Indebitamento e rischio usura nelle province italiane. Fiasco (sociologo): “Non si esce dalla crisi senza sostegno a famiglie e imprese”

Venerdì 21 giugno, in occasione dell'Assemblea annuale delle Fondazioni associate alla Consulta nazionale antiusura, è stata presentata dal sociologo Maurizio Fiasco, consulente della medesima Consulta, la ricerca sull’usura nelle province italiane negli anni della lunga crisi economico-finanziaria. Ne emerge un quadro poco rassicurante e la proposta di “‘trattare’, anche con procedure formali di sostegno giuridico, la popolazione di un milione e mezzo di famiglie, per le quali non c’è speranza per mettersi spontaneamente in equilibrio, se non con l'impiego di strumenti appropriati, dei quali le Fondazioni antiusura possano giovarsi per l'azione di solidarietà”

Quali sono stati gli effetti di dieci anni di crisi sull’esposizione all’indebitamento patologico e al rischio di usura nelle province italiane? Ne ha parlato il sociologo Maurizio Fiasco, consulente della Consulta nazionale antiusura, all’Assemblea nazionale delle Fondazioni, venerdì 21 giugno, a Milano, presentando una ricerca, che descrive il panorama che si presenta nell’undicesimo anno della gravissima crisi finanziaria internazionale e dell’Italia. Lo scopo dell’indagine è stato “seguire l’evolversi del debito patologico in rapporto alla congiuntura economica, al cambiamento dei rapporti sociali, con correlata modificazione strutturale del rischio criminalità e dei comportamenti della corruzione amministrativa in tutte le latitudini del Paese”. Ne esce una rappresentazione del fenomeno, che documenta la condizione di tre ambiti della popolazione italiana: le famiglie consumatrici, le famiglie produttrici e le imprese strutturate. La ricerca si basa su 29 indicatori, suddivisi in quattro sottolivelli: criminologici, finanziari, sociali ed economici. Nel decennio 2006-2016 le famiglie con i conti in fallimento sono aumentate del 53,5%, passando da 1 milione e 277mila a quasi due milioni (1.959.433).

La graduatoria di rischio nelle province italiane

Secondo la ricerca nel primo gruppo di province – con la minore esposizione all’usura – ci sono “nove province del Nord-Est, 11 del Nord-Ovest, 6 del Centro-Nord e la Capitale”. In questo gruppo di territori a minore esposizione la differenza tra la prima in classifica, Bolzano (con punteggio pieno di 1000), e l’ultima, Bologna, è inferiore a 250 millesimi”. Incide “l’omogenea diffusione dei sistemi di sicurezza sociale e la più contenuta stagnazione economica”. Ma anche questo gruppo si differenzia al suo interno per due gruppi di indicatori: quelli finanziari e quelli criminologici: “Tre province venete (Treviso, Padova e Belluno) hanno un punteggio basso per la salute dei conti finanziari (tra i 499 e i 556 punti)”. Per l’incidenza degli indicatori criminologici, “ben nove hanno valori compresi tra 510 e 335, rispettivamente a Brescia e a Bologna”. In conclusione, nelle province “meno esposte” sono proprio “le offerte di welfare a sostenere il peso della crisi e quindi a supportare una relativa tenuta dell’economia: a beneficio di un minor rischio finanziario. E questo nonostante l’esposizione al costo materiale, sociale e umano della locale questione criminale”.

Nell’ultimo gruppo, “la grave esposizione all’usura, preceduta o accompagnata dalla vasta diffusione dell’indebitamento patologico pur non delinquenziale, riguarda tutte le province calabresi (Reggio e Crotone in modo particolarmente drammatico), 7 province siciliane, quelle pugliesi e Potenza per la Basilicata. Solo Benevento e Avellino restano fuori dal campo delle maggiori crisi, pur collocandosi la provincia irpina appena fuori dell’area del rischio estremo”. Nell’ordine “gli indicatori che gettano il Meridione nell’area dell’usura sono quelli criminologici (con incidenza sul totale in un range tra l’80 e il 51% dei fattori), seguiti da quelli economici (tra il 63 e il 42%) e quindi dai ‘finanziari’ (tra 63 e 45%)”. Da qui emerge un’indicazione su come “orientare le priorità nelle politiche pubbliche: contrasto alla criminalità, interventi sociali, misure di stimolo all’economia, tutela e assistenza finanziaria”.

