Vescovi rapiti in Siria: Giovanni X, “preghiamo sempre per loro con speranza”

"Noi siamo sempre in una preghiera continua per loro. Abbiamo sempre la speranza". È la speranza che, nonostante 4 anni di silenzio assordante, i due vescovi rapiti di Aleppo, Paul Yazigi e Mor Gregorious Yohanna Ibrahim, siano ancora vivi. A non farla morire soprattutto nel suo cuore è Giovanni X, patriarca greco ortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente, fratello di Paul Yazigi. "Questo rapimento - confida - è una cosa molto dolorosa per noi"

La speranza in Siria non muore. Nonostante la violenza sanguinosa che si è abbattuta sul Paese. Nonostante il silenzio indifferente e l’inerzia colpevole della comunità internazionale. E sperare qui significa rimanere radicati come cristiani su questa terra, fedeli a una storia che affonda le sue radici ai tempi degli Apostoli. Tutto questo si legge negli occhi di Sua Beatitudine Giovanni X, patriarca greco ortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente. Lo incontriamo a margine dell’incontro internazionale “Strade di pace” che, dal 10 al 12 settembre, sta riunendo a Mϋnster, in Germania, leader religiosi, politici e rappresentanti del mondo della cultura. “Sono qui nel cuore dell’Europa – dice alla platea che lo sta ascoltando nel panel dedicato a ‘Cristiani e pace’ – per condividere i sospiri del mio popolo con quelli che mi ascoltano e per rivolgere una sincera richiesta di pace alle orecchie dei politici e delle grandi potenze di questo mondo”.
Sono 4 anni che il patriarca Giovanni X non ha più notizie di suo fratello, il vescovo Paul Yazigi.

È stato rapito il 22 aprile 2013 insieme al metropolita di Aleppo della Chiesa siro-ortodossa Mor Gregorious Yohanna Ibrahim, mentre si trovavano a bordo di un’auto proveniente dal confine turco. Erano diretti ad Aleppo, ma sono stati fermati da uomini armati che hanno intimato a loro e all’autista di scendere dall’auto. Dopo aver ucciso l’autista sul posto si sono dileguati portando con sé i due vescovi in un luogo sconosciuto. Da allora si sono susseguite solo notizie contradditori, intercalate da lunghissimi silenzi. E niente più.

Beatitudine, come si vive con un dolore così forte, nella sospensione di non avere più notizie di suo fratello?
Questo rapimento è una cosa molto dolorosa per noi e rappresenta anche un fatto molto pericoloso perché loro sono messaggeri di pace. Purtroppo, sembra che tutto il mondo stia guardando a quanto sta accedendo in Siria con un indifferente silenzio internazionale.

Secondo lei, i due vescovi sono morti o nutre ancora la speranza che siano vivi?

Noi siamo sempre in una preghiera continua per loro. Abbiamo sempre la speranza.

Oltre a questi due vescovi, sono stati rapiti tanti preti e laici. Abbiamo pagato un prezzo molto pesante per quello che sta succedendo nel mondo ma rimaniamo fissi nella speranza.

Che cosa significa per lei e per il suo popolo non perdere la speranza?
Significa rimanere fedeli alla nostra Chiesa e radicati nella nostra terra. Come cristiani d’Antiochia, abbiamo plasmato il nostro cristianesimo sulle parole degli Apostoli. Abbiamo succhiato la fede con il latte delle nostre madri e siamo stati iniziati alla vita cristiana insieme a un amore appassionato per la nostra patria.

Siamo radicati qui, in tutto l’Oriente, da duemila anni! Siamo nati qui, abbiamo vissuto qui e qui moriremo.

Come vivono i cristiani in Siria?
Vivono la loro fede ed esprimono il loro culto religioso. La nostra terra è ricca di monasteri, tenuti vivi da monaci e monache. Le Chiese sono vive. Accogliamo questa opportunità per chiedere al mondo il dono della pace. Non basta parlare della presenza cristiana in Medio Oriente.

Il mondo deve fare tutto il possibile per costruire la pace in queste terre.

Abbiamo sentito in passato e sentiamo ogni giorno tante dichiarazioni che arrivano da tutto il mondo, contro il terrorismo, contro il radicalismo, la guerra e lo spargimento di sangue che colpisce gli innocenti. Ma siamo stanchi delle dichiarazioni, vogliamo vedere qualcosa di concreto. Sono venuto qui nel cuore dell’Europa proprio per questo.

Che cosa chiede alla comunità internazionale?
Innanzitutto sono venuto per condividere il dolore del mio popolo. Il nostro appello è: fermate questo terrorismo e ridateci la possibilità di continuare a vivere nella nostra terra e nel nostro Paese e di poterlo fare in pace.

Secondo lei, Papa Francesco può fare qualcosa di concreto per la Siria?
Papa Francesco sta svolgendo un grande ruolo. Abbiamo fatto tante cose insieme per aiutare la pace. Sì, lui può fare tanto.

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