“Grande America per gli americani”. Trump: orgoglio nazionale, qualche minaccia e messaggi bipartisan

Nel primo discorso sullo stato dell'Unione il presidente statunitense ha snocciolato i successi della sua amministrazione, elencato i "nemici" del Paese (Corea del Nord, Iran, Cina, Russia...), promesso un futuro roseo sotto la bandiera a stelle e strisce. Sul piano per le infrastrutture e la riforma dell'immigrazione chiede invece il sostegno di repubblicani e democratici. Cala l'impegno per la tutela dell'ambiente. Progetti su sanità e nuovi armamenti nucleari

(Foto: AFP/SIR)

(da New York) “È il nostro nuovo momento. Abbiamo una visione chiara e una missione giusta: rendere nuovamente grande l’America per tutti gli americani”. Il primo discorso sullo stato dell’Unione (relazione annuale di ogni presidente Usa) che Donald Trump indirizza al Congresso degli Stati Uniti ha un tono ottimistico, promettente, intenzionato a “mettere da parte le differenze, per cercare un terreno comune e quell’unità che dobbiamo a tutte le persone che ci hanno eletto per servire”. Le provocazioni, gli attacchi e i contrasti per una sera sono messi da parte, anzi il presidente richiama repubblicani e democratici ad accordi bipartisan su due temi, per lui fondamentali: il piano d’investimento sulle infrastrutture e la riforma sull’immigrazione. A proposito del primo, Trump chiede di accorciare i tempi di approvazione di un’opera pubblica e ricorda che costruire “l’Empire State Building ha richiesto un anno, mentre l’approvazione per una strada ne chiede almeno dieci”.

La nuova legge sull’immigrazione, nata da diversi incontri tra le due anime del Congresso Usa si compone di quattro pilastri che il “Commander in chief” illustra con orgoglio: il primo è il percorso di cittadinanza offerto a 1,8 milioni di immigrati irregolari, i cosiddetti dreamers che resteranno nel Paese se dimostreranno la loro istruzione, le loro capacità lavorative e una vita morale degna. Il secondo invece riguarda il muro di protezione nel Sud del Paese (non cita volutamente il Messico); il terzo prevede la riforma della lotteria per la Green Card, il permesso di lavoro e residenza negli Usa; il quarto impone limitazioni alle riunificazioni delle famiglie dei migranti che potranno riunirsi solo a mogli, mariti e figli.

Grande enfasi è stata assegnata ai successi in ambito economico e fiscale ottenuti dal suo primo anno di presidenza. “Abbiamo creato 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro, inclusi 200mila nuovi posti nel solo settore manifatturiero e dopo anni di stagnazione salariale, stiamo finalmente assistendo all’aumento dei salari”, ha dichiarato Trump tra il plauso generale. Inoltre i dati confermano che la disoccupazione per gli afro-americani e gli ispanici ha toccato i livelli più bassi dell’ultimo decennio. La riforma fiscale, fiore all’occhiello dell’amministrazione, “ha fatto registrare risparmi per le famiglie con 24mila dollari di reddito, mentre è raddoppiato il credito d’imposta per i figli”. I risparmi in tasse sono stati investiti nell’acquisto di una nuova casa e nell’istruzione dei ragazzi. Il taglio dell’aliquota sul lavoro dal 35% fino al 21% “ha consentito alle aziende americane di competere e vincere contro chiunque nel mondo. Apple ha annunciato che prevede di investire 350 miliardi di dollari in America e assumere altri 20mila lavoratori (va precisato che annualmente l’azienda investe in partenza già 275 miliardi), mentre Chrysler sta spostando una sua grande produzione dal Messico al Michigan; e Toyota e Mazda stanno aprendo nuove aziende in Alabama”. L’America vittima della recessione e grande sostenitrice del presidente – sostiene Trump – respira e torna a sperare dopo queste novità. Alle zone depresse del Paese Trump annuncia la fine “della guerra al carbone pulito, la deregulation sull’energia che porterà gli Usa ad esportare nuovamente e accordi commerciali bilaterali ed equi che consentiranno al Paese di primeggiare nuovamente”.