Distribuzione del rischio e dei dualismi in base ai 29 indicatori utilizzati nella ricerca

La ripresa del fenomeno dell’usura, sottolinea la ricerca, riguarda almeno tre componenti: le famiglie in condizione di povertà “tradizionale”; le famiglie (consumatrici e produttrici) che presentano un profilo di sovraindebitamento; le piccole e medie imprese che scivolano verso il fallimento per la caduta della domanda di loro prodotti o servizi. Anche fonti ufficiali (elaborazioni su dati Banca d’Italia, indagine triennale sulle famiglie) convergono sull’

enorme dilatazione del numero delle famiglie (circa 1 milione e 960mila) in stato di sostanziale fallimento economico non risolvibile senza apposite misure di recupero.

“Il complessivo ambiente delle famiglie flagellate dalla crisi, bacino potenziale e effettuale del sordido commercio del denaro a usura, comprende – ha ricordato Fiasco – più fasce: famiglie non già povere e che versano in condizione ‘tecnica’ di sovraindebitamento; famiglie in insolvenza grave cronicizzata che precipitano nello stato di povertà relativa; famiglie che dalla ‘povertà relativa’ pervengono a quello di ‘povertà assoluta’”. Accade, poi, che “molte piccole e medie imprese (parte delle quali senza distinzione tra patrimonio aziendale e patrimonio familiare) siano esposte al sovraindebitamento e al finanziamento illegale o comunque contra legem, con immediate conseguenze per i lavoratori dipendenti”. La sofferenza in parallelo di questi due ambienti genera “lo spazio per il prestito a usura”. A ciò si aggiunge “la diffusione del gioco d’azzardo che è salita in parallelo all’incremento del numero di famiglie che versano in fallimento economico”.

Razionamento del credito bancario a famiglie consumatrici, famiglie produttrici e imprese strutturate

Di questi ultimi mesi è “l’avvio di una vasta opera di speculazione sui crediti in sofferenza di famiglie e imprese (cosiddetti Npl, Non Performing Loans)”. Uno dei tratti più vistosi dell’ormai decennale crisi italiana è

il fenomeno imponente delle esecuzioni immobiliari:

“Nell’ultimo anno del quale si posseggono i dati, cioè nel 2015, sono state oltre 225.891 le esecuzioni immobiliari in Italia. Dato aggregato che equivale a una media di 620 immobili all’asta al giorno”. Per il complesso delle esecuzioni, aggiungendo quelle mobiliari, il dato Istat (ultimo disponibile al 31 dicembre 2014) lievita a “540mila sopravvenute nell’arco di dodici mesi”. Non solo: “Il mondo finanziario internazionale esercita forti pressioni sulle banche affinché provvedano in tempi brevi a espungere dai loro bilanci il peso delle sofferenze bancarie. Tale operazione viene svolta” attraverso “la cessione a fondi di finanza speculativa senza alcun scrupolo”, con la conseguenza di “migliaia di casi di fallimento di piccole imprese familiari”.

Come uscire da questa situazione? La proposta è “‘trattare’, anche con procedure formali di sostegno giuridico, la popolazione di un milione e mezzo di famiglie, per le quali non c’è speranza per mettersi spontaneamente in equilibrio, se non con l’impiego di strumenti appropriati, dei quali le Fondazioni antiusura possano giovarsi per l’azione di solidarietà”. È necessario, quindi,

“un processo guidato, che consenta una esdebitazione propedeutica al reingresso di tante famiglie nella normalità”.

“La cessione dei crediti a fondi speculativi vale a vanificare ogni sforzo, di famiglie e di imprese, per costruire una nuova speranza di dignità e di sussistenza”, ha sottolineato il sociologo, per il quale “bisogna vincere le resistenze, l’ottusità e l’opportunismo del mondo bancario, di inerti prassi istituzionale e di accanimento dei creditori”. “Non si può pensare di uscire dalla crisi con il fardello di una importante fetta della popolazione e della realtà delle imprese indebitata, a rischio usura o sotto usura”, ha concluso Fiasco.

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