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Repubblica Centrafricana: card. Nzapalainga (Bangui), “tutti parlano di pace ma non di come arrivarci”

"Lo Stato ha cessato di esistere" e i gruppi radicali armati sono "signori della guerra" che "regnano con il terrore" e "hanno diritto di vita e di morte sulle persone". Non c'è ancora pace per la Repubblica Centrafricana secondo il cardinale Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui, nonostante la firma degli accordi a Roma lo scorso 19 giugno. Ma le soluzioni a suo avviso ci sono: "Andare nei villaggi, individuare i veri capi, dialogare con loro, chiedere di deporre le armi e instaurare l'autorità dello Stato"

Nella Repubblica Centrafricana, nonostante la firma di un nuovo accordo di pace lo scorso 19 giugno fra il governo e diversi gruppi politico-militari attivi, regna ancor il caos. Il governo centrale conta poco e alcuni gruppi radicali armati che prosperano sul commercio di armi, diamanti, legno, oro e risorse minerarie detengono il controllo del territorio, imponendo l’autorità con la forza. “Sono ‘signori della guerra’ che hanno diritto di vita e di morte sulle persone”: così descrive la situazione del suo Paese il cardinale Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui. Fornendo alcuni suggerimenti per rendere davvero efficaci gli accordi e realizzare una vera pace.

Com’è oggi la situazione nella Repubblica Centrafricana?
Lo Stato non esiste più, nelle città e nei villaggi l’autorità si è indebolita. Ci sono solo gruppi ribelli armati che non rispettano l’autorità né del prefetto, né del sindaco. Questa è la realtà della Repubblica Centrafricana:

lo Stato ha cessato di esistere e i gruppi sono diventati “signori della guerra” che hanno diritto di vita e di morte sulle persone.

A Bangassou giorni fa una donna musulmana incinta è stata rapita da alcuni giovani. Alcuni membri della sua comunità hanno reagito, saccheggiando, bruciando e prendendo in ostaggio alcuni operatori Caritas. Ma si trattava di gruppo estremista. La comunità musulmana è accolta nella missione e protetta. L’ultima volta un camion arrivato da Bangui con aiuti umanitari e viveri per gli sfollati è stato saccheggiato. Alla popolazione non è arrivato niente.

A Bangassou ci sono ancora scontri?
Sono andato più di un mese fa per una visita pastorale e già allora avevano cominciato ad attaccare la comunità. Sono tornato con il vescovo e abbiamo parlato con i giovani per chiedere di deporre le armi. Questo ha calmato un po’ la situazione ma non abbiamo la forza per disarmarli. Fanno parte di piccoli gruppi radicali anti balaka (milizie organizzate che colpiscono in prevalenza i musulmani, ndr) ma tutto ciò

non ha niente a che vedere con una guerra tra religioni.

Un esempio, per capire: durante gli scontri un uomo musulmano è fuggito attraversando un fiume per entrare nella Repubblica democratica del Congo. La moglie e i cinque figli erano accolti in una missione cattolica. Un sacerdote ha cercato di aiutarli a raggiungere il marito. Mentre stavano prendendo la piroga sono arrivati i ribelli, li hanno circondati per ucciderli. Qualcuno ha cercato di convincerli a non farlo. I ribelli sono andati dal loro capo, ferito e ricoverato in un ospedale, e gli hanno chiesto cosa fare. Il capo ha detto: “Uccideteli”. I ribelli hanno eseguito il compito. Pensavano che la donna fosse morta, invece era solo ferita. Una donna cristiana l’ha soccorsa e portata in ospedale. Questo episodio fa capire che questi giovani anti-balaka non obbediscono alle autorità religiose. Non hanno ascoltato un sacerdote ma hanno chiesto ad un capo militare. Quando si dice che uccidono per motivi religiosi è falso, è una situazione molto più complessa.

Cosa spinge questi gruppi radicali alla violenza?
Questi gruppi si sono sostituiti allo Stato e regnano con il terrore. Le persone non possono andare liberamente nei campi, accedere alle cure, andare a scuola.

La preoccupazione di questi gruppi estremisti è il denaro, i diamanti, il legno, l’oro, le risorse minerarie.

Tutti questi soldi finiscono nelle mani dei gruppi invece di essere utilizzati per costruire una scuola o un ospedale. Hanno fagocitato una intera popolazione rendendo difficile la sopravvivenza. I capi dei villaggi e i sindaci non hanno più autorità. In una grande città come Bangassou ci sono solo 7 gendarmi con 2 armi e 4 poliziotti con una sola arma. In provincia ci sono gruppi di ribelli che fermano le persone per chiedere soldi. Cosa si può fare davanti a questi giovani armati? Niente.

Questa è la realtà nelle nostre città. Senza autorità e nel caos.

Le forze Onu della Minusca non intervengono?
A volte la Minusca è lì a fianco ma non vuole scontri. E non può andare oltre 10 km dalle città. Se c’è uno scontro a 11-12 km non possono muoversi. I gruppi ribelli lo sanno e attendono le persone lì. Quando vedono un soldato della Minusca (Missione Onu in Centrafrica) si nascondono ma poi sono loro a comandare. È un gioco sottile,

che durerà finché non ci saranno forze armate nazionali in grado di impedire a questi gruppi di prendere in ostaggio una popolazione intera.

