Violenza sulle donne: la sfida di suor Michela e del centro “Udite Agar” di Crotone

La testimonianza di suor Michela Marchetti, direttrice del centro antiviolenza "Udite Agar" di Crotone, al convegno nazionale delle Caritas diocesane sul tema "Carità è cultura".

(da Scanzano Jonico) A Crotone le chiamavano “le ragazze che non fanno rumore”. Una volta finita la scuola, erano destinate a chiudersi in casa a guardare le telenovelas. Per poi finire, spesso, dentro matrimoni infelici, accanto a mariti violenti. Nasce così, nel 1994, dalla volontà di un gruppo di laici e religiosi di reagire ad un sistema di violenza contro le donne con profonde radici culturali Udite Agar, il centro di Crotone diretto da suor Michela Marchetti. Veneta trapiantata in Calabria da 28 anni, originaria di Bassano del Grappa, della Congregazione delle Suore della Divina Volontà, suor Michela non veste gli abiti tipici delle religiose ed è profondamente inserita tra la sua gente. Dalle sue parole chiare e nette trapela una forte fede e una appassionata motivazione. Sta portando avanti la lotta accanto alle donne insieme a suor Caterina Lievore, di Livorno, e ad un gruppo di laici.

“Quando abbiamo iniziato ci siamo dette: o il Vangelo va fuori dalle mura della parrocchia o non ha senso”,

ha detto oggi parlando ai 522 partecipanti al 41° Convegno della Caritas diocesane in corso fino al 28 marzo a Scanzano Jonico, nella diocesi di Matera-Irsina. Per il suo impegno umanitario e la testimonianza cristiana suor Michela ha anche ricevuto una onorificenza al merito dal Presidente della Repubblica italiana.

Suor Marchetti al convegno Caritas

Accompagnamento, prevenzione e cultura. Il centro “Udite Agar” segue al momento una ventina di donne maltrattate. Qui lavorano solo donne. Il nome fa riferimento alla figura biblica di Agar, schiava maltrattata, “che Dio ascolta anche quando non grida”, perché

“la violenza ha suoni che bisogna essere in grado di percepire”,

precisa suor Michela. Nel 2001 è stata fondata la Cooperativa Noemi, con 13 occupati, una quarantina di volontari e alcuni giovani in servizio civile. C’è anche un centro diurno per minori e ragazzi che lavora sulla prevenzione; un centro per accompagnare le famiglie e il centro “Piccoli passi” per accogliere, nelle situazioni di emergenza, bambini da 6 a 12 anni. Tante sono anche le attività culturali, come i laboratori formativi nelle scuole e nelle parrocchie. Ma soprattutto si lavora in rete, in collaborazione con le forze dell’ordine, i presidi e i docenti, i servizi sociali. Il prefetto di Crotone ha addirittura affidato a suor Michela il coordinamento del Tavolo Protocollo “Viola”, il codice stilato per prevenire e contrastare la violenza contro le donne.

suor Michela e suor Caterina

Le vittime di violenza si fidano delle religiose. Sanno che possono aprirsi con loro, che non saranno giudicate e non ne parleranno ad altri.  In gioco c’è però la necessità di un profondo cambiamento culturale nella società: “Mi sono stancata di sentir dire che la colpa è delle donne perché non denunciano – afferma – Oltre ad aver paura di ritorsioni non lo fanno perché i contesti di povertà e disoccupazione in cui vivono non permettono loro di rendersi indipendenti dai mariti”. Per questo il centro propone anche borse lavoro che aiutano le donne a rifarsi una vita. Il fenomeno è però trasversale alle classi sociali, anche se “è più difficile farlo emergere nei ceti benestanti perché il livello di vergogna è più alto e si ha paura di perdere lo status sociale”. C’è poi un altro nodo critico: “Non è giusto allontanare da casa le donne e i loro figli anziché il maltrattante. Così vengono sottomesse ad una ulteriore violenza, perché perdono anche tutti i legami parentali e amicali”.

Le responsabilità della cultura cristiana. “Stare accanto alle donne vittime di violenza non è uno scherzo – precisa suor Michela al Sir -. Sono storie molto pesanti, sono percorsi lunghi per aiutarle a ricostruire se stesse. Purtroppo anche la cultura cristiana ha a che fare con questo sistema. Non sono rari i casi in cui nella coppia avviene la violenza e poi tutti e due vanno a messa, senza che questo faccia nascere difficoltà a livello di coscienza”. Ad alcune donne in confessione è stato perfino detto: “Porta la tua croce, perché te l’ha mandata il Signore’. Ovvio che tante dicano: “Io questo Dio non lo voglio’”. “Le donne si sentono in colpa – spiega -. È come se la fede cattolica mettesse un coperchio su queste situazioni”.

“Dobbiamo reagire per sottrarre le donne alla violenza e non condannare gli uomini ad essere violenti”.

Per fortuna negli ultimi anni, precisa, “stiamo incontrando tanti sacerdoti aperti, con cui collaboriamo, che le indirizzano al nostro centro. Ma ci sarebbe bisogno di maggiore formazione su questo tema nei seminari e nelle università”. Per il futuro, rivela suor Michela, “siamo interagendo con altre realtà per cercare di far nascere un centro per uomini maltrattanti”.

 

 

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