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Cristiani sotto attacco in Egitto. La forza dei copti: “Non abbiamo paura. I nostri martiri intercedono per noi”

Le testimonianze dei familiari di tre "martiri" raccolte durante un viaggio in Egitto di Aiuto alla Chiesa che soffre - Italia che si è chiuso domenica 28 gennaio, cui il Sir ha partecipato. La Chiesa copto-ortodossa conta almeno 12 milioni di fedeli, vale a dire più del 10% della popolazione egiziana. Senza contare i circa 2 milioni di fedeli in diaspora. I copto-cattolici sono circa 300mila.

Una comunità sotto assedio, ma ricca di fede e di coraggio. Una lunga scia di sangue ne segna la storia che giunge fino ad oggi e che ha il volto di tanti martiri. Eredi delle prime comunità cristiane fiorite con la predicazione dell’apostolo Marco, sotto l’impero di Nerone, i copti egiziani si portano dentro una fede profonda, poco incline alla paura e per nulla arrendevole. Ed è questo uno dei motivi per cui vengono violentemente attaccati dalla ferocia jiahdista. Difficile dire con precisione quanti siano: la Chiesa copto-ortodossa parla di almeno 12 milioni di fedeli, vale a dire più del 10% della popolazione egiziana. Senza contare i circa 2 milioni di fedeli in diaspora. I copto-cattolici sono circa 300mila. Non bastano stragi, attacchi kamikaze, sgozzamenti a tenerli lontano dalle chiese. Ne sanno qualcosa i Fratelli musulmani che, nell’estate 2013, quando il governo islamista del presidente Mohamed Morsi fu deposto dai militari, si scatenarono contro chiese e istituzioni cristiane, devastandone oltre 60.

Più vengono colpiti, più riempiono i banchi durante le messe.

Assiut: chiesa del Divino Amore

E poco importa se oggi per entrare in chiesa bisogna passare attraverso rigide misure di sicurezza, volute dal presidente al-Sisi per proteggere questa comunità autoctona.

I copti non sembrano conoscere la paura, nemmeno dopo la serie, l’ultima, di attentati terroristici che hanno provocato decine di morti e centinaia di feriti: il doppio attacco, il 9 aprile 2017, Domenica delle Palme, ad Alessandria, nella cattedrale di san Marco, e a Tanta, nella chiesa di san Giorgio, il 26 maggio 2017, la strage di 26 pellegrini diretti al santuario di san Samuele il Confessore, nella turbolenta provincia di Minya, e il 29 dicembre scorso, nel distretto di Helwan, a sud del Cairo, alla chiesa di Marmina. A gennaio del 2015, invece, risale l’uccisione in Libia di 21 lavoratori copti, ad opera dell’Isis. Mentre venivano sgozzati pronunciavano il nome di Cristo.

Non conosce la paura Maryam, madre di tre figli, 15, 12 e 2 e mezzo. Suo marito, Nabil Habib Abdallah, era il custode della chiesa copto-ortodossa di San Pietro e Paolo, al Cairo, situata nel recinto della cattedrale di san Marco, residenza di Papa Tawadros II.

Cairo: chiesa copto-ortodossa di San Pietro e Paolo

Un’esplosione, causata da 12 chili di tritolo, se lo è portato via insieme ad altre 24 vittime, quasi tutte donne e bambine, l’11 dicembre del 2016. “Quel giorno – racconta la donna a una delegazione di Acs Italia in Egitto per una visita di solidarietà ai cristiani locali – mio marito era in chiesa insieme a mia figlia maggiore”. Le cronache di quegli attimi parlano dell’estremo tentativo di Nabil di impedire al terrorista l’accesso alla chiesa. Un intervento che ha impedito, secondo molti, una strage ancora peggiore. Nella chiesa, oggi rimessa a nuovo dall’esercito egiziano, si vedono ancora i segni dell’esplosione, sulle colonne di marmo, dove una mano caritatevole ha appeso un drappo con i volti e i nomi delle vittime.

Maryam, vedova del “martire” Nabil Habib Abdallah

“Dove ho trovato la forza per andare avanti? Ripete la domanda e con un sorriso appena accennato risponde, stringendo nella mano l’immagine del marito appesa a una collanina:

“Siamo copti e pronti a tutto. Sappiamo bene che un altro attacco potrebbe accadere in ogni momento. Per noi morire è salire in Paradiso, la morte è la porta del cielo. I nostri martiri ci dicono che morire per Cristo è un passaggio al cielo. Sono nostri intercessori”.

È passato più di un anno da quell’11 dicembre e “ogni giorno che passa sentiamo la sua presenza. Viviamo nella speranza di poterci un giorno ritrovare. Quando i miei figli chiedono del padre a rispondere è mia figlia, la più grande, ‘Papà è in cielo’”. Se ho perdonato? Solo il tempo di un respiro profondo e poi la risposta secca, senza esitazione:

“Sì. Ricordiamoci che siamo cristiani”.

Non ha paura Jahne, tre figli, di cui due gemelli di 8 anni, Fady (Salvatore) e Bishoy. Suo marito, Ibrahim Gerges, ha perso la vita nell’attentato alla chiesa di San Marco ad Alessandria, il 9 aprile 2017, Domenica delle Palme. Nello stesso giorno un altro attacco ha provocato morte e distruzione anche nella chiesa di San Giorgio, a Tanta, a nord del Cairo.

Alessandria d’Egitto: Jahne, con i due gemelli di 8 anni, Fady (Salvatore) e Bishoy

“Eravamo appena usciti dalla messa e stavamo parlando con mio marito e altri parenti davanti al negozio di souvenir nei pressi del cancello di ingresso che porta alla chiesa – è il ricordo della donna –. Uno dei miei figli giocava inavvertitamente nei pressi del kamikaze. Si è salvato correndo verso la chiesa un attimo prima dello scoppio. Mio marito è stato letteralmente spazzato via dal boato. Io sono rimasta ferita gravemente al braccio, al viso e alla schiena. Avevo tutti i vestiti bruciati dall’esplosione. Sono stata in ospedale per lungo tempo.

Ho saputo della morte di mio marito solo qualche giorno dopo. A comunicarmelo è stato il mio padre spirituale che mi ha fatto un discorso sul martirio. Gli chiedevo perché mi parlasse del martirio, cosa c’entrasse con il mio Ibrahim. Poi ho capito.

Sono rimasta scioccata e, per diversi giorni, ho perso la parola”. Oggi Jahne continua ad andare a messa. La Chiesa copto-ortodossa non l’ha lasciata sola, e l’aiuta grazie anche ad un fondo per i familiari dei martiri voluto da Papa Tawadros II. Solo una domanda resta ancora insoluta nella vita di questa donna: è quella di suo figlio, quello che ha visto in faccia il kamikaze prima che si facesse esplodere.

“Dio perché hai preso il mio papà?”.

Maikal è il figlio di Atef Moner Zaki, ucciso dall’Isis il 26 maggio 2017, mentre si recava a lavoro presso il santuario di san Samuele il Confessore, nella provincia di Minya. A morire con lui anche 26 pellegrini diretti in bus al santuario. Uomini armati dell’Isis li hanno fermati e uccisi a sangue freddo perché si erano rifiutati di convertirsi all’Islam.

Maikal, figlio di di Atef Moner Zaki, ucciso dall’Isis il 26 maggio 2017

“Mio padre è stato ucciso con un colpo di pistola in fronte – racconta Maikal mentre carezza l’immagine paterna posta sulla tomba – sentiamo la sua presenza più viva che mai.

La sua morte è una benedizione per noi.

Come cristiani cerchiamo di perdonare. Non abbiamo paura. Non c’è morte per coloro che amano Dio”.

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