Eppure a Roma, di recente, è stato siglato un accordo di pace.
È stata firmata una carta ma la realtà sul campo è diversa. Perché questi gruppi si sono divisi in sottogruppi e nessuno può impedirglielo. Li hanno lasciati fare e si sono attribuiti l’autorità. Senza limiti la zona è porosa, e loro detengono il potere in tutto il territorio. Ho già detto altre volte che chi viene a firmare gli accordi non sono i capi che agiscono sul campo. I capi sono rimasti, hanno inviato persone che non hanno molto peso. Come possono contattare un capo – in una regione senza telefono – per rendere conto della firma? Inoltre come si fa a mantenere gli impegni se l’accordo è firmato da un rappresentante di un grande gruppo ma all’interno è diviso?

Sarebbe meglio andare nei villaggi, individuare i veri capi, dialogare con loro, chiedere di deporre le armi e instaurare l’autorità dello Stato. Allora l’accordo sarebbe più efficace.

La capitale Bangui è ora tranquilla?
A Bangui c’è calma ma ci sono ancora armi. Le persone vorrebbero tornare verso le provincie ma non si muovono.

È come se fossimo seduti sulla brace, basta un po’ di vento per far ripartire il fuoco.

Abbiamo una società convalescente che non ha ancora ritrovato la salute, è sufficiente un piccolo fastidio per ammalarsi di nuovo. Certo, abbiamo un presidente, dei deputati. Ma solo sulla carta, perché non hanno ancora il potere di dirigere una regione.

La comunità internazionale pensa che l’accordo sia un successo.
Sulla carta gli accordi sono un successo perché hanno firmato tutti ma noi non vediamo le ripercussioni sul campo. Questa è la mia preoccupazione. Se le persone ascoltassero chi ha firmato dovrebbero eseguire e deporre le armi.

Il problema è che molti vivono grazie alle armi.

Non coltivano più i campi, non vanno più a scuola, non fanno più commercio. Se hanno le armi, fermano le automobili e chiedono soldi. Con le armi impongono e prelevano le imposte. Si sono sostituiti allo Stato. Siamo al centro dell’Africa: abbiamo vicino la Repubblica democratica del Congo, un Paese in difficoltà. Le armi vengono da lì, sono vendute ai ribelli che le acquistano per 100 euro e le rivendono a 2-300 euro a 150 km di distanza. Il commercio di armi permette loro di vivere. Poi abbiamo il Sudan e il Sud Sudan con armi ovunque. La frontiera con il Ciad è ufficialmente chiusa ma sappiamo che la gente entra ed esce come vuole: chi vive nei villaggi non ha il coraggio di dire che ha visto entrare dei ribelli con le armi. Vengono con le armi, le rivendono, fanno i loro affari, attaccano i convogli degli aiuti umanitari.

Secondo Medici senza frontiere a maggio 2017 c’erano ancora 425.000 sfollati interni ma è difficile far arrivare aiuti umanitari. La Caritas cosa fa?
Molte Ong hanno fatto i bagagli e sono venute a Bangui. Sul campo è rimasta solo la Caritas. A Bangassou – dove ospitiamo 2-3.000 sfollati della comunità musulmana – e in altre province la popolazione non ha i beni di prima necessità. A Bria e Rafai ci sono diversi gruppi rifugiati nelle missioni o vicino alla Minusca. A Bangui non ci sono più rifugiati ma bisogna dire la verità: sono stati distribuiti 50 euro a famiglia per trovare una sistemazione ma non bastano, c’è ancora tanta miseria. La Caritas è riuscita a dare fino a 300 euro a famiglia. Abbiamo iniziato a fare un lavoro di sensibilizzazione e censimento dei rifugiati, per capire da dove vengono, dove vogliono abitare e quali progetti hanno. Molti hanno trovato case in affitto. Gli operatori Caritas sono andati a verificare e li hanno aiutati a sviluppare una piccola attività e diventare autonomi. Proviamo a fare progetti personalizzati con prospettive di continuità. Dopo un certo periodo di tempo verifichiamo quanti sono diventati autonomi o quanti sono ancora in povertà estrema.

La presenza del Papa a Bangui è stata importantissima: ora è informato sugli sviluppi?
Abbiamo avuto il grande onore di accogliere il Papa e la sua presenza ha giocato un grande ruolo. Per cinque mesi in tutto il Paese non ci sono stati scontri, molte persone sono rimaste toccate dalle sue parole. Anche i musulmani dicevano che il Papa era venuto a liberarci. Ora lo informiamo tramite la nunziatura e Sant’Egidio. Sono convinto che per andare al sodo bisogna

avere il coraggio di lavorare sul campo, discutere con i capi che hanno le armi per smorzare la rabbia e l’odio che hanno nel cuore, nello spirito, nella testa e proporre delle alternative.

Dire loro che è meglio guadagnare poco e vivere a lungo piuttosto che fare denaro facile con il rischio di morire presto. Proporre questa prospettiva. Se non andiamo a incontrare sul campo i protagonisti degli scontri loro si sentiranno onnipotenti o, al contrario, esclusi. Non si può negare la realtà e non vedere che queste persone sono lì con le loro armi. Bisogna ascoltarli, mostrare i limiti delle loro proposte e discutere insieme per avere una soluzione duratura. Quando incontriamo un gruppo ci dicono: “Noi vogliamo la pace ma è l’altro gruppo che ci attacca e allora dobbiamo difenderci”. Tutti parlano di pace ma non di come arrivarci.

La speranza in Centrafrica è viva nonostante tutto…
Per noi credenti la speranza esiste sempre. Molti centrafricani vanno a pregare nelle chiese e nelle moschee. Il nostro motto è: per quanto lunga sia la notte il giorno arriverà.

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