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Noemi Di Segni (Ucei): “Resistere con coraggio al terrore. Non possiamo permetterci un’altra Auschwitz”

Papa Francesco in visita ai campi di concentramento in Polonia. Noemi Di Segni, neo presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), racconta come il popolo ebraico ha convissuto con la minaccia del terrore.  "Su una terra che ha visto grida e urla - dice - pregare in silenzio è sicuramente commovente. Sono sicura che la voce del Papa è così forte che riesce a smuovere le coscienze. Auschwitz  è l'annientamento di tutti i valori. Non possiamo permetterci un'altra Auschwitz per mano di altri. Con tutto il cuore guardiamo a lui e partecipiamo alla sua preghiera”.

“C’è un pericolo. Dobbiamo imparare a riconoscerlo e ad arginarlo nei limiti del possibile, però vivere, vivere. La cosa più importante è vivere”. Noemi Di Segni è la nuova  presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei).  Nata a Gerusalemme, romana d’adozione, ha 47 anni. Tra i suoi primi atti pubblici come presidente dell’Ucei, la lettera scritta a papa Bergoglio alla vigilia della sua visita ai campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau. La scelta di non pronunciare discorsi formali è “un messaggio più forte di tanti altri – commenta senza esitazione – e su una terra che ha visto grida e urla pregare in silenzio è sicuramente commovente. Sono sicura che la voce del Papa è così forte che riesce a smuovere le coscienze. Auschwitz  è l’annientamento di tutti i valori. Non possiamo permetterci un’altra Auschwitz per mano di altri. Con tutto il cuore guardiamo a lui e partecipiamo alla sua preghiera”. Di Segni inizia la sua carica in una delle estati più calde della storia recente. La strage di Nizza,  la follia omicida di un diciottenne a Monaco, l’orrore del sacerdote di Rouen, sgozzato mentre celebrava una messa.

Di Segni, gli ebrei da sempre vivono sulla loro pelle questa minaccia. Quale esperienza avete maturato. Come si convive con il pericolo?
E’ vero. Terrorismo, antisemitismo e odio si sono rafforzati in Europa. Gli ebrei hanno sviluppato una sorta di dna che da sempre ci rende consapevoli che c’è un pericolo. I bambini che vanno alla scuola ebraica sono abituati a vedere all’ingresso un servizio di vigilanza. Fin da piccoli, si cresce con la consapevolezza che un pericolo esiste ma questa consapevolezza viene bilanciata con la voglia di continuare a vivere e ad andare avanti, uscire, correre.

Sì, ma in concreto cosa succede?
C’è un lavoro conscio, forse inconscio, nel trasmettere ai nostri figli misure di sicurezza in funzione di saper leggere certi segnali e nel munirci di determinate  misure di prevenzione nell’accesso per esempio ai locali. In Israele è normale che ci sia un controllo in qualsiasi negozio e centro commerciale e ci si abitua a questa invasione della privacy. Questa dimensione l’abbiamo ceduta in nome della sicurezza. La questione è un’altra: fino a qualche tempo fa, questa condizione apparteneva solo agli ebrei. Adesso  il problema non è più solo nostro. Non serve più che gli altri ci capiscano perché è diventato il problema di tutti.

Alcuni parlano di una “israelizzazione”  dell’Europa. Che effetto le fanno queste analisi?
E’ un termine coniato che sintetizza molto efficacemente il concetto di essere attaccati, e di essere attaccati ovunque, dai centri commerciali alle strade, ed essere attaccati tutti, dai bambini piccoli alle donne, agli anziani. E’ chiaro che la realtà israeliana è molto più articolata e complessa. Però credo che sia un modo efficace per rappresentare un vissuto che lascia inermi di fronte a questa minaccia. Quando qualcuno usa il linguaggio dell’odio e lo esprime con atti gravissimi di assassinio di masse, nessuna misura di sicurezza potrà mai essere sufficiente per arginarla. Siamo tutti soli davanti a questa situazione. Lo Stato può lavorare sul fronte dell’intelligence ma alla fine il vero confronto, il vero conflitto si gioca sul piano culturale.

In che senso?
Nella  situazione in cui c’è un forte attacco, la paura genera odio e l’odio si sviluppa in pochissimo tempo. Le azioni educative al rispetto, alla differenza , all’integrazione, alla fiducia, al saper distinguere tra chi abusa e non abusa, sono essenziali, ma lo sappiamo, prendono tempo, necessitano anni. Per cui ci troviamo in una situazione di non sincronia tra il tempo, brevissimo, in cui si diffonde l’odio e le azioni educative per arginarlo.

E allora?
C’è una responsabilità fortissima che ricade oggi sulle istituzioni, gli educatori, le famiglie. Anche i leader religiosi in questo momento possono fare molto. Il Papa ne è un esempio. Per millenni, le religioni hanno giocato un ruolo fondamentale nelle virate della storia. Oggi dobbiamo fare in modo che le religioni siano portatrici di una pace e di valori in positivo. Ma ci vuole un nuovo rigore: quello che si sente nel cuore è difficile da governare, ma non quello che esce dalla bocca.

Verso quali tempi stiamo andando?
E’ in corso una terza guerra mondiale. Una guerra che non schiera fucili e carro armati, che non è quella  che abbiamo conosciuto sui libri di storia. E’ una guerra del tutto inedita nelle forme in cui svolge: usa le armi delle reti sociali, il potere della psicologia, la forza delle parole. Andiamo verso i tempi di una guerra dichiarata che vuole annullare i nostri valori. Dobbiamo essere allora molto coraggiosi nel riconoscere quanto sta avvenendo, e nel saperci attrezzare. Io sono sicura che se siamo uniti, soprattutto se siamo uniti, soprattutto le religioni, chiaramente compresa quella musulmana, possiamo al di la delle differenze far valere i nostri valori. Una resistenza trasversale, coraggiosa e consapevole dalla quale nessuno può tirarsi indietro. Siamo tutti coinvolti.

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