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Papa in Egitto: Mounir Farag, “è riuscito a far uscire il Paese dall’isolamento”

A due mesi dal viaggio di papa Francesco in Egitto, Mounir Farag, medico chirurgo e professore universitario, traccia un bilancio. "Non c’è mai stata una visita di un capo di Stato che ha avuto un impatto simile", dice. "È riuscito a far uscire l’Egitto dall’isolamento ed ha incoraggiato altri Stati ad avvicinarsi e collaborare a diversi livelli a partire dall'impegno a fermare il terrorismo seriamente”

Papa Francesco in Egitto ha fatto “un miracolo”. È riuscito in ciò che nessun Capo di Stato fino ad oggi ha avuto il coraggio di fare negli ultimi sei anni e, cioè, aiutare l’Egitto ad uscire dall’isolamento che ha fatto soffrire il popolo egiziano. E l’impatto della sua persona è ancora vivo nella popolazione, grata per la decisione di visitare un Paese in uno dei momenti più delicati e difficili della sua storia. È un bilancio tutto in positivo quello che a due mesi dal viaggio di papa Francesco al Cairo stila Mounir Farag parlando a Roma con un gruppo di giornalisti. Medico chirurgo egiziano, ex consigliere regionale per strategie e sistemi sanità presso l’Oms-Emro, docente universitario all’Università Senghor ad Alessandria per tutti i Paesi francofoni, padre di famiglia, legato al Movimento dei Focolari, nonché membro ordinario della Pontificia Accademia per la vita, il professore Farag ripercorre i tre momenti che hanno caratterizzato la visita del Papa in Egitto.

(L’Osservatore Romano (www.photo.va) / SIR)

Il primo, il più complesso, il rapporto con l’Islam di al-Alzhar. “Con il passaggio del Papa – racconta Farag – i cristiani hanno acquisito una maggiore forza nel dare testimonianza della propria fede e questa testimonianza la stanno dando con il perdono, che è l’atteggiamento tipico del cristiano. Ma allo stesso tempo, i musulmani stessi sono diventati loro protettori, facendosi spesso portavoce di ciò che i cristiani non osano dire sull’Islam radicale”. Il passo successivo che ci si attende ora da parte soprattutto delle istituzioni islamiche è quello di andare oltre alla dichiarazione: “Il terrorismo non ha nulla a che fare con l’Islam”. È un percorso che possono fare solo i musulmani stessi e richiede un’azione coordinata e seria perché non c’è un Islam moderno e un Islam antico come pure non esiste un Islam europeo e un Islam dei Paesi del Medio Oriente. L’Islam è uno e, quindi, occorre – dice il professore – “aprire gli occhi, ripulire i programmi di educazione, sorvegliare i posti, i luoghi, le moschee, soprattutto quelle in Occidente e in Europa, perché chi insegna e predica, lo faccia sulla buona interpretazione del testo coranico”.

In una parola, isolare il più possibile “i movimenti di teologia e indottrinamento Qutbista, Salafita e Wahabita” che manipolano le menti, soprattutto dei giovani.

Sono passati solo alcuni giorni dal tremendo attacco il 26 maggio scorso di un commando di 10 uomini ad un autobus di pellegrini copti ortodossi a Minya, nel sud dell’Egitto.

L’organizzazione e la diffusione dell’ideologia radicale è come una ragnatela e corre il rischio di scomparire e mutarsi in “stella marina”.

“Ha un suo lato interno ma anche un lato regionale e internazionale. Si taglia da una parte e poi si sviluppa dall’altra. L’interno è manipolato dall’esterno e se si srotola il filo della matassa terroristica partendo da chi commette gli attentati, si arriva all’Isis rifugiato in Libia, si prosegue in qualche altro Paese del Medio Oriente e poi via via si arriva in Occidente. Tutte le parti sono interconnesse tra loro. È tutto intrecciato, estremamente complicato e complesso”. L’approccio, dunque, al fenomeno terrorismo deve essere altrettanto serio. Il professor Farag chiede all’Europa di non peccare di “ingenuità”, agli operatori dell’informazione di “andare a fondo delle notizie. “Non è mai troppo tardi per formarsi e informare”. E ai cristiani chiede il dono di “essere sapienti in quella carità nella verità che auspicava papa Benedetto”.

(L’Osservatore Romano (www.photo.va) / SIR)

L’altro aspetto del viaggio di papa Francesco al Cairo è stato il rapporto con i copti ortodossi e con Papa Tawadros. I leader delle due Chiese hanno sottoscritto una Dichiarazione comune dove tra l’altro auspicano di impegnarsi seriamente e con forza per mettere fine alla consuetudine del ri-battesimo. Un passaggio che ha suscitato polemiche. E a questo proposito, Mounir Farag racconta che la Chiesa copta ortodossa nel corso di un recente sinodo generale ha costituito alcune commissioni tra cui una con il compito di lavorare insieme e seriamente per accelerare il non ri-battesimo. Ed aggiunge: “Nei suoi recenti viaggi a Milano, in Inghilterra, in Austria e in Russia, papa Tawadros ha ripetuto in contesti e a persone diverse i frutti che ha lasciato il viaggio di papa Francesco”.

(L’Osservatore Romano (www.photo.va) / SIR)

E infine c’è il risvolto che il viaggio ha avuto sulla vita dell’intero Paese. Per il governo, per il presidente, per il popolo egiziano è ancora vivo il ricordo del passo coraggioso che il Papa ha compiuto. Erano trascorsi solo pochi giorni dagli attentati ai copti ortodossi di Alessandria e Tanta. Eppure il Papa non ha annullato la visita. “È stato un sostegno notevole per l’Egitto in questa situazione difficile”, ricorda Farag.

“Non c’è mai stata una visita di un capo di Stato che ha avuto un impatto simile”.

A tutti i livelli, non solo per i cristiani. Intanto è stata una visita seguitissima dai mass media, dalla gente per le strade. “Il Papa non ha fatto prediche e in quello che diceva aveva credibilità perché si avvertiva che quello che diceva e faceva è ciò che veramente è ed ha nel cuore. Lui ha fatto questo miracolo; è riuscito a far uscire l’Egitto dall’isolamento, ha incoraggiato altri Stati ad avvicinarsi per ricominciare insieme una collaborazione a diversi livelli a partire dall’impegno a fermare il terrorismo seriamente”.

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