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Myanmar: Gomez (Amnesty), “contro i Rohingya la peggiore pulizia etnica in Asia degli ultimi tempi”

Sono oltre 400.000 le donne, gli uomini e i bambini appartenenti alla minoranza musulmana Rohingya costretti a fuggire in Bangladesh a causa di una recrudescenza delle violenze e persecuzioni da parte dell'esercito del Myanmar, con interi villaggi dati alle fiamme. La leader e Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha rotto il silenzio sulla crisi umanitaria ma gli attivisti per i diritti umani non sono soddisfatti. Da Bangkok parla James Gomez, di Amnesty international.

“Le violazioni dei diritti umani contro la popolazione Rohingya sono la peggiore pulizia etnica avvenuta in Asia negli ultimi tempi”. Non ha dubbi James Gomez, direttore di Amnesty international per la regione Asia sudorientale-Pacifico, che coordina il lavoro di un team di attivisti in loco e sta seguendo da Bangkok la crisi dei Rohingya, la minoranza musulmana che vive nello Stato di Rakhine in Myanmar, Paese a maggioranza buddista con numerosi conflitti interni per una difficile integrazione tra gruppi etnici, specie negli Stati di Kachin e Shan.

400.000 persone in fuga in Bangladesh. “Oltre 400.000 persone in tre settimane sono costrette ad attraversare la frontiera del Myanmar e fuggire in Bangladesh a causa della campagna di terra bruciata portata avanti dall’esercito – dice Gomez al Sir -. Negli anni più di 800.000 persone sono state costrette alla fuga”. La recrudescenza della violenza e delle violazioni dei diritti umani da parte delle forze militari è ricominciata il 25 agosto, in seguito agli attentati terroristici dell’Arakan Rohingya salvation army (Arsa) contro stazioni della polizia e una base militare nello Stato di Rakhine. Amnesty aveva già denunciato in un rapporto nel mese di giugno gravi episodi di torture, esecuzioni extragiudiziali, bombardamenti di villaggi e limitazioni alla libertà di movimento e all’accesso di aiuti umanitari nel Nord del Myanmar. In queste settimane la situazione è peggiorata: si parla di 200 villaggi dati alle fiamme, mentre gli attivisti continuano a postare foto e video di donne, uomini e moltissimi bambini in condizioni disperate che guadano fiumi e camminano lungo sentieri improbabili nel tentativo di varcare la frontiera e cercare riparo in Bangladesh. Amnesty ha raccolto le nuove prove grazie a rivelatori satellitari antincendio, immagini satellitari, riprese fotografiche e video e decine di testimoni oculari in Myanmar e in Bangladesh, dove i campi per sfollati sono allo stremo.

Aung San Suu Kyi

Amnesty su Aung San Suu Kyi: “Troppo silenzio sulle violazioni”. Per settimane la leader “de facto” del Myanmar Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la pace, è rimasta in silenzio, mentre gli altri Nobel, i diplomatici e le Nazioni Unite le chiedevano di intervenire. Finalmente il 19 settembre si è espressa in un discorso pubblico alla nazione, che però ha lasciato scontenti gli attivisti per i diritti umani. La leader della Lega nazionale della democrazia, il partito che ha vinto le prime elezioni libere nel 2015, dopo decenni di duro regime militare, si è detta “profondamente addolorata e preoccupata” per il “gran numero di musulmani che fuggono verso il Bangladesh” (non ha nominato i Rohingya perché è una parola tabù all’interno del Paese) e si è detta disponibile ad accogliere i diplomatici e gli osservatori Onu per dimostrare che nella maggior parte dello Stato di Rakhine la situazione è tranquilla. Di fatto è come se avesse taciuto sulle violenze dell’esercito, che ancora ha un grosso ruolo in Myanmar e con cui Suu Kyi deve mediare per poter governare.

“Aung San Suu Kyi ha parlato in termini generali della democrazia, dei problemi politici ma non dei problemi umanitari di 400.000 persone – spiega Gomez – ed è rimasta in silenzio sul ruolo dei militari nelle violazioni dei diritti umani. Ha invitato i diplomatici e la comunità intellettuale ma non gli osservatori indipendenti. I militari sono coinvolti e ancora beneficiano della più totale impunità, anche rispetto alle persecuzioni delle minoranze negli Stati Kachin e Shan”.

 

“Manca la denuncia dei Paesi asiatici”. Gomez è in contatto con i rappresentanti dell’Onu che si occupano di diritti umani e chiede con forza “di avviare un inchiesta indipendente su questi crimini contro l’umanità”. Giudica “molto importanti” i vari appelli di Papa Francesco sulla crisi umanitaria dei Rohingya ma auspica che si pronuncino anche altri attori strategici per gli equilibri geopolitici:

“Vorrei sentire la voce dei Paesi asiatici, soprattutto dell’India – che purtroppo non ha alzato la voce per difendere i Rohingya – e della Cina, che dovrebbe riconoscere gli abusi dei militari”.

Intanto Salil Shetty, segretario generale di Amnesty international ha chiesto ai leader mondiali riuniti in questi giorni all’Assemblea generale dell’Onu a New York di discutere delle tante crisi dei rifugiati in corso e in particolare dei Rohingya, “che si trovano in una situazione disperata. Se lo avessero dimenticato, le Nazioni Unite sono nate per questo”. Amnesty ha lanciato un appello on line per fermare la discriminazione e la pulizia etnica. E Medici senza frontiere ha chiesto alle autorità del Myanmar di “consentire subito l’accesso senza restrizioni” di cure mediche e aiuti umanitari internazionali nello Stato di Rakhine, per rispondere agli enormi bisogni umanitari di centinaia di migliaia di persone, tra cui 120.000 sfollati interni che dipendono completamente dall’assistenza umanitaria.

Bangladesh (WFP)

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