Festival internazionale del giornalismo: a Perugia tanta voglia di informarsi e partecipare

A Perugia la XIII edizione del Festival internazionale del giornalismo, una kermesse di cinque giorni con 600 ospiti da tutto il mondo e migliaia di partecipanti ad oltre 300 eventi su temi di attualità e informazione

(da Perugia) Una giornata al Festival internazionale di giornalismo di Perugia è come fare surf da un incontro all’altro, scegliendo l’onda tematica da seguire, spostandosi di pochi metri per cambiare completamente scenario e contenuti. La città è una delle perle più preziose dell’Umbria per le affascinanti architetture medievali, le opere d’arte e le ricche proposte culturali sulle quali si scivola come sulle intelligenti scale mobili che dai parcheggi e dalla periferia conducono in alto e al centro. Così anche quest’anno, dal 3 al 7 aprile, Perugia è stata inondata da migliaia di giornalisti, esperti, accademici, attivisti e pubblico giovane che hanno partecipato alla XIII edizione del Festival internazionale del giornalismo. Li vedevi affrettarsi avanti e indietro su Corso Vannucchi per cercare la location dell’incontro scelto (tutti in inglese), o in coda per ore intorno alla fontana di Piazza IV novembre, nelle interminabili file che si formavano ogni volta per ascoltare gli ospiti italiani e stranieri più conosciuti nella Sala de Notari. Tutta questa gente manifesta una grande voglia di conoscere, informarsi, riflettere, emozionarsi, dire la sua. Quest’anno sono stati oltre 600 gli speaker, la metà donne, in quasi 300 eventi tra keynote speech, tavole rotonde, workshop, interviste, serate teatrali. Una organizzazione con modalità e tempistica perfette e oltre 100 giovani volontari da 19 diversi Paesi, complice anche la presenza a Perugia dell’Università per gli stranieri. Tanti gli argomenti trattati, per cui la difficoltà più grande è selezionare e tralasciare gli altri. Tra questi: le fake news e la disinformazione, l’intelligenza artificiale, la libertà dei media e i diritti umani sotto attacco, i conflitti, il cambiamento climatico, le crisi umanitarie e le migrazioni, i nuovi modelli di business giornalistico e le novità tecnologiche.

Europa “anestetizzata e priva di empatia”. “Oggi ci stiamo anestetizzando di fronte alla morte delle persone. Dalle nostri navi abbiamo visto morire in mare decine di Alan Kurdi (il bimbo curdo la cui foto aveva commosso il mondo nel 2015). È terribile avere a bordo della nave bambini che non possiamo portare da nessuna parte perché i porti ci vengono chiusi. È terribile questa mancanza di empatia da parte dei governi europei”. A parlare in una affollatissima Sala de Notari – lasciando fuori centinaia di persone che avevano fatto la coda inutilmente per un’ora – Oscar Camps, fondatore della Ong spagnola Open Arms, la prima organizzazione che si è rifiutata di restituire i naufraghi salvati alla guardia costiera libica, ben sapendo che la Libia non è un porto sicuro ma l’inferno dei centri di detenzione dove i migranti subiscono violenze. Come ha ricordato il giornalista Corrado Formigli che lo intervistava: “A causa della campagna di criminalizzazione che ha fatto sparire le Ong dal Mediterraneo, Open Arms ha una nave bloccata a Barcellona e sono ancora sotto indagine per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma questa per loro è una medaglia al petto”. “Alcuni personaggi della politica usano i social e i mezzi di informazione contro di noi in forma tendenziosa, dicendo all’opinione pubblica che la Libia è un Paese sicuro mentre tutti sanno che non lo è – ha detto Camps -. Perché in questi giorni si sta evacuando il personale dell’Eni?”.

“Perché facciamo distinzioni se le persone da salvare sono occidentali, pescatori, turisti o africani? Perché i migranti sono figli di nessuno?”

A chi obietta che “l’Europa non può accogliere tutti” Camps ha risposte: “Dove sono questi ‘tutti’? Solo il 3% della popolazione africana esce dal continente. In questo decennio la domanda che si fanno i governi europei è: come fare perché non vengano? Tra qualche anno, con una Europa in recessione, vecchia e in declino demografico, ci chiederemo: come fare per farli venire?”

“Smettiamo di manipolare l’immigrazione e di considerare i migranti colpevoli di tutti i nostri mali”.

