Revenge porn: bene la legge ma serve educazione

Ben venga uno strumento giurisprudenziale che regolamenti un’aberrazione sociale così disgraziata. A patto che, alla dimensione impositiva e sanzionatoria, si affianchi quella educativa e formativa. Vale per le giovani generazioni “affette” da un pericoloso processo di adultizzazione che comprende anche una vita sessuale sempre più precoce. E vale ancor di più per quegli adulti che non hanno coscienza delle potenzialità di un online che tutto diffonde e tutto conserva. E lo fa per sempre. Senza differenze di status. Educare a una sessualità autentica diventa, quindi, il passo preliminare non soltanto per prevenire il revenge porn, ma soprattutto per capire che il sesso non è un articolo a buon mercato ma è – lo ha spiegato Papa Francesco (a un gruppo di giovani della diocesi di Grenoble-Vienne nel settembre del 2018) – “il punto più bello della creazione, è un dono di Dio che ha due scopi: amarsi e generare vita”

Come ogni norma penale anche quella sul “revenge porn”, approvata all’unanimità alla Camera il 2 aprile scorso, prevede una condanna. Carcere (da 1 a 6 anni) e pena pecuniaria (da 5 a 15mila euro) per chi diffonde materiale pornografico del partner senza il suo consenso. Ma non si limita a punire l’esecutore materiale della pubblicazione ma anche coloro che, ricevute le foto o i video, decidono di contribuirne alla diffusione. Insomma, una legge esemplare che riflette un’urgenza piuttosto recente: la cosiddetta “porno vendetta”, pratica meschina che si serve dell’infinitezza e della viralità della Rete per concretizzarsi in modo efficace e immediato. Come nel caso di Tiziana Cantone, la giovane donna che 2016 si è tolta la vita dopo che contenuti a sfondo sessuale che la riguardavano hanno fatto il giro del web, rendendola protagonista involontaria di una delle più brutte pagine di cronaca degli ultimi anni.

Questa legge è anche dedicata a lei e a tutte quelle donne (e uomini) che, per ricatto o ripicca, sono state vittime di quello che si può finalmente indicare come un reato e non soltanto come una delle tante pratiche associate alle dinamiche digitali.

La condivisione pubblica di immagini o video intimi è certamente esplosa di recente ma trae origine da un genere audio-visivo che, negli ultimi 50 anni, ha caratterizzato il panorama socio-culturale: la pornografia. Dai giornaletti erotici ai cinema a luci rosse, fino allo sbarco in televisione, il porno ha, in un certo senso, destrutturato i costumi sessuali che volevano che l’intimità fosse circoscritta alle pareti della propria camera da letto. Ha rotto gli argini della morale fino a diventare una vera e propria industria internazionale con fatturati da capogiro. Ha legittimato la presenza pubblica dei suoi protagonisti fino a renderli personaggi popolari (pensiamo a Cicciolina parlamentare della Repubblica italiana) o immaginari da mitizzare (è il caso di Moana Pozzi).

Di contro, il suo sdoganamento ha determinato conseguenze negative. Anzitutto lo svilimento della sessualità come mero atto riproduttivo, come esclusivo processo di mercificazione del corpo. E questa degradazione dell’umanità ha riguardato soprattutto la donna, divenuta sempre più oggetto da usare e, come nel caso del revenge porn, da condividere ed esporre ad un pubblico potenzialmente infinito.

Per questo ben venga uno strumento giurisprudenziale che regolamenti un’aberrazione sociale così disgraziata. A patto che, alla dimensione impositiva e sanzionatoria, si affianchi quella educativa e formativa. Vale per le giovani generazioni “affette” da un pericoloso processo di adultizzazione che comprende anche una vita sessuale sempre più precoce. E vale ancor di più per quegli adulti che non hanno coscienza delle potenzialità di un online che tutto diffonde e tutto conserva. E lo fa per sempre. Senza differenze di status. Educare a una sessualità autentica diventa, quindi, il passo preliminare non soltanto per prevenire il revenge porn, ma soprattutto per capire che il sesso non è un articolo a buon mercato ma è – lo ha spiegato Papa Francesco (a un gruppo di giovani della diocesi di Grenoble-Vienne nel settembre del 2018) – “il punto più bello della creazione, è un dono di Dio che ha due scopi: amarsi e generare vita”.

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