Trump dimentica di precisare che la recessione è frutto non solo degli accordi di libero scambio ma anche della globalizzazione del lavoro e dell’automazione.

Il costo dei farmaci, le cure sperimentali a cui gli americani possono accedere in casa senza girare in cerca di speranza in altri Paesi, le cure per i veterani e il debellare l’epidemia delle dipendenze da droghe sono i punti principali del suo progetto sanitario che Trump si impegna a realizzare in un anno.
Il discorso di ieri sera è stato interrotto più volte, secondo tradizione, da applausi scroscianti e standing ovation, spesso da parte esclusivamente repubblicana, mentre impassibili sono rimasti sia gli alti rappresentanti delle forze militari sia i giudici della Corte Suprema. Il loro plauso è scattato quando protagonisti del discorso sono diventati gli eroi militari e civili di quest’anno presidenziale. Il pompiere californiano che ha salvato 60 bambini dall’incendio, l’ufficiale della guardia costiera che ha strappato all’uragano Harvey, a Houston, oltre 40 vite, ma poi anche militari che hanno rischiato la vita per salvare un compagno in Iraq o un poliziotto che con la moglie hanno deciso di adottare una bambina, figlia di una coppia di tossicodipendenti che erano stati ritrovati incoscienti sulla strada o ancora la famiglia del giovane studente americano rimasto per 15 anni ai lavori forzati sotto il regime nord-coreano e morto poche settimane dopo il suo rientro.

L’applauso più lungo e commosso tributato dall’intera platea è andato alle famiglie di due adolescenti di Long Island assassinate da una banda di latinos, uno dei temi che ha avallato le restrizioni presidenziali nell’ambito delle migrazioni e le sue scelte sulla sicurezza e la protezione dei cittadini statunitensi. “Come presidente degli Stati Uniti, la mia più grande lealtà, la mia più grande compassione, e la mia costante preoccupazione sono per i bambini americani, i lavoratori americani in difficoltà e le comunità dimenticate dell’America”, ha ribadito.

Il gelo ha accolto invece l’annuncio del presidente di voler “modernizzare e ricostruire il nostro arsenale nucleare, sperando di non doverlo mai usare, ma lo renderemo così forte e potente da scoraggiare qualsiasi atto di aggressione”. Pochissimi gli applausi e più di circostanza anche quelli di Paul Ryan, portavoce della Camera dei rappresentanti, e del vicepresidente Mike Pence, seduti alle spalle di Trump.

Un passo indietro che rischia di cancellare con un colpo di spugna quella politica di smantellamento delle armi nucleari che proprio nel repubblicano Ronald Reagan aveva avuto uno dei massimi esponenti.

La politica estera illustrata da Trump mette Cina e Russia nell’elenco dei nemici, precedute solo dalla Corea del Nord, definita brutale, e promette sanzioni a Iran, Venezuela e Cuba; annuncia riduzione degli aiuti per tutti i Paesi che in sede Onu si sono schierati contro la decisione Usa di proclamare Gerusalemme capitale d’Israele: “Dobbiamo garantire che i dollari americani servano sempre gli interessi americani, e solo agli amici americani”. Infine ha espresso aperto sostegno al “popolo iraniano per la sua coraggiosa lotta per la libertà”. Non è mancata una stoccata all’apparato burocratico di Washington, contestato sin dalla sua discesa in campo. “La fede e la famiglia, non il governo e la burocrazia, sono il centro della vita americana. Il nostro motto è ‘in God we trust’. E questo Congresso, questa città e questa nazione, appartengono agli americani. Il nostro compito è rispettarli, ascoltarli, servirli, proteggerli, ed essere sempre degni di loro”. E questo è il mandato che il Trump presidente si è dato.

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