Giornata dell’infanzia. Vittorino Andreoli: “La vera nutrizione per il bambino è l’essere voluto bene”

Sono passati 30 anni dalla Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza ed è inevitabile chiedersi se i bambini oggi vivono meglio. La risposta, però, non è così scontata, come ci spiega lo psichiatra: la nostra società mette al primo posto il dio denaro e le esigenze degli adulti vengono prima dei bisogni dei più piccoli. È necessario, perciò, ripartire dall'umanesimo e dare la possibilità a una donna di vivere la bellezza della maternità in modo pieno. Perché il diritto del bambino si lega strettamente a quello di essere madre della donna che l'ha generato

Il primo diritto di cui dovrebbe godere un bambino è quello di essere allevato con amore da una mamma e un papà. Ma è proprio questo, forse, il diritto più disatteso nella nostra società, nella quale, spesso, entrambi i genitori lavorano per cercare di sbarcare il lunario e i figli vengono sballottati da un posto all’altro, da chi li può tenere almeno un po’, sempre che non si scelga come baby sitter la televisione o, oggi, ancora di più, lo smartphone. Questa società, però, non ha ancora smarrito l’umanità e da qui si deve ripartire. In occasione del trentennale della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (20 novembre 1989) riflettiamo con lo psichiatra Vittorino Andreoli su che posto ricoprono oggi i bambini nella nostra società.

Oggi i bambini contano o si registra una certa indifferenza nei loro confronti?

Avere la Convenzione Onu sui diritti dei bambini è importante, ma questo anniversario è utile anche per ricordarci che c’è ancora troppa ingiustizia: è inaccettabile il grande spreco alimentare che c’è, mentre bambini muoiono per mancanza di cibo. La nutrizione, però, non è solo quella costituita da proteine, lipidi, glucidi:

la vera nutrizione per il bambino è l’essere voluto bene.

Abbracciarlo è alimentarlo, perché i bisogni non sono solo quelli del corpo, ma quelli della mente: il bisogno di essere protetti, di sentire di essere parte accettata. Un bambino non chiede nulla, se non di poter stare al mondo: questo è il suo diritto. E chiede di trovare affetto.

A trent’anni dalla Convenzione Onu possiamo dire che i diritti dei bambini sono più rispettati?

È tempo che si adotti una Convenzione per cui un bambino possa innanzitutto essere allevato da una madre. Che bello il termine allevare: significa prendersi cura di tutto. Se c’è una Convenzione che difende il bambino e allo stesso tempo non ce n’è una che difende la madre, la prima non serve. È tempo di spiegare, festeggiando il 30° della Convenzione Onu, che

il diritto del bambino si lega in maniera essenziale a quello di essere madre della donna che l’ha generato.

Dobbiamo fare una netta distinzione tra colui o colei che genera, da un lato, e madre e padre, dall’altro. Generare, avrebbe detto Darwin, è un atto istintivo, mentre madre e padre si diventa. Non è un’acquisizione biologica, è un fatto legato alla storia di un rapporto. Bisogna sentire un desiderio di stare con il bambino, rispondere ai suoi bisogni e alle sue paure. Un tempo pensavamo che il bambino fosse un “oggetto” da crescere. Veniva misurato con una bilancia e un metro per vedere quanto cresceva in altezza e peso, ma un bambino ha già bisogni psicologici: l’affetto e la costanza di una madre disponibile. È un rapporto importante.

Un tempo i figli erano una ricchezza della famiglia, mentre oggi sono causa di povertà…

Il bambino oggi è definito un problema economico. Ma quando una madre deve correre dalla mattina alla sera per arginare la povertà, è chiaro che non può fare la madre e si sente anche in colpa, alterando così tutto il rapporto. Se vive in maniera angosciosa, condizionata dai problemi economici, come fa a corrispondere ai bisogni affettivi del bambino? Questa è una società che non produce più bambini ed è scomparsa anche la figura del fratello. Ed è un peccato, perché il rapporto tra fratelli è straordinario, importantissimo per la crescita. Il problema principale delle madri è quello di trasportare il bambino alcune ore di qua, altre di là,

è una sorta di frammentazione delle relazioni.

Qual è la fascia di età in cui un bambino ha più bisogno della mamma?

Soprattutto tra 0 e 3 anni un bambino deve poter avere delle figure di riferimento persistenti, non continuamente mutevoli. Allora, è necessario che la madre, almeno per questo periodo, possa stare con lui. La società deve promuovere questo.

Occorrono politiche a misura di famiglia?

Bisogna ritornare a parlare di umanesimo. Oggi c’è una società confusa, che ha perso gli orientamenti; gli unici riferimenti sono i soldi. È una società di imbecilli! Infatti, una società che non bada ai bambini e i vecchi non esiste. Allora, occorre andare oltre la politica: è l’uomo che deve occuparsi del bambino e del vecchio. Di fronte al volto di un bambino, di qualsiasi colore, non sono necessarie le parole: ha bisogno di essere protetto, ti guarda e tu senti dentro di te la commozione. C’è poi la trascendenza, ma dentro l’uomo c’è già qualcosa per cogliere quel silenzio del bambino che lo interroga, come il silenzio del vecchio. Questa società del potere e del denaro fa spavento. Però, nella gente il buon senso c’è, l’umanità non l’hanno ammazzata, c’è ancora.

E cosa dire della violenza che tante volte si riversa sui bambini?

Tante volte succede solo perché un bimbo piange. Noi psicologi ci siamo occupati di capire i bisogni anche attraverso il pianto, adesso invece dà fastidio. I bambini diventano ostacoli… Perciò, facciamo festa per il 30° della Convenzione Onu, ma devono seguire altri atti. Perché non diamo la possibilità alle donne che lo vogliono di sentire la bellezza della maternità?

La donna deve essere considerata un “oggetto” sacro, perché è in grado di generare una vita.

Oggi esiste ancora il diritto dei piccoli a essere bambini?

Purtroppo, no. Da quando si è sviluppato il mondo digitale, oltre che la televisione, ho sempre detto che un bambino da 0 a 3 anni non può stare ore davanti a uno schermo o avere in mano un oggetto sul quale è in grado di cliccare, invece di guardare in faccia la madre. Un piccolo ha bisogno di figure stabili per potersi individuare. È quello che io definisco il processo di individuazione e separazione. Spesso la televisione o il computer sono la madre, il padre.

Questi non sono bambini: sono, mi spiace dirlo, i primi robot.

È triste perché ormai non ci si chiede più quali siano i bisogni dei bambini, ma sono loro a doversi adeguare a quelli dei genitori. Quando un padre ha sempre davanti lo smartphone, il figlio diventa uno straniero, mentre un bambino ha bisogno di avere attorno persone che gli vogliono bene.

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