Il caso Odebrecht: una storia di tangenti che coinvolge tutta l’America Latina

A fine 2016, per poter continuare a lavorare, l’azienda ha chiesto scusa; in accordo con la giustizia statunitense, ha ammesso l’esistenza di tangenti per quasi 800 milioni di dollari ed ha pagato una multa record di 3,5 miliardi di dollari, da ripartire tra Stati Uniti, Brasile e Svizzera (i tre Paesi che nel frattempo avevano aperto indagini su Odebrecht)

Immaginate una Tangentopoli “al cubo”. Al confronto, la maxi tangente Enimont dell’inchiesta Mani Pulite era una semplice mancia. Siamo di fronte al caso Odebrecht, lo scandalo partito dal Brasile e arrivato a coinvolgere quasi tutta l’America Latina: almeno dieci paesi (più due africani), capi di Stato, ex presidenti, ministri. Odebrecht è una delle principali imprese brasiliane, si occupa di grandi costruzioni. Porti, metropolitane, dighe, autostrade… non c’è quasi Paese dell’America Latina dove l’impresa brasiliana non abbia lavorato per costruire qualche mega-struttura. Anche perché non c’è quasi Paese del continente dove Odebrecht, ormai per sua stessa ammissione, non abbia pagato tangenti; a governi di destra e di sinistra, ai candidati presidenti dei principali partiti in occasione delle campagne elettorali. “Certo, l’andamento di questa vicenda è molto simile alla Tangentopoli italiana. Anche in quel caso ci fu un giudice che partì da una piccola storia e arrivò al cuore del sistema: ci furono le prime smentite, poi le confessioni, che aprirono nuovi scenari e portarono alla distruzione di un sistema politico e all’emergere di nuovi partiti e nuovi leader. Chissà, forse anche in America Latina accadrà lo stesso”. Autore di questa analisi è l’economista italo-peruviano César Ferrari, docente all’Università Javeriana di Bogotá (Colombia), già presidente del Banco Central del Perù e funzionario del Fondo monetario internazionale in Africa.

Tangenti in dieci Paesi e multa record. In effetti, il caso Odebrecht è partito come filone della cosiddetta inchiesta Lava Jato, avviata a Curitiba dal giudice Sérgio Moro, il “Di Pietro brasiliano”, capace con le sue indagini di dare avvio agli scandali che hanno investito il Brasile negli ultimi anni, a partire dal caso Petrobas. Già nel 2014 il giudice si accorse che Odebrecht aveva creato una contabilità parallela. È del giugno 2015 l’arresto dell’impresario Marcelo Odebrecht. A fine 2016, per poter continuare a lavorare, l’azienda ha chiesto scusa; in accordo con la giustizia statunitense, ha ammesso l’esistenza di tangenti per quasi 800 milioni di dollari ed ha pagato una multa record di 3,5 miliardi di dollari, da ripartire tra Stati Uniti, Brasile e Svizzera (i tre Paesi che nel frattempo avevano aperto indagini su Odebrecht). Proprio dagli Stati Uniti è uscita la lista dei Paesi latinoamericani implicati: oltre al Brasile (dove sono stati pagati 349 milioni di dollari), Venezuela (98 milioni di tangenti), Repubblica Dominicana (92 milioni), Panamá (59 milioni), Argentina (35 milioni), Ecuador (33,5 milioni), Perù (29 milioni), Guatemala (18 milioni) Colombia (11 milioni), Messico (10,5 milioni). Da quel momento lo scandalo Odebrecht è diventato continentale. “Si è capito in questo frangente – continua Ferrari – che il sistema di corruzione è generalizzato, non ci sono differenze tra destra e sinistra. La poca trasparenza e la forte corruzione fanno parte di un sistema e sono un problema molto grave per la qualità della democrazia nei Paesi latinoamericani”.

Politici eccellenti coinvolti in Perù e Colombia. Il terremoto politico e giudiziario in questi mesi non è stato omogeneo nelle varie nazioni coinvolte. Nell’occhio del ciclone ad esempio è finito il Perù, con tre ex presidenti della Repubblica: uno di questi, Alejandro Toledo, è fuggito a Parigi. Coinvolti anche Alan García e Hollanta Humala, presidente fino allo scorso anno. Qualche spiffero è iniziato a soffiare anche sull’attuale presidente Pedro Paolo Kuczynski, che è stato primo ministro di Toledo. “Il presidente ha fama di onestà, ma è presto per sapere se ci saranno ulteriori coinvolgimenti”, conclude Ferrari. Un altro presidente tirato in ballo è il colombiano Juan Manuel Santos, che proprio nei giorni scorsi ha dovuto ammettere che il suo staff aveva ricevuto, a sua insaputa, un contributo non registrato per la campagna elettorale del 2014. La stessa cosa è successa al suo avversario al ballottaggio di quelle elezioni: Óscar Iván Zuluaga. “I giornali colombiani hanno parlato molto di questo scandalo – spiega da Bogotá Dimitri Endrizzi, docente di Scienze Politiche alla locale Università Cattolica – ma dubito che succeda qualcosa. In Italia ci sono state sentenze basate sul meccanismo del ‘non poteva non sapere’. Qui bisogna dimostrare che il presidente sapeva. E Santos ha già detto che lui non ha mai avuto notizia di questo fatto”. Rischiano di pagare i pesci medio piccoli, come i senatori già arrestati per aver ricevuto tangenti in relazione alla Ruta del Sur, l’autostrada che dovrebbe collegare la capitale alla costa caraibica.

Insabbiamenti e un inquietante incidente. Il grande scandalo provocherà davvero la fine di sistemi politici e partitici o se tutto finirà in una bolla di sapone? Dipenderà da Paese a Paese, e molto inciderà l’indipendenza o meno del potere giudiziario. Dal Brasile, il Paese di Odebrecht, si attendevano nuove decisive rivelazioni dal giudice della Corte suprema Teori Zavaszki, che aveva in mano l’inchiesta in questa sua ultima fase e avrebbe dovuto accettare le confessioni di 70 manager dell’azienda in cambio di sconti di pena. Politici brasiliani (come l’ex presidente Lula, molto legato a Odebrecht, e l’attuale Michel Temer) già tremavano. Ma il giudice, lo scorso 19 gennaio, è morto in uno strano incidente aereo, sul quale molti nutrono sospetti. Poche speranze che escano nomi anche in Venezuela, dove Odebrecht ha ammesso di aver pagato un fiume di denaro. Il presidente Maduro ha però messo il figlio a fare da cane da guardia alla vicenda. Nomi top secret anche in Ecuador, attualmente in campagna elettorale. La Fiscalía General del Estado, il massimo organo giudiziario, ha respinto la lista di coinvolti arrivata dal Brasile, testualmente “per assenza di traduttori dal Portoghese”. Vedremo cosa accadrà dopo il ballottaggio. E qualcuno si sta intanto interrogando sull’assenza dalla lista dei Paesi di Cuba, dove Odebrecht ha costruito il faraonico porto di Mariel. In ogni caso, l’impressione è che la vicenda offrirà presto altri sviluppi. Più difficile prevedere se le inchieste riusciranno anche quanto meno a ridurre la corruzione e a coscientizzare su questo male che soffoca l’intero continente.

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