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Da Derry a Gerusalemme, “le vittime della guerra saranno gli eroi della pace”

Tra i vescovi dell'Holy Land Coordination in pellegrinaggio di solidarietà in Terra Santa c'è anche l'irlandese Donal McKeown, vescovo di Derry, che ha vissuto il conflitto che ha dilaniato l'Irlanda del Nord, terminato dopo oltre 25 anni con la sigla del trattato di pace del Venerdì Santo del 1998. "A fare la pace in Terra Santa - dice - saranno le stesse vittime della guerra. Sono loro i veri eroi". Sono i due popoli che vogliono uscire dal conflitto, sopratutto i più giovani, "gli architetti del futuro stanchi di essere prigionieri del passato".

Gerusalemme

(da Gerusalemme) “Sono venuto qui senza alcuna velleità di dare consigli, ma solo per testimoniare che la pace è possibile. Chi avrebbe mai immaginato 30 anni fa che in Germania sarebbe caduto il muro di Berlino, che in Sud Africa sarebbe stato sconfitto l’apartheid e che avremmo avuto la pace in Irlanda del Nord?”: parte dai suoi ricordi, quelli di quando non era ancora sacerdote, ma giovane studente all’Università di Belfast, mons. Donal McKeown, vescovo di Derry, città al confine tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda, cui sono legati i “Troubles”, termine inglese che eufemisticamente indica il conflitto nord-irlandese, combattuto tra gli unionisti inglesi e gli indipendentisti irlandesi a partire dalla fine degli anni Sessanta fino all’accordo di pace del Venerdì Santo firmato a Belfast il 10 aprile 1998.

Mons. Donal McKeown

Mons. McKeown in questi giorni è in Terra Santa con i vescovi di Usa, Canada, Ue e Sud Africa, membri dell’Holy Land Coordination, in pellegrinaggio di solidarietà con le comunità cristiane locali, per la giustizia e la pace. Tra i vari appuntamenti: l’incontro con studenti di alcune scuole israeliane a Beit Nehemiah e a Makabim-Reut, dopo quello con i loro coetanei palestinesi a Beit Jala. Tutti concordi: “Vogliamo un futuro di pace, siamo stanchi della guerra”.

La guerra non serve a nulla. “Ricordo – racconta al Sir – quel 30 gennaio del 1972, la domenica di sangue a Derry.

All’epoca ero uno studente universitario e quella strage mi segnò fortemente. Assurdo pensare che uomini dell’esercito britannico potessero sparare e uccidere 13 uomini disarmati che protestavano pacificamente. Il mercoledì successivo andai ai funerali delle vittime per esprimere la mia vicinanza ma anche la mia protesta contro questo atto”. Nonostante quel massacro, cantato dagli U2 nel brano “Sunday, bloody Sunday”, “abbiamo sofferto e cercato la pace che giunse nel 1998, il giorno di Venerdì Santo, con la firma di un trattato che portò alla pacificazione delle due comunità nord-irlandesi. Sono stati anni in cui sono morte tante persone, tanti civili inermi, donne, giovani, anziani, le persone più deboli non in grado di difendersi. La guerra non è servita a nulla”. Oggi come allora.

“Con i miei confratelli vescovi di Germania e del Sud Africa vogliamo testimoniare ai nostri amici israeliani e palestinesi che la riconciliazione è possibile. Anche dopo 50 anni di conflitto. Si costruisce con pezzettini di amicizia, di rapporti umani che maturano giorno dopo giorno e con il coraggio di andare contro tutto ciò che genera discriminazioni, ingiustizie e odio”.

Ci sarà mai un accordo del Venerdì Santo anche per israeliani e palestinesi? Pronta la risposta:

“La pace è possibile: dobbiamo ripeterlo all’infinito ai due popoli in lotta. La nostra esperienza in Irlanda ci dice questo. Ce lo testimoniano gli orfani, le vedove, quelli che nella guerra hanno perso tutto.

Sono loro che hanno reso possibile la pace, i più deboli diventati forti perché sono stati in grado di camminare insieme, piangere insieme.

Le vittime della guerra sono gli eroi della pace”.

E ancora: “Sarà così anche qui in Terra Santa dove la riconciliazione passa attraverso la sofferenza di tante persone. Sono loro che indicano la strada ai politici e ai leader mondiali che va oltre l’odio, il rancore, la vendetta, i personalismi. I politici credono di seguire la volontà dei loro popoli, ma è davvero così? Io non credo.

La nostra esperienza irlandese ci racconta che abbiamo bisogno di persone che credono che la pace, il perdono, la riconciliazione sono possibili”.

Anche i cristiani sono chiamati a dare il loro contributo alla causa della pace. “Qui in Terra Santa – spiega mons. McKeown – ho visto una comunità cristiana e cattolica esigua nei numeri ma molto ricca nella fede, che ritroviamo nell’insegnamento condotto nelle scuole dove la convivenza di fedi e di etnie, la reciproca conoscenza e la tolleranza sono uno stile di vita.

La comunità cristiana può davvero assumere un ruolo profetico facendosi ponte di dialogo utile a riavvicinare palestinesi e israeliani, ebrei e musulmani, a partire dai giovani. Siamo il popolo della speranza, dobbiamo essere capaci di far nascere la speranza dalla Croce”.

“C’è un futuro, non solo un passato – conclude il vescovo -.

Dobbiamo essere architetti del futuro e non prigionieri del passato.

Non basterà un muro a fermare chi, nei due popoli, vuole andare verso un futuro di pace. Il muro di Berlino è stato abbattuto. La pace è possibile. Continuiamo a tesserne la tela”.

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