Fondazione don Gnocchi dal Papa. Mons. Bazzari: “oggi serve una nuova sintassi della solidarietà”

In occasione del decimo anniversario della beatificazione, la Fondazione creata dal “padre dei mutilatini” sarà ricevuta il 31 ottobre da Francesco in Vaticano. Attesi 5mila pellegrini. Con il presidente onorario, il Sir ripercorre la biografia e l’eredità lasciata dal prete alpino. “Vedo l’urgenza di formare un laicato cattolico maturo e responsabile, che si prenda cura del prossimo”. Il 25 ottobre messa a Milano con l’arcivescovo Delpini

La visita di Papa Francesco al centro Don Gnocchi di Roma. E, nelle altre foto, mons. Bazzari con il pontefice, don Gnocchi con uno dei ragazzi assistiti e alcune immagini dell'attività della Fondazione oggi

“Un uomo d’azione e di pensiero, i cui pensieri erano spesso eco delle sue azioni”; “un prete non clericale”. Quando parla di don Gnocchi, mons. Angelo Bazzari s’illumina. Poi cita una frase del cardinal Martini: don Carlo era “un imprenditore della carità”. Dopo essere stato, dal 1993 al 2016, presidente della Fondazione che porta il nome del “papà dei mutilatini”, Bazzari oggi ne ricopre il ruolo di presidente onorario, mentre la guida è affidata a don Vincenzo Barbante. In occasione del decimo anniversario della beatificazione di Gnocchi (nato a San Colombano al Lambro nel 1902 e spentosi a Milano nel 1956), Papa Francesco incontrerà a Roma il prossimo 31 ottobre responsabili, operatori, assistititi, famiglie e amici della Fondazione: si annuncia un pellegrinaggio con 5mila partecipanti. Nel frattempo ci si prepara all’incontro anche con la messa che sarà celebrata al santuario di via Capecelatro a Milano dall’arcivescovo mons. Mario Delpini. Una buona occasione per conoscere il fondatore don Gnocchi e la sua “eredità”.

La Fondazione ieri e oggi. Istituita quasi settant’anni fa dal sacerdote ambrosiano per assicurare assistenza ai “mutilatini” (ragazzi segnati nel corpo e nello spirito dalla guerra), la Fondazione ha progressivamente ampliato la propria attività, ponendo sempre al centro le persone più fragili. Oggi, in 27 centri residenziali, ai quali si affiancano una trentina di ambulatori territoriali diffusi in 9 Regioni, con 6mila operatori e 3.700 posti letto, sono assistite mediamente 9mila persone al giorno: bambini e ragazzi con varie forme di disabilità; pazienti di ogni età che necessitano di interventi riabilitativi; persone con esiti di traumi, colpite da ictus, sclerosi multipla, Parkinson, Alzheimer; anziani non autosufficienti, malati oncologici terminali, pazienti in stato vegetativo.

“Spiritualità sopraffina”. “Don Carlo è stato profondamente segnato dall’esperienza della guerra – afferma Bazzari –. Ha toccato con mano, sul fronte russo, come cappellano militare degli alpini, la sofferenza fisica e morale dei soldati mandati a morire lontano da casa. Tornato dal fronte, ha individuato la stessa sofferenza negli orfani, tra i bambini che perdevano braccia e gambe a causa degli ordigni rimasti inesplosi e disseminati sul territorio italiano, poi fra i piccoli colpiti dalla poliomielite”. In seguito “è stato un crescendo di carità applicata, di amore profuso verso le persone sofferenti. Gnocchi era un sacerdote di spiritualità sopraffina vestita di concretezza. Aveva lo sguardo proiettato in avanti, comprendendo da subito che occorreva curare le persone assieme alle malattie e, per questo, era necessario puntare su una particolare formazione del personale e sulla ricerca. La Fondazione, tutt’oggi, sulla base di questo insegnamento, punta a una presa in carico globale del paziente: non si affrontano solo le malattie, ci si prende cura delle persone”.

Carità e scienza. Mons. Bazzari ripercorre la storia della Fondazione, segnala le amicizie di Gnocchi con don Mazzolari, Andreotti, don Orione, Pio XII e molte altre personalità del suo tempo. La vicinanza e la stima dei pontefici è poi proseguita fino a Papa Francesco, con la sua visita al Centro di Roma nel 2014, la messa del Giovedì santo e la lavanda dei piedi ai pazienti. “Ora il Papa ci aspetta in Vaticano il 31 ottobre. Assieme al presidente, don Barbante, al postulatore don Ennio Apeciti, con i nostri assistiti e operatori vorremmo riempire l’Aula Paolo VI”. Bazzari riflette: “il concetto di carità è stato ben espresso da don Carlo nel suo libro ‘Pedagogia del dolore innocente’. Una riflessione che si fonda sul Vangelo. Perché il dolore oggi? – si chiede l’autore, promuovendo multiformi opere di solidarietà che si appoggino, nel caso delle malattie più gravi, sui risultati della scienza. Anche da qui nasce ‘il miracolo soprannaturale della carità’”.

Il fronte della vita. Don Gnocchi “richiamava la necessaria ‘restaurazione’ della persona umana grazie alle terapie mediche e psicologiche. In questo senso è stato un antesignano del concetto di riabilitazione”. Così don Gnocchi, “che arrivava dalla guerra, dal fonte della morte, si incammina verso il fronte della vita. Diventa un motore di iniziative, non si risparmia, prega, ama, organizza… A Don Orione dice: ‘voi la Provvidenza l’attendete, io la stimolo’”. E amplia il concetto di cura verso quello di inclusione: nella scuola, nella società, attraverso la medicina ma anche mediante l’arte, la musica, il gioco. “I mutilatini ritrovavano con lui il sorriso accanto alle cure mediche, una possibilità di tornare alla vita ‘normale’ superando, per quanto possibile, dolore e disabilità. Per quanti ragazzi don Carlo ha rappresentato un padre, la famiglia, una opportunità di futuro!”. La Fondazione oggi “interpreta, in modo moderno e aggiornato quello stesso spirito che ci ha insegnato don Gnocchi”.

Prendersi cura. Ma in un’epoca che troppo spesso sembra segnata da chiusure, egoismi, prevaricazioni, il messaggio di don Carlo non è fuori tempo? “No – afferma deciso don Bazzari –, semmai il contrario. Ancora oggi occorre mettersi in ascolto delle persone, coglierne i bisogni reali, prendersi cura degli ultimi, siano essi ammalati, anziani, migranti… Per tutto questo occorre una nuova sintassi della solidarietà alla quale i cristiani non possono sottrarsi. Vedo l’urgenza di formare un laicato cattolico maturo e responsabile, che si prenda cura del prossimo”. “Dobbiamo aprire i nostri ambienti, nelle nostre parrocchie bisogna far entrare aria nuova, andare incontro alle persone… ‘Uscire’ vuol dire far crescere una coscienza inquieta, che si interpella nel tempo presente”.

L’appuntamento con il Papa. Don Angelo, cosa si aspetta dall’incontro con il Papa? “Un invito alla coerenza evangelica che richiede amore e servizio verso gli ultimi e gli scartati della catena sociale. Anche una parola di richiamo e incoraggiamento per saldare insieme fede, speranza e carità. E poi un messaggio forte alla Fondazione, perché mantenga la rotta degli insegnamenti del beato don Gnocchi”.

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