Arrivano le Olimpiadi e scorrono al ritmo dei battiti del cuore

Amore e sport: il binomio che rende umani gli atleti. Persone che non sono solo muscoli e adrenalina, ma donne e uomini consapevoli che il muscolo cardiaco è il più fragile e il più potente. Lo racconta il giornalista Alberto Caprotti in "Giochi d'amore", nei suoi vent'anni di Olimpiadi.  Storie d'amore come elemento essenziale della vita sportiva dei protagonisti: quando c’è e quando tarda, quando scappa e quando torna, quando è bugiardo e quando è matto, quando è finito e quando dura anche dopo la morte

Le prime Olimpiadi di cui ho davvero memoria vivida le ho guardate all’università. Erano quelle di Atlanta 1996. Nelle ore più calde di un agosto bollente, il pavimento di marmo fresco della casa al mare delle mie amiche offriva il punto di vista migliore davanti alle fatiche degli atleti olimpici. Non che non avessimo mai passato l’estate davanti alle gare prima di allora, ma ciò che quell’anno fece la differenza fu l’insistenza con cui il commentatore sportivo, a ogni batteria degli 800 metri piani, narrasse “la triste storia di Ana Fidelia Quirot”. Solo tre anni prima infatti, l’atleta cubana (“la Tormenta del Caribe”) era sopravvissuta a un terribile incidente domestico in cui, incinta, era stata avvolta dalle fiamme: dopo un parto prematuro purtroppo la bimba non sopravvisse. Tornata a correre, Ana Fidelia vinse due ori mondiali, ad Atlanta prese un meritato argento. Fin qui la cronaca. Quello che però davvero rendeva indimenticabile la faccenda non era il triste accadimento, ma quel che era celato nel racconto: si diceva che la figlia perduta fosse frutto di una relazione con il saltatore in alto Javier Sotomayor e che proprio i dissidi con lui l’avessero portata a essere meno attenta con la stufa a cherosene. Qualcuno, malignamente, ipotizzò anche un tentativo di suicidio. Fuori dalla pietà anche un po’ pelosa del telecronista, noi ragazze eravamo ipnotizzate davanti alla mezzofondista con le cicatrici che correva come il vento, lasciandosi alle spalle non solo le avversarie, ma il dolore di un amore infelice e di una vita spezzata. La rabbia nutriva i suoi muscoli e le sue falcate e lei divorava la pista. Ma, ci chiedevamo, con che distacco avrebbe vinto se fosse stata innamorata e felice?
Da allora l’attenzione al binomio amore e sport si è acuita. Non per mero gossip, ma per verificare la teoria secondo cui incontrare la persona giusta, o quella sbagliata, può fare la differenza tra vincere e perdere, non solo una gara, ma una carriera. A volte la vita. Pare sia una curiosità diffusa se, tutt’oggi, alla vigilia delle Olimpiadi di Rio, fioriscono le interviste ai campioni pronti a partire e la domanda sulla temperatura del cuore non manca mai.

Il muscolo cardiaco è il più fragile e il più potente.

Lo racconta Elisa Di Francisca, squadra olimpica di scherma. Sulle pagine di un noto settimanale femminile ha ricordato di quando a 18 anni smise di allenarsi e lasciò la sua scherma, sport in cui eccelleva, perché il suo fidanzato dell’epoca era troppo geloso e lei pensava che l’ossessione morbosa del controllo fosse una prova d’amore. Capì che si sbagliava ed ebbe la forza e l’umiltà di ricominciare. Oggi, a 33 anni, sale in pedana a difendere l’oro conquistato a Londra 2012 e dice che per vincere le serve una cosa sola: “l’amore. Infatti appena ho conosciuto Ivan ho vinto cinque gare di fila”. E che dire di Gabriele Detti, 21 anni, ragazzo di piscina che a Rio andrà a giocarsi i 400 e i 1500 stile libero? Anche lui, interrogato sulla fidanzata nuotatrice che si allena lontana, risponde sereno alla domanda se sia più concentrato sulle Olimpiadi o sulla mancanza: “Mi manca eccome, sono un atleta, ma sono umano”. Ecco cosa distingue l’uomo dall’automa. Se è vero che i musicisti innamorati hanno il cuore che solfeggia in battere e levare, quello degli atleti pulsa al ritmo dei passi sulla pista o dei respiri del silenzio mentre cercano una concentrazione sovrumana. E con il ritmo sincopato dei battiti in sistole e diastole è scritto il libro di Alberto Caprotti “Giochi d’amore” (Absolutely Free editore). Poco più di 130 pagine da leggere d’un fiato, in cui i giornalista sportivo di Avvenire parte proprio da Atlanta 1996, fino a Rio 2016, per raccontare vent’anni e cinque olimpiadi da un punto di vista diverso dal solito e centrato sotto lo sterno a sinistra. L’amore come elemento essenziale della vita sportiva dei protagonisti: quando c’è e quando tarda, quando scappa e quando torna, quando è bugiardo e quando è matto, quando è finito e quando dura anche dopo la morte. Si sorride e ci si commuove a leggere le storie belle e coinvolgenti che rivelano i tanti modi in cui l’innamoramento entra nella vita di chi pensa di avere spazio per un’unica passione, con muscoli e tendini e pensieri tesi a un esclusivo obiettivo: la medaglia d’oro. Eppure, alla fine della gara, ogni atleta alza la testa e tra migliaia di volti cerca in tribuna un solo sguardo. Perché c’è un solo campione indiscusso che vince tutte le Olimpiadi da almeno tre millenni di fila: Cupido.

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