Ignazio Okamoto, morto dopo 31 anni in stato vegetativo. Il padre: “L’amore per lui ha prevalso sempre su tutto”

Quella che era stata una bella serata in compagnia, a causa di un colpo di sonno, si trasformò in una tragedia. In quell’incidente stradale perse la vita anche un amico di Cito, mentre altri tre si salvarono. I primi anni sono stati difficili, drammatici, racconta al telefono Hector, ma l’amore per quel figlio immobilizzato nel letto li ha supportati sempre, aiutandoli ad accettare una condizione che per molte persone sarebbe stata inaccettabile

Un sabato notte del marzo 1988 ha segnato per sempre la vita di Cito (il diminutivo che usavano in famiglia per Ignazio Okamoto), il giovane di Collebeato, a Brescia, morto nei giorni scorsi, a 54 anni, 31 dei quali passati in coma vegetativo, ma da sempre circondato dall’amore del padre Hector, 77enne originario del Messico, della madre Marisa e del fratello minore che lo hanno accudito sino all’ultimo. Quella che era stata una bella serata in compagnia, a causa di un colpo di sonno, si trasformò in una tragedia. In quell’incidente stradale perse la vita anche un amico di Cito, mentre altri tre si salvarono. I primi anni sono stati difficili, drammatici, racconta al telefono Hector, ma l’amore per quel figlio immobilizzato nel letto li ha supportati sempre, aiutandoli ad accettare una condizione che per molte persone sarebbe stata inaccettabile.

Da più parti si registra un’avanzata di quella che Papa Francesco definisce la “cultura dello scarto”. Il ricorso all’eutanasia viene visto, spesso, come l’unica soluzione in casi simili a quelli di suo figlio. Cosa vi ha spinti a non abbracciare una decisone così drammatica, scegliendo di stare accanto a “Cito” 24 ore su 24 per 31 anni?
Il pensiero dell’eutanasia non ci ha mai sfiorati. Forse saremmo stati anche incoscienti, ma l’amore per nostro figlio ha prevalso sempre su tutto. Ho imparato da mio padre che la perdita di un figlio è la cosa più atroce che possa accadere a dei genitori.

Abbiamo scelto di assisterlo e accudirlo nella nostra casa, senza mai pensare minimamente a scelte drastiche, ma tentando di alleviare il più possibile il suo dolore, fisico e morale.

Quando gli somministravamo i pasti, caldi e freddi, non posso dimenticare le smorfie dalle quali traspariva tutta la sua sofferenza. Per questo gli sono stati estratti tutti i denti, affinché non sentisse più quel dolore. Del resto alleviare i suoi tormenti è sempre stata la nostra unica ragione di vita. Abbiamo fatto di tutto.

Quale forza vi ha aiutato a non lasciarvi travolgere dallo sconforto, continuando a lottare? Possiamo parlare di fede?
Sicuramente, le nostre origini sono cattoliche. Talvolta mi sono trovato a rimproverare mia moglie perché, dopo ciò che era accaduto, si rifiutava di credere in Dio. Poi, con il passare del tempo, grazie alla calma e alla tranquillità che mi hanno sempre contraddistinto, anche lei ha capito, sostenendo quelle che sono state le nostre scelte.

Questi anni accanto a nostro figlio non sono stati uno sforzo, anzi.

Al contrario di quanto molti potrebbero pensare, posso dire che accudirlo non è stato un sacrificio. Abbiamo fatto tutto con il cuore, pensando esclusivamente a lui.

Spesso i familiari di una persona in coma vegetativo si accorgono di espressioni, impercettibili ai più, dei propri congiunti. In tal senso ci sono degli aneddoti che le piace ricordare?
Nei primi tempi, dai suoi occhi, talvolta, sgorgavano delle lacrime. In quei frangenti l’ho rimproverato, convincendolo ad essere forte e coraggioso. Gli abbiamo sempre detto che tutta la famiglia gli sarebbe stata sempre accanto. E così è stato. Ignazio non avrebbe mai voluto trovarsi in quelle condizioni, ma le espressioni del suo viso, con il tempo, sono cambiate. Si era rassegnato. Notavo una certa calma, una certa serenità nel suo volto.

Percepiva il vostro stato d’animo?
Certamente percepiva il nostro sconforto all’inizio, ma poi abbiamo fatto di tutto per non mostrarlo.

Con mia moglie ho affrontato questa situazione come un qualcosa di naturale, ci siamo adattati.

È questo spirito di adattamento che ci ha portato a non giungere a conclusioni delle quali, un domani, avremmo potuto pentirci.

Nessun pentimento?
Assolutamente no.

In una recente intervista ha ricordato l’aiuto della Caritas diocesana e il supporto di don Armando Nolli…
È stato un angelo. Dal 1990, in quegli anni era direttore della Caritas diocesana, don Armando ha indirizzato a noi Stefano Sbardolini, il primo obiettore di coscienza a darci una mano. Ne sono seguiti tantissimi, sino al 2000. Gli sarò sempre grato per ciò che ha fatto. Al conforto spirituale ha accompagnato un evidente aiuto materiale.

(*) “La Voce del Popolo” (Brescia)

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