Una ondata di deepfake video in arrivo. È l’ondata di falsi video in arrivo a scopo di propaganda e disinformazione, chiamati in gergo “deepfake” perché usano l’intelligenza artificiale, quella che preoccupa ora i grandi media mainstream internazionali, che stanno cercando di attrezzarsi per capire come smascherarli. Hazel Baker, responsabile della sezione Ugc newsgathering dell’agenzia Reuters, ha mostrato, tra i vari esempi, un falso video con l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama che fa una dichiarazione, e un altro, chiaramente manipolato, con immagini televisive di Papa Francesco durante un’udienza.

“Sembrano essere pubblicati da testate legittime, in realtà sono prodotti grazie a sofisticati programmi di intelligenza artificiale a scopi di propaganda o commerciali, e poi diffusi sui social”.

La Reuters ha prodotto un deepfake video interno per verificarne gli effetti sulla propria squadra di giornalisti e capire come individuarli. “Abbiamo imparato ad accorgerci di minime imperfezioni di sincronizzazione tra audio e immagini – ha proseguito -, a fare attenzione alla forma della bocca dei personaggi pubblici che parlano e a suoni sibilanti di sottofondo, alla staticità del soggetto in modo innaturale e ad ascoltare i nostri sensi e l’intuizione quando avvertiamo qualcosa di strano”. La Reuters ha attivato tecniche di verifica dei video falsi, tra cui la geolocalizzazione, l’esame dei meta data, la consultazione di esperti e dei soggetti o fonti coinvolte. “Per individuare le deepfake – ha concluso Baker – è necessaria una combinazione di giudizio umano, esperti e verifica del contesto. In attesa di più efficaci soluzioni tecnologiche”.

Il “paracadutismo giornalistico” nei Paesi in via di sviluppo. Il “paracadutismo giornalistico”, ossia spedire i giornalisti per un periodo breve a seguire una storia nei Paesi in via di sviluppo, è una pratica che ha ancora senso ma va fatta con buona conoscenza del contesto in cui si viene “paracadutati”.

Serve una narrazione rispettosa delle comunità locali ma anche adeguata al tipo di audience cui si parla.

È quanto emerso dal panel “Raccontare i Paesi in via di sviluppo”. Paul Myles, responsabile di On our radar – testata inglese che ha la mission di raccontare le storie degli esclusi dalla narrazione dei media -, ha spiegato come riescono a coinvolgere nella produzione di contenuti “giornalisti di comunità” tra i gruppi più marginalizzati, ad esempio inviando sms che poi vengono confezionati dagli esperti. Per Elisa Anyangwe, camerunense, fondatrice di The Nzinga effect, testata che ha lo scopo di diffondere una corretta narrazione sulle donne africane, il “paracadutismo giornalistico” ha senso “se costruisce relazioni con le persone”. Secondo Emanuela Zuccalà, giornalista free lance, “è importante conoscere il pubblico dei propri lettori ed usare un linguaggio semplice ed accessibile, perché spesso le persone non sanno nemmeno dove collocare i Paesi africani sulla cartina. Perciò una buona narrazione deve essere rispettosa sia della storia, sia dei lettori”. E anche se le redazioni italiane non hanno corrispondenti nei Paesi in via di sviluppo né soldi per mandare inviati, “il paracadutismo giornalistico” ha ancora “un enorme potenziale e non è una cosa del passato”.

Giornalismo gentile e “slow journalism”. Il giornalismo può rendere la società più gentile? Secondo Philippe Faigle, dello Zeit online, “assolutamente sì. Noi siamo lo strumento”. La scommessa dello Zeit, dopo l’elezione di Trump e la Brexit, è stata quella di costruire una piattaforma on line, integrata, dove la gente con opinioni diverse, da tutta Europa, si incontrava in dibattiti “face to face” per parlare di politica in modo costruttivo: “Attualmente siamo in 20 Paesi con oltre 20mila utenti registrati, e abbiamo molti media partners. Il nostro progetto, nato nel 2017 si chiama Eurotalks”. L’obiettivo era quello di far incrociare le persone, non solo virtualmente, creando momenti di dibattito. Si sono create amicizie nella vita reale. Nel mondo dell’informazione internazionale una tendenza che sta prendendo piede è anche lo “slow journalism”, come raccontato in un altro incontro da Jennifer Rauch, docente alla Long Island University, che ha invitato a ripensare l’iperproduzione di notizie. Come per lo “slow food” si sceglie il cibo di qualità, allo stesso modo si possono trovare lettori consapevoli e non frettolosi, interessati a capire le situazioni e il contesto. Lo “slow journalism” ha a che fare “col tempo giusto: lento e veloce possono andare insieme. Non si tratta di lentezza, che in realtà può essere noiosa”, ma di equilibrio.

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