Carceri sovraffollate e detenuti senza giudizio in Camerun. Un progetto per ridare dignità alla persona

“In Camerun ci sono persone che restano rinchiuse anche due o tre anni per reati che prevedono pene non superiori ai sei mesi, semplicemente perché non hanno la possibilità di pagare una sanzione di un valore pari a venti o trenta euro e i loro procedimenti finiscono per perdersi tra le pieghe del sistema giudiziario oppure uomini e donne privati per mesi della libertà senza avere un’idea precisa di quale sia il crimine loro imputato”, racconta Georges Alex Mbarga, giurista dell’associazione Coecam da oltre vent’anni a contatto con la realtà carceraria del Paese

Sovraffollamento, cattive condizioni igieniche e annesse malattie, promiscuità tra adulti e minori, mancanza di assistenza psicologica e legale. Sono queste alcune delle principali fragilità del sistema carcerario del Camerun. Una condizione condivisa con molti altri Paesi del continente africano e più in generale del Sud del mondo (e, per alcuni aspetti come il sovraffollamento, anche da alcuni Paesi occidentali) dove le carceri sono viste come luoghi lontani dalla società e i detenuti come persone da allontanare.

“In Camerun ci sono persone che restano rinchiuse anche due o tre anni per reati che prevedono pene non superiori ai sei mesi, semplicemente perché non hanno la possibilità di pagare una sanzione di un valore pari a venti o trenta euro e i loro procedimenti finiscono per perdersi tra le pieghe del sistema giudiziario oppure uomini e donne privati per mesi della libertà senza avere un’idea precisa di quale sia il crimine loro imputato”, racconta Georges Alex Mbarga, giurista dell’associazione Coecam da oltre vent’anni a contatto con la realtà carceraria del Paese. “La situazione è diventa particolarmente critica nel nord – continua Mbarga – dove a causa della presenza terroristica di Boko Haram è sufficiente un sospetto di vicinanza al gruppo per finire in carcere e questo ha portato all’arresto di persone che hanno impiegato mesi o anni a dimostrare la loro innocenza. Ma ci sono anche ragazzi arrestati per piccole risse o per comportamenti omossessuali (punti dal Codice penale camerunense)”.

Il risultato è un numero di detenuti doppio rispetto ai posti disponibili: a fine 2017 nei 123 carceri del Camerun c’erano 28.120 persone a fronte di 12mila posti disponibili. Oltre la metà di questi – ben 15.699 – erano imputati ancora in attesa di giudizio.

“Di fronte a questi numeri – continua il giurista – è normale che si arrivi ad avere anche cento persone in celle da 25 posti, in condizioni igieniche davvero precarie e con un solo pasto servito al giorno, solitamente un po’ di riso o polenta di manioca o di miglio. E poi ci sono i minori che vivono nelle celle con gli adulti e persino bambini, figli di detenute, che vivono nelle stesse celle delle loro madri”.

È questo il contesto in cui tre anni fa l’Ong Coe (Centro orientamento educativo) da anni attiva nel Paese in collaborazione proprio con Coecam (la sua partner locale) ha deciso di lanciare il progetto “Scateniamoci!” con l’obiettivo di migliorare la condizione di vita nelle carceri del Paese e favorire opportunità di reinserimento socio-professionale dei detenuti. Il progetto – finanziato grazie ai contributi del Ministero per gli Affari esteri italiano e dalla Conferenza episcopale italiana – si è concentrato sulle carceri di Garoua, Mbalmayo e Douala coinvolgendo un totale di 6.502 persone.

L’approccio iniziale è stato fortemente pratico: sono state promosse periodiche giornate per il “carcere pulito” che hanno portato alla disinfestazione delle strutture, così come si è promosso, in accordo con le autorità locali, un programma di assistenza sanitaria e nutrizionale per il miglioramento delle razioni di cibo e l’assistenza medica.

“Al di là dei risultati concreti raggiunti in questi tre anni il successo più importante è stato quello di aver aiutato i detenuti a crescere nella consapevolezza dei propri diritti favorendo un maggior dialogo e confronto con le autorità locali e i dirigenti delle strutture”, prosegue Barga. Una parte importante del progetto ha riguardato proprio il personale giudiziario che è stato coinvolto in corsi di formazione e in incontri a cui hanno partecipato rappresentanti degli stessi detenuti. “Per noi era importante che questo processo portasse ad introdurre nuovi temi nel dibattito sociale del Paese, all’interno del sistema giudiziario e non solo”, precisa Clara Carluzzo, responsabile Ufficio Progetti del Coe: “Perché non è scontato, non solo in Camerun ma anche in Italia, che la giustizia riconosca e metta al primo posto la dignità della persona. Per questo, concluso questo primo programma triennale stiamo pensando, insieme ai nostri partner, come proseguire questo impegno”.

La valorizzazione della persona detenuta passa anche dal lavoro e dalle possibilità di reinserimento sociale una volta fuori dal carcere. Per questo, tra le eredità concrete del progetto, ci sono le tre cooperative che sono state attivate grazie al coinvolgimento dell’Ong Ingegneria Senza Frontiere Milano: a Mbalmayo sono nati un’attività avicola e un orto; a Garoua uno spaccio di alimentari e prodotti di igiene e una tipografia; a Douala una sartoria che confeziona vestiti, divise e borse. “Oltre ad offrire la possibilità di imparare un mestiere – conclude Georges Alex Mbarga – queste cooperative permetteranno, con gli utili prodotti, di proseguire in quel processo di risanamento e di miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri appena avviato. A beneficio non solo dei detenuti ma anche dello loro famiglie e dell’intera società”.

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