Telecamere in classe. Lodolo (esperto): “Risposta che rischia di scadere nella demagogia e di non risolvere il problema”

Una risposta che rischia di scadere nella demagogia e di non risolvere il problema. Così Vittorio Lodolo D’Oria, specialista in burn out degli insegnanti, liquida l’idea di installare le telecamere negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia. E spiega che occorre piuttosto prevenire e curare il disagio mentale dei docenti

Il decreto Sblocca cantieri è legge e prevede, tra le diverse misure, una dotazione di 5 milioni di euro per il 2019 e di 15 milioni per ciascuno degli anni dal 2020 al 2024 (80 milioni complessivi) da destinarsi ai Comuni per l’installazione di telecamere in nidi, scuole dell’infanzia e strutture socio-assistenziali per disabili e anziani. Per Vittorio Lodolo D’Oria, medico, specialista in disagio mentale professionale degli insegnanti, si tratta di una risposta che rischia di essere demagogica e di non andare alla radice del problema. Intanto proseguono le notizie di maltrattamenti a danno di bambini piccolissimi, di indagini e di arresti delle loro maestre.

Lei è favorevole o contrario?
Questa scorciatoia non mi piace. Già le indagini condotte oggi dall’autorità giudiziaria su denuncia dei genitori con le telecamere nascoste sono un obbrobrio che contraddice l’art. 4 dello statuto dei lavoratori che ne vieta il controllo remoto a distanza a loro insaputa. Il nostro è l’unico Paese in cui si verificano questi episodi, manca un protocollo che indichi le azioni da intraprendere. I genitori dovrebbero segnalare i loro sospetti al dirigente scolastico: spetta a lui prendere in mano la situazione, convocare l’insegnante, tentare di capire i motivi del suo comportamento, gestire il caso eventualmente con l’aiuto di professionisti esperti. Solo in caso di suo mancato intervento, o di mancato esito, dovrebbe scattare la denuncia all’autorità giudiziaria.

 

Ma perché si verificano questi episodi?
L’età media delle maestre indagate dal 2014 al 2018 è di 56,4 anni con un’anzianità di servizio di 33 anni. Oggi la professione dell’educatore e/o dell’insegnante è molto usurante; non si può stare in aula fino a sessant’anni o addirittura a 67, a volte anche con 29 alunni in classe. Le ultime riforme previdenziali sono invece state fatte senza valutare gli aspetti della salute mentale degli insegnanti. Tra le categorie professionali costituiscono quella più esposta al burn out;

i docenti presentano il più alto tasso di patologie psichiatriche.

In Francia e Inghilterra anche i più alti tassi suicidari.

 

Le telecamere in classe che messaggio darebbero ai bambini?
Un pessimo segnale;

il messaggio diseducativo che non ci si può fidare dei grandi

e che ogni loro atto deve essere messo in discussione. Un messaggio di totale sfiducia nelle persone alle quali sono affidati e delle quali la presenza di telecamere minerebbe completamente l’autorevolezza privando i bambini di importanti punti di riferimento.

Il sentirsi sotto controllo che cosa potrebbe provocare in educatori e insegnanti?
La relazione educativa ne sarebbe condizionata pesantemente in negativo. Perderà sicuramente spontaneità. Il modo di agire degli educatori sarà più dettato dal dover rispondere a dei canoni ancora non scritti di comportamento. Penso

si creerà negli insegnanti un nervosismo, un’ansia di fondo che toglierà qualità all’azione e alla relazione educativa.

Quali azioni sono allora necessarie per costruire una relazione educativa di buona qualità? E per prevenire questi episodi di maltrattamento dovuti al burn out degli insegnanti?
Occorre anzitutto liberare i docenti dagli stereotipi che li schiacciano, come quello di lavorare mezza giornata o di fare tre mesi di vacanza l’anno, molto più di qualsiasi altro dipendente pubblico. E’ vero, ma in realtà

la vacanza estiva degli insegnanti non è vacanza, ma convalescenza.

E’ necessario riconoscere le loro malattie professionali. Presso l’Ufficio terzo del ministero dell’Economia e delle finanze sono conservati i dati dal 2005 ad oggi sulle inidoneità per motivi di salute. Nella categoria degli insegnanti si tratta per lo più di patologie psichiatriche: per il 92% di disturbi di depressione e ansia che hanno a che fare con la professione; per l’8% di psicosi e disturbi di personalità. Occorre riconoscerle mediante una diagnosi medica, e allocare fondi per la loro prevenzione – che si fa anche attraverso la formazione – e cura. Dunque rilevare i dati, formare i docenti che non conoscono questo rischio legato alla loro professione, formare i dirigenti, e preparare i medici sul rischio professionale che corrono gli insegnanti. Invece, a questo fine non è stato allocato neppure un euro.

Pensare solo alle telecamere mi sembra una risposta che rischia di scadere nella demagogia e di non risolvere il problema.

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