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Gli esperti della Stanford University bocciano Trump: errore strategico il passo indietro sull’accordo di Parigi

Chris Field, Katharine Mach e Michael Wara, docenti del noto ateneo della California, valutano la decisione dell'amministrazione statunitense. Washington intende venir meno ai patti sottoscritti nel 2015 con altri 194 Paesi per ridurre le emissioni inquinanti che causano il riscaldamento globale provocando danni enormi all'ambiente, ai sistemi economici e alla qualità della vita

La scorsa settimana il presidente Donald Trump ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo sul clima di Parigi, intesa negoziata da 195 nazioni nel 2015 per ridurre il riscaldamento globale. Tre esperti dell’Università di Stanford in California, direttamente impegnati con il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico o con competenze di diritto ambientale e internazionale, danno al Sir la loro lettura della decisione dell’amministrazione.

Maggiori rischi per tutti. “Francamente provo profonda tristezza”, esordisce Chris Field, professore di Scienze ambientali a Stanford. “È veramente frustrante osservare come il mio governo lasci che i rischi legati al cambiamento climatico aumentino per giovani e meno giovani, per le città e per le aziende agricole, per i poveri e per i ricchi, per le imprese e per la natura. Ed è altrettanto drammatico vedere come l’amministrazione stia abbandonando il miglior percorso per rendere gli Stati Uniti del ventunesimo secolo la nazione pilota sotto il profilo morale, economico e tecnologico”.

Meno potere negoziale. Uscire dall’accordo significa per gli Stati Uniti (e per le sue aziende) avere anche meno chance di influenzare l’entità e le modalità dei cambiamenti stabiliti dal patto parigino. Per Katharine Mach, Senior research scientist ambientale a Stanford, questa decisione denota “scarsa visione economica”. Mentre “il livello dei mari non smetterà di salire”, dice, al contempo le opportunità legate all’energia verde “continueranno irreversibilmente a crescere”. E aggiunge:

“Se l’America abbandona il tavolo dei negoziati si va tutti indietro, non avanti”.

Incidente di percorso. Michael Wara, professore di Diritto ambientale anch’egli all’ateneo di Stanford, riconosce che la decisione del presidente Trump è in linea con le sue promesse elettorali riassunte nello slogan “America first”, ma allo stesso tempo mina la credibilità internazionale di Washington. “L’uscita dall’accordo”, dice Ware, “è pessima per gli interessi degli Stati Uniti, un danno per le imprese e per i loro impiegati e un duro colpo per la Terra”. Ma tutto sommato Ware rimane ottimista. “Il ritiro statunitense dall’accordo di Parigi”, dice, “non segnerà la fine dei passi in avanti compiuti. Anzi, ci sono segnali che indicano sforzi raddoppiati per ridurre le emissioni di gas da parte di altre nazioni e, non incidentalmente, da Stati e comunità all’interno degli Stati Uniti convinte per esperienza dalle immense opportunità economiche e occupazionali legati all’energia pulita”. “Resto fiducioso – conclude Wara –, questi sforzi cooperativi possono ancora metterci al riparo dagli impatti più catastrofici del cambiamento climatico”.

California leader. Il principale degli stati americani decisi a tirar dritto per la strada della riduzione delle emissioni è la California. “Oggi è leader nazionale e internazionale su clima ed energia pulita”, sottolinea Wara. “Spero che la California resti il modello di come si crea una società prospera e sostenibile senza mettere nei guai le generazioni future. E i primi segnali sono positivi. Il Golden State sembra aver reagito alla decisione dell’amministrazione rafforzando ancor più la sua leadership. Una leadership di innovazione tecnologica e politiche ambientali all’avanguardia”.

Bisogna guardare avanti… L’accordo si Parigi può tenere nel momento in cui il suo principale firmatario, responsabile di circa un quarto delle emissioni di carbonio di sempre, stacca la spina sbattendo la porta?

“L’accordo di Parigi è un trionfo della cooperazione globale”,

spiega Mach, la ricercatrice ambientale. “L’intesa fornisce un punto di partenza e un iter serio per far fronte alle sfide ambientali. Questo nuovo approccio è stato sostanzialmente definito dagli Stati Uniti. Ridurre il nostro ruolo nell’accordo è dannoso per la sicurezza, il benessere e la prosperità economica degli americani e introduce notevoli incertezze sullo scenario climatico internazionale”. “Invece di aggrapparci al passato e trattare l’atmosfera come una discarica”, conclude Mach, “per il ventunesimo secolo dobbiamo costruire un sistema energetico dinamico e pulito”.

 

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