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Germano Dottori: la lotta al terrorismo? Non solo i foreign fighters ma anche gli homegrown

"C’è molta preoccupazione per quanto potranno fare i foreign fighters di rientro in Europa, anche se pare che sia da tempo all’opera sul terreno chi sta cercando di arginarli prima che possano tornare. Ma preoccupano ancor di più gli homegrown e soprattutto le possibili ricadute del confronto in atto tra sauditi e qatarioti". La lotta al terrorismo - dice Germano Dottori in questa intervista al Sir - passa attraverso i nuovi e intricati equilibri in Medio Oriente

“Nulla di veramente nuovo” e “dato il basso livello di complessità dell’attacco, escluderei dinamiche geopoliticamente significative alle spalle”. Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss-Guido Carli e consigliere scientifico di Limes, taglia corto sulle possibili ricostruzioni dietrologiche che si possono fare riguardo all’attentato a New York della scorsa settimana. Preferisce piuttosto guardare alla complessità in atto dei nuovi equilibri che si stanno creando in Medio Oriente e alle loro ripercussioni in Europa e negli Stati Uniti.

Un furgone affittato, la corsa folle su una strada, morti, telecamere di tutto il mondo che riprendono la scena. E infine la rivendicazione di Daesh. Ma davvero secondo lei c’è una strategia dietro pianificata?

I teorici che elaborano le strategie dei jihadisti hanno definito due fattispecie molto caratteristiche. Da un lato, c’è il jihad “a fronti aperti”, che è quello che ha fatto il Daesh prima di essere sconfitto. Dall’altro, c’è il “jihad difensivo diffuso”: quello che chiama tutti i membri della Ummah ad onorare il dovere religioso di difendere i musulmani sotto attacco, ovunque si trovino. Non è una novità degli ultimi mesi, è un approccio che ha ormai alcuni anni. Ciò che è interessante è il fatto che i musulmani vengano mobilitati per reagire alle offese che sarebbero portate sistematicamente contro di loro. È un evidente ribaltamento della nostra narrativa, che spiega il nostro smarrimento.

Noi pensiamo che ci attacchino per soggiogarci, loro invece ritengono di rispondere alla violenza che usiamo contro i loro correligionari.

Non ha anche lei l’impressione che Daesh – facendo agire i lupi solitari – stia dando di sé l’immagine di una realtà sempre più debole?
Lo Stato islamico è di sicuro in grandi difficoltà: lo è perché ha perso sostegni decisivi e perché gli Stati Uniti di Trump hanno adottato una nuova strategia contro-terroristica, riconciliandosi con l’Arabia Saudita e facendo di Riyadh il perno di una trasformazione complessiva del Medio Oriente. Il presidente americano ritiene fondamentale alla stabilità mediorientale la pace tra israeliani e palestinesi. E i sauditi sono adesso incaricati di promuoverla. Si vedono cose nuove: un erede al trono saudita, ad esempio, che prospetta a Netanyahu il riconoscimento d’Israele da parte degli Al Saud, in cambio dell’accettazione dello Stato palestinese. E come d’incanto, Hamas molla la Fratellanza musulmana.

Quanto la caduta di Raqqa, roccaforte di Daesh, cambierà la lotta contro il terrorismo in Europa e negli Stati Uniti? Che cosa ci dobbiamo aspettare? Che lei sappia, le intelligence sono allertate ancora di più?

C’è molta preoccupazione per quanto potranno fare i Foreign Fighters di rientro in Europa, anche se pare che sia da tempo all’opera sul terreno chi sta cercando di arginarli prima che possano tornare. Ma preoccupano ancor di più gli homegrown (figli di immigrati di seconda o terza generazione, nati e cresciuti in Occidente, ndr) e soprattutto le possibili ricadute del confronto in atto tra sauditi e qatarioti.

Se Doha non si piegherà rapidamente, sono infatti da mettere in preventivo attentati da parte delle filiere terroristiche che si sentono più vicine agli uni o agli altri. Per condizionare le scelte di alleanza dei nostri Stati. Forse è ciò che è accaduto a Barcellona lo scorso 17 agosto. Il problema vero è questo: perché vanifica in parte le premesse su cui è stato costruito il controterrorismo italiano, molto attento a non inimicarsi frontalmente il complesso mondo dell’Islam politico, che è adesso nel mirino.

Otto morti a New York hanno riempito le pagine dei giornali per giorni. Le 300 vittime nell’attentato a Mogadiscio del 15 ottobre hanno lasciato del tutto indifferente l’Occidente. Che legame c’è tra il terrorismo e la percezione mediatica e come Daesh o Boko haram o il movimento al-Shabab lo utilizzano per raggiungere i loro scopi?
Gli attentati di Mogadiscio, a mio avviso, si inquadrano proprio nel contesto della lotta apertasi in Medio Oriente per determinare a quale Paese spetti il ruolo di principale potenza regionale. Hanno quindi una radice geopolitica. In Somalia, i turchi avevano allestito una base militare, la loro seconda all’estero dopo quella creata in Qatar, e sono comunque una presenza ubiqua. Io non mi meraviglierei se in un futuro più o meno lontano qualcuno ci dicesse che dietro questi attacchi ci sono state personalità che hanno ritenuto di interpretare a modo loro gli interessi di sicurezza dell’Arabia Saudita, sicuramente preoccupata da una presenza militare non amica che la prende nel mezzo.

L’indifferenza è stata una sorpresa, anche perché l’Unione europea è presente in Somalia con un proprio contingente militare di cui sono parte anche circa 120 italiani.

Peraltro, è evidente che l’impatto mediatico di attentati in città globali come New York, Londra o Parigi è immenso e non paragonabile a quello che può produrre qualsiasi evento che si produca nella periferia del mondo.

Che cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro? Quanto è alto a questo punto il rischio di un attacco in Italia?

Qualsiasi previsione è al momento avventata.

Che le autorità temano maggiormente l’eventualità di un attentato ce lo dimostra l’aumento continuo delle misure di prevenzione che vengono adottate, riflesso di preoccupazioni crescenti. Io temo soprattutto l’eventualità di un attacco che miri ad alterare l’esito delle prossime elezioni e magari anche a modificare l’insieme delle politiche adottate nei confronti delle due potenze che si stanno confrontando nella penisola arabica. Vedo, comunque sia, molto movimento diplomatico da parte nostra e un chiaro tentativo italiano di riposizionamento: la ritengo una risposta corretta e mi auguro sinceramente che sia sufficiente a proteggerci.

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