Ergastolo. Cantone: “Non è scandaloso che un giudice debba fare una valutazione, ma occorre affinare i meccanismi per gli accertamenti”

La Corte Costituzionale ha stabilito che la mancata collaborazione con la giustizia non impedisce i permessi premio per chi è sottoposto all’ergastolo ostativo, purché ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità organizzata. La sentenza ha suscitato pareri contrastanti. Raffaele Cantone, magistrato impegnato da tempo nella lotta alla camorra, dopo aver precisato che è necessario aspettare innanzitutto di poter leggere la sentenza, spiega che di per sé il pronunciamento non creerà problemi alla lotta alla mafia, ma che certamente verrà richiesto un maggiore sforzo investigativo

La mancata collaborazione con la giustizia non impedisce i permessi premio per chi è sottoposto all’ergastolo ostativo, purché ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità organizzata. Lo ha stabilito, mercoledì 23 ottobre, la Corte Costituzionale, precisando che la presunzione di “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e può essere superata dalla valutazione del magistrato di sorveglianza, che, caso per caso, deve basarsi sulle relazioni del carcere, sulle informazioni e sui pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. La Corte ha, in particolare, dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario, nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo.

“Non è una sentenza che mi lascia scandalizzato né una sentenza che di per sé crea problemi nella lotta alla mafia. Ovviamente, voglio capire bene come funzionerà il meccanismo delle presunzioni”, dice al Sir Raffaele Cantone, magistrato per anni impegnato nella lotta alla camorra, commentando la sentenza della Corte Costituzionale. Con la precisazione che, “per un giudizio più approfondito, sarà necessario leggere la sentenza”, quando sarà depositata. “Ci possono essere – precisa il magistrato – delle situazioni borderline di soggetti, i quali, pur non collaborando, si sono ormai allontanati dal sistema della criminalità organizzata. L’elemento che va provato, dal mio punto di vista, non è la collaborazione, ma il risultato certo che il soggetto si è allontanato dal contesto criminale. Non è un aspetto neutro, dunque, come la sentenza dirà che quest’ultimo elemento va provato. Ribadisco:

non è scandaloso in sé che il giudice debba fare una valutazione. Il problema è capire come il giudice debba fare quella valutazione,

ma la sentenza è nella giusta direzione e, soprattutto, raccoglie un’indicazione vincolante della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu)”. La nostra Corte Costituzionale, quindi, non avrebbe potuto decidere diversamente? “Credo – risponde Cantone – che sarebbe stato difficile in presenza di quella sentenza della Cedu, ma questi sono dettagli tecnici”. Il magistrato getta acqua sul fuoco: “Non fasciamoci ancora la testa che sia un disastro. Anzi, ritengo che sia una sentenza anche, probabilmente, equilibrata: le parole che saranno usate in essa saranno rilevanti”. Solo quando sarà depositata, si potrà effettivamente valutare la portata della sentenza.

È facile capire se effettivamente un detenuto abbia abbandonato per sempre l’associazione criminale a cui apparteneva? “Partendo dalla mia esperienza – afferma Cantone –, posso dire che non è semplice, ma non impossibile. Il tema vero è

affinare i meccanismi per i quali si possono fare questi accertamenti.

Ci sono anche tutta una serie di indici indiretti che possono essere valorizzati e devono essere accertati: ad esempio, le floride condizioni economiche di una famiglia di un boss che non lavora sono un elemento di prova che dimostra che c’è qualcuno che continua a finanziarla. Bisognerà anche capire il livello di accertamento che si richiederà. Tutto ciò, ovviamente, richiederà uno sforzo maggiore dell’attività investigativa rispetto all’automatismo precedente legato al pentimento”.

Molte sono state le reazioni preoccupate alla sentenza della Corte Costituzionale, per il timore che, tra gli effetti, ci sia la diminuzione anche del numero dei pentiti. “Non credo affatto che la sentenza abbia un’incidenza su questo aspetto – sostiene il magistrato –. Le ragioni per le quali i soggetti scelgono di collaborare sono molto diverse: hanno a che vedere con le conseguenze penali, ma non solo con queste. Stiamo parlando di carcerazioni molto lunghe e di benefici che non sono affatto automatici”. Cantone, pur non entrando a far parte della “schiera dei catastrofisti” rispetto alla sentenza, dice di capire “le ragioni” di questi ultimi perché “sono tutti colleghi particolarmente esperti nella materia della criminalità organizzata”: “Le loro ragioni e le loro preoccupazioni sono assolutamente legittime – ammette il magistrato –, però queste ragioni e preoccupazioni avrebbero dovuto essere meglio evidenziate dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo per spiegare una serie di nostri meccanismi, perché dalla sentenza della Cedu ormai non si può prescindere”.

La sentenza della Corte Costituzionale è salutata positivamente da Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII: “È una grande svolta che riconosce il valore di quanti, come noi, lavorano per la rieducazione dei detenuti come sancito all’art. 27 della nostra Costituzione. Finalmente si dice che la pericolosità è relativa:

una persona condannata, che giustamente deve pagare per i suoi delitti, può riscattarsi e cambiare vita”.

Finora, ricorda Ramonda, “l’ergastolo ostativo, il ‘fine pena mai’, significava negare alla persona ogni speranza. Oggi invece possiamo affermare che è giusto dare un’opportunità alla persone di riparare al danno commesso e di cambiare vita. La vera giustizia non consiste nella vendetta”. La Comunità di don Benzi gestisce 6 comunità educanti con i carcerati, strutture per l’accoglienza di carcerati che scontano la pena, dove i detenuti sono rieducati attraverso esperienze di servizio ai più deboli nelle strutture e nelle cooperative dell’associazione. Ad oggi sono presenti 61 detenuti. Negli ultimi 10 anni sono state accolte 565 persone. Per chi esce dal carcere la recidiva riguarda il 75% dei casi. Invece, nelle comunità della Papa Giovanni, dove i detenuti sono rieducati attraverso esperienze di servizio ai più deboli, i casi di recidiva sono appena il 15%.

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