La ‘ndrangheta uccide il diritto all’infanzia. Di Bella (Trib. minori Reggio Calabria): “Il riscatto è possibile”

Dalla ‘ndrangheta si può uscire. Parola del presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, che da anni aiuta le mamme a fuggire con i propri figli dai contesti mafiosi per metterli in salvo da un indottrinamento sempre più precoce. Anche la Cei tra i firmatari del protocollo siglato nei giorni scorsi per creare una rete di sostegno all’iniziativa. Oggi, 30° della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, facciamo il punto con il giudice

Hanno a malapena 10 anni e già iniziano a maneggiare armi, pulirle e trasportarle; vengono portati nei macelli a vedere come si squarta un animale; assistono al taglio delle dosi di droga, a perquisizioni e arresti e imparano il disprezzo nei confronti delle Forze dell’ordine. È un vero e proprio addestramento al crimine quello effettuato dai clan mafiosi sui minori per arruolarli fin da giovanissimi. Lo sa bene Roberto Di Bella, presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria che negli ultimi anni ha emesso 60 provvedimenti di allontanamento di oltre 70 ragazzi dalle famiglie di ‘ndrangheta. Ma non solo: il giudice aiuta anche le donne che ne facciano richiesta a fuggire con i propri bambini dai contesti mafiosi per iniziare una nuova vita lontano dai territori d’origine ed essere “liberi di scegliere” il proprio futuro: 25 i nuclei ad oggi “messi in salvo”, ma altrettanti sono in attesa. Un diritto di scelta “da garantire ad ogni fanciullo”, osserva Di Bella che incontriamo nell’odierna Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, in cui ricorre il 30° anniversario dell’omonima Convenzione approvata dall’Assemblea generale dell’Onu il 20 novembre 1989, e a pochi giorni dalla firma, il 5 novembre a Roma presso il ministero dell’Istruzione (Miur), del protocollo d’intesa “Liberi di scegliere” che ha l’obiettivo di
offrire una rete di supporto educativo, psicologico, scolastico, economico e lavorativo ai nuclei familiari che decidono di dissociarsi dalle logiche ‘ndranghetiste.

Dopo la fase sperimentale del progetto, partita nel febbraio 2018 con una precedente intesa, a sottoscrivere quest’ultimo protocollo sono stati, oltre a Di Bella, il titolare del Miur Lorenzo Fioramonti e i ministri della Giustizia Alfonso Bonafede e delle Pari opportunità Elena Bonetti; il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero De Raho; il segretario generale della Cei mons. Stefano Russo; don Luigi Ciotti, presidente di Libera; i capi della Procura e della Procura per i minorenni di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri e Giuseppina Latella. Sulla scorta dell’intesa, di validità triennale, tutte le parti si impegnano, nel rispetto delle proprie competenze istituzionali, a

garantire valide alternative alla vita criminale

valorizzando potenzialità e risorse dei minori e creando una rete operativa in grado di accompagnarli aiutandoli ad integrarsi nella nuova realtà sociale con il pieno raggiungimento di un’autonomia esistenziale e lavorativa.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Sull’importanza di coinvolgere “tante istituzioni in un’azione comune” per affrontare “una questione delicatissima, difficilissima e dolorosissima”, si era soffermato il segretario generale della Cei mons. Stefano Russo, firmando il documento. La Conferenza episcopale italiana dunque, che nel 2018 aveva partecipato al finanziamento della fase sperimentale del progetto con fondi dell’8xmille, “sottoscrivendo il protocollo vi entra a pieno titolo”, osserva con soddisfazione Di Bella secondo il quale si tratta di “un passo importantissimo perché, oltre a finanziare l’iniziativa la Cei offrirà sostegno logistico tramite le Caritas, e indicazioni dottrinali e pastorali per la prevenzione e il contrasto del fenomeno mafioso a tutte le diocesi del territorio calabrese e delle aree del sud Italia a rischio. Un passaggio strategico dal punto di vista pastorale, culturale e sociale”, mentre il Miur e gli altri dicasteri “offriranno borse di studio e supporto abitativo e lavorativo”.

“Oggi celebriamo i diritti dei minori – prosegue il giudice –, ma in questi ambienti diversi bambini, anche di soli 10-11 anni, subiscono già un processo di indottrinamento e addestramento al crimine. Abbiamo constatato con sgomento

il coinvolgimento di minori nel traffico di stupefacenti e nel trasporto di armi da guerra.

Anziché vivere, studiare e giocare in un ambiente protetto e moralmente sano, nel migliore  dei casi assistono all’attività criminosa dei genitori con effetti psicologici devastanti”. Tuttavia qualcosa si muove. Oltre alle richieste di aiuto delle mamme, Di Bella fa notare che “non tutti i detenuti sono irriducibili. Dopo 8-10 anni di 41 bis – racconta – alcuni papà cominciano a scriverci dal carcere ringraziandoci per quello che stiamo facendo per i loro figli e incoraggiandoci a proseguire. Un ex detenuto, scontata la pena di 23 anni, si è presentato in tribunale chiedendo aiuto per iniziare una nuova vita con la sua famiglia”.

Con il protocollo appena siglato gli interventi saranno stabili per almeno tre anni, ma l’auspicio del magistrato è che l’intesa triennale “possa condurre ad una normativa strutturata che garantirebbe continuità giuridica, sociale ed economica al progetto di infiltrazione culturale avviato”. Comunque, osserva, “coltivare

una speranza di riscatto in Calabria non è più un’utopia”.

Nel suo libro autobiografico “Liberi di scegliere. La battaglia di un giudice minorile per liberare i ragazzi dalla ‘ndrangheta” dal quale è stato tratto l’omonimo film Rai e che presenta oggi a Roma, Di Bella racconta le emozioni e le relazioni “di frontiera” con i ragazzi incontrati, le loro mamme, i detenuti, la drammaticità e la povertà educativa del territorio con l’obiettivo, spiega, di “stimolare una riflessione e far capire ai giovanissimi che la libertà di scelta sulla propria vita è un dono inestimabile da difendere a denti stretti. Il nostro obiettivo è tutelare i minori, ma agendo sul versante culturale e prosciugando il bacino che alimenta e riproduce il mito e il modello mafioso riusciamo indirettamente ad ampliare gli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata”. E conclude:

“Dalla ‘ndrangheta si può e si deve uscire”.

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