raccomando di non uscire dall’Italia una volta ottenuta la protezione umanitaria perché diventereste irregolari”. Gli operatori descrivono in poche parole i paesi o le città che li accoglieranno, anche se molti al massimo hanno sentito parlare di squadre di calcio italiane. “Farà molto freddo”, avvertono.

Così la famiglia Tuy Tuy vedrà il mare di Sorrento. Il capofamiglia Daniel Tuy Tuy, 49 anni, contadino sud sudanese di etnia Nuer, ha la fronte attraversata da solchi. Non sono rughe ma tagli leggeri che nella loro tradizione rappresentano l’iniziazione alla vita adulta, a 15 anni, così sono degni di rispetto. Traduce per lui il figlio Nhial, 28 anni, unico maggiorenne di 8 figli (5 femmine tra cui la bimba di 3 mesi e mezzo e 3 maschi). Gli altri sono nati tutti in Etiopia. Lui non ha i solchi come il padre perché sono dovuti fuggire dal loro villaggio Kirk, nella regione Malakal, 23 anni fa, in piena guerra civile tra Sudan e Sud Sudan (che allora non era ancora uno Stato indipendente). In compenso, e purtroppo, sulla fronte, dall’attaccatura dei capelli, spicca una spessa cicatrice. “Mentre eravamo al campo di Intang hanno cercando di uccidermi tirandomi una pietra – spiega, chiedendo prima di parlare in prima persona il permesso al padre -. C’erano rivalità interne. Sono rimasto a lungo con una gamba paralizzata, devo ancora finire di curarmi”. Per questi motivi le organizzazioni umanitarie li hanno spostati

ad Addis Abeba: sono almeno 20.000 gli “urban refugees”. Ricevono un sussidio che varia da 70/130 euro al mese a seconda dei membri della famiglia.

Una cifra che però non è sufficiente nemmeno a coprire le spese dell’affitto di una casa o di una stanza. Inoltre, a causa del loro status, non possono lavorare. Sono stati segnalati al progetto dei corridoi umanitari dal Jesuit Refugee Service. “È dura vivere tanti anni senza rendersi utile – afferma il capofamiglia Daniel -. In Italia voglio lavorare e dare ai miei figli l’opportunità di studiare”. Nhial invece non vede l’ora di finire gli studi universitari, gratuiti anche per i rifugiati. “Vorrei diventare un manager. Ma sono disposto a fare qualsiasi lavoro”. Sono cattolici, per cui il padre ci tiene a precisare: “Appena arrivati in Italia entrerò in una chiesa per ringraziare”.

La famiglia più numerosa, in 12 a Foligno. Nella famiglia sud sudanese più numerosa del gruppo, 12 persone, sono rappresentate tre generazioni di donne sole (c’è anche la nonna) con tanti figli che conoscono solo la vita da profughi in Etiopia. Olami e Sara Simon hanno rispettivamente 21 e 25 anni e sono fratello e sorella. Entrambi sono nati nel campo profughi di Gambella, nel sud del Paese.

Li hanno spostati ad Addis Abeba dopo che qualcuno ha cercato di violentare e uccidere la madre. “È difficile vivere qui senza poter lavorare – raccontano -. Non abbiamo abbastanza soldi per comprare cibo per tutti”.

La loro destinazione è Foligno, in Umbria, e nemmeno loro hanno mai sentito parlare dell’Italia. “Non riusciamo ad immaginare cosa ci aspetta. Andiamo e vediamo”.

18 diocesi italiane li stanno aspettando. Tra gli uomini soli selezionati per i corridoi umanitari a causa della complessità della loro vicenda personale c’è Arefaine, 36 anni. Pilota dell’aviazione eritrea, è fuggito con l’aereo che guidava ed è atterrato direttamente in Etiopia per chiedere asilo politico, ha una protezione speciale. Parla bene inglese, è sorridente e composto ma deglutisce dall’emozione mentre gli operatori di Caritas e Sant’Egidio gli descrivono il suo futuro nella diocesi di Sorrento. Alla fine del colloquio si salutano alla maniera etiope, stringendosi la mano e toccandosi con le spalle destre.

Gli è appena stata detta, come a tutti gli altri, una frase che forse non ha mai sentito nella sua vita: “In Italia ci sono persone che vi stanno aspettando”